Dazi, barriere, tutela delle denominazioni. Tutte questioni aperte che l'Italia vorrebbe risolvere, aprendo un capitolo specifico nel Partenariato trans-atlantico. Ma gli Usa non sembrano essere dello stesso avviso. In fondo l'ago della bilancia degli scambi vitivinicoli pende a favore dell'Ue...
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IL TTIP: TRANSATLANTIC TRADE AND INVESTMENT PARTNERSHIP
La richiesta di aprire un capitolo specifico sul vino nell’ambito della trattativa sul Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership) tra l’Ue e gli Usa, è stata al centro del dibattito svolto al termine del consiglio confederale dell’Unione Italiana Vini (Uiv) e a cui hanno partecipato rappresentati del Mipaaf, Mise e Ambasciata Usa. Il Ttip, iniziato nel luglio 2013, ha l’obiettivo di ridurre i dazi doganali, abbattere le differenze dei regolamenti tecnici e le procedure, armonizzare le regole sanitarie e fitosanitarie per rendere più libera la circolazione delle merci, facilitare i flussi degli investimenti e l’accesso ai mercati e agli appalti pubblici. Particolarmente contestato in Europa è l’introduzione di un arbitrato internazionale (Isds o Investor-state dispute settlement) che permetterà alle imprese di intentare cause per “perdita di profitto” contro i governi dei paesi europei che decidessero di promuovere legislazioni in grado di mettere in discussione i profitti delle stesse imprese. In discussione le questioni legate all’export, alle barriere tariffarie, alla burocrazia e la tutela delle denominazioni.

VINO: IL MERCATO USA, EUROPA, ITALIA
Quanto queste questioni siano importanti per l’Europa e per l’Italia è presto detto. Ma quanto lo sono per gli Usa? Si tenga conto che nel 2013, i Paesi Ue hanno venduto vino negli Usa per 2,5 miliardi di euro dei quali oltre 1 è appannaggio del Belpaese, mentre l’export americano di vino è stato pari a 467 milioni di dollari (comunque in crescita: + 43% dal 2008). “Gli Usa” ha commentato Paolo Castelletti, segretario generale dell’Unione Italiana Vino “vorrebbero mantenere l’accordo vino Usa-Ue in essere dal 2006 senza prevedere un capitolo specifico all’interno della trattativa del Ttip. Questo perché nella bilancia degli scambi commerciali vitivinicoli l’Unione Europea è favorita e gli americani a conti fatti non avrebbero interesse ad aprire un capitolo dedicato al vino a causa del modesto ritorno economico ottenuto dalla liberalizzazione degli scambi”. Difattiattualmente la situazione del negoziato, giunto al settimo round, non ha fatto ancora sostanziali passi in avanti. “Il vino non ha ancora un suo capitolo specifico” ha detto il Presidente Uiv Domenico Zonin e siamo ancora fermi all’accordo siglato nel 2006, che sicuramente ha rappresentato un primo importante traguardo, ma che ora deve essere migliorato e completato attraverso il Ttip. Il sistema del vino italiano non può più attendere”. Secondo Paolo De Castro, coordinatore alla Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento Europeo e referente per i negoziati di libero scambio tra Ue-Usa “Occorre riflettere e avere a disposizione tutte le informazioni, sia dal punto di vista dei rischi, ma anche delle opportunità” ha dichiarato “rispetto ad un mercato Usa che conta 350 milioni di abitanti e con un reddito pro capite del 50% più elevato di quello europeo”. La Ue esporta negli Usa (6 miliardi di euro di attivo) più di quanto importa pertanto una discussione che coinvolga le varie filiere commerciali e dell’agricoltura, è importante. De Castro conclude ricordando che “il Parlamento Ue ha potere di veto quindi i negoziatori ci devono convincere altrimenti è chiaro che prima il Parlamento Europeo e poi i Parlamenti nazionali, alla ratifica, voteranno contro”.

I TEMI DA DISCUTERE
Tra le questioni irrisolte il riconoscimento di 17 Indicazioni Geografiche Europee (per esempio, per l’Italia, Chianti e Marsala e per la Francia, Champagne e Burgundy) che negli Usa sono autorizzate in quanto catalogate come “categoria o tipologia” di prodotto (vino tipo Chianti, ecc.) più che nome “geografico” tutelato. Un danno per le aziende europee e un inganno per i consumatori americani che però non lo vivono come tale. Katherine Hadda, ministro consigliere agli Affari Economici dell’Ambasciata Usa in Italia, intervenuta nel dibattito è stata molto chiara in proposito: “Le sensibilità sono molto diverse in proposito e il consumatore Usa è abituato a considerarli queste tipologie come tali. Resta il fatto che nonostante ciò, la crescita dei vini europei continua a essere costante”. Altro tema caldo, riguarda l’eliminazione delle ultime barriere tariffarie esistenti che per il modesto impatto economico (0,131€/l per i vini fermi imbottigliati e 0,32€ per gli spumanti europei, contro 0,068USD/l per i vini fermi imbottigliati e 0,198USD/l per gli spumanti americani) non rappresentano una reale barriera protettiva dei rispettivi mercati mentre comportano un aggravio di adempimenti amministrativi e di costi addizionali per gli operatori. L’eliminazione definitiva, faciliterebbe l’interscambio tra i due continenti. Un altro scoglio è il mancato riconoscimento da parte degli Usa delle pratiche enologiche autorizzate dall’Oiv, organizzazione da cui gli Usa sono usciti. Infine tutta una serie di questioni che abbracciano un ampio arco di temi, dalla definizione di vini biologici all’etichettatura, dalle facilitazioni fiscali alle vendite dirette, dall’introduzione di alcuni dazi specifici al “drawback scheme” (cioè il rimborso di dazi e accise sui vini sfusi importati da Paesi terzi e riesportati dagli Usa) che, insieme ad altre, vengono definite come ostacoli all’accesso al mercato. “Rileviamo l’urgenza di istituire un gruppo di lavoro bilaterale istituzionalizzato” ha proposto al termine del dibattito, Domenico Zonincapace di anticipare le potenziali problematiche introdotte dalle evoluzioni della normativa e prevenire barriere commerciali ingiustificate o sproporzionate. Inoltre accogliamo con vivo interesse, la proposta del Ministero dello Sviluppo Economico, di istituire uno sportello unico di assistenza alle Pmi con l’obiettivo di facilitare il loro accesso al mercato americano”.

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a cura di Andrea Gabbrielli

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri dell’11 dicembre.
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