Quel vino doc fatto fuori

19 Dic 2011, 16:53 | a cura di Gambero Rosso
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C'è un Chianti fantasma, imbottigliato all'estero, che una volta uscito dai confini italiani sfugge ai controlli. Vino che esce dalla Toscana, in partite autorizzate, con apposite fascette a marchio Docg, circa il 10-15% dei 110 milioni di bottiglie prodotte ogni anno, ma che scompare dai radar una volta passata la frontiera verso Polonia

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, Germania o Paesi Scandinavi.

 

Il Chianti non è il solo: uno dei prodotti italiani più venduti nella Gdo, il Montepulciano d'Abruzzo, 117 milioni di bottiglie, per il 52% è confezionato fuori regione, con una percentuale estera del 5,6%, equivalente a 50mila hl l'anno. Situazioni analoghe si registrano in Puglia per il Salice Salentino, il Primitivo di Manduria e Castel del Monte, e nel “profondo nord vinicolo” per altre Doc come Barbera d'Asti (4mila hl), Piave (oltre 10mila hl), Piemonte (7mila hl circa) e Barolo (1.600 hl).

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Come si spiega questo fenomeno del “vino italiano fatto fuori”? L'inghippo sta nel Decreto 2 novembre 2010 sui controlli, che non impone nessun obbligo di controllo per i vini sfusi che lasciano il Paese. E in mancanza di accordi bilaterali tra Paesi, gli ispettori degli enti di certificazione italiani non possono, per dire, andare in Polonia o in un altro stato estero a fare le verifiche.

 

Il presidente del Consorzio vino Chianti, Giovanni Busi, è abbastanza preoccupato: “Stiamo gradualmente perdendo il controllo sulle vere destinazioni del Chianti e non vorremmo che a causa della difficile congiuntura economica ci sia una spinta verso le frodi”. Per questo, il Consorzio toscano punta a mettere un freno e riprendere in mano la situazione: “Il prossimo anno – annuncia Busi a Tre Bicchieri – presenteremo un nuovo disciplinare con  l'imbottigliamento in zona”. Come avviene, del resto, con il Chianti Classsico-Gallo Nero.

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Una soluzione, questa, non applicabile però alla Doc Montepulciano d'Abruzzo: “L'imbottigliamento fuori regione è per noi un male necessario e una caratteristica strutturale – osserva il direttore del Consorzio, Giuseppe Cavaliere – perché abbiamo una viticoltura legata a un forte sistema cooperativo (ndr: oltre 30 cantine sociali) nel quale c'è sempre stata la cultura del vino sfuso. Purtroppo, negli anni non abbiamo saputo sviluppare un autonomo sistema commerciale e ci siamo sempre affidati a soggetti terzi”. Caldirola e Caviro, per citarne alcuni.

 

Ma se la produzione fuori regione è , al momento, ineliminabile, dal 2012 il Consorzio annuncia un programma di vigilanza in enoteche, ristoranti per verificare qualità e provenienza: “Stiamo lavorando con l'Icq e siamo in attesa dell'erga omnes dal Mipaaf – conclude Cavaliere –. Vogliamo alzare il livello dei controlli ed evitare speculazioni”. Passiamo in  Puglia dove il 50% del Salice salentino e del Primitivo escono sfusi per essere  imbottigliati fuori, soprattutto in Gran Bretagna, Usa e Germania. E perfino in Cina, denuncia la Cia regionale.

 

“Sarà difficile mettere mano ai disciplinari per ridurre il fenomeno – dice Salvatore De Luca, responsabile vini di Cia Puglia –. Sta di fatto che oggi troviamo in vendita alcune nostre Doc a 1,3 euro senza sapere bene con che cosa sono fatte”. C'è preoccuparsi? Va detto, intanto, che il vino che “emigra” all'estero (anche per i costi di imbottigliamento più bassi per non parlare di possibili fenomeni di evasione fiscale) non torna in Italia, ma prende la strada dei mercati esteri. Secondo i dati di Valoritalia (l'organismo di certificazione che detiene il 75% del mercato), nel 2010 sono usciti dai confini italiani  solo 107mila ettolitri di vino Doc sfuso.

 

“Il fenomeno interessa poche denominazioni”  sottolinea il presidente di Federdoc, Riccardo Ricci Curbastro il quale ricorda che per alcune denominazioni, per esempio i vini della Valtellina, (ndr: oltre 3mila hl esportati), esistono specifici accordi bilaterali Italia-Svizzera che ci consentono di controllare regolarmente tutta la filiera. Peccato che non sia così né per il Chianti, né per il Montepulciano d'Abruzzo e molte doc della Puglia. La soluzione, come suggerisce Ricci Curbastro, sarebbe un sistema di accordi bilaterali con i Paesi “imbottigliatori”. Ma a quanti interessa?

 

di Gianluca Atzeni

19/12/2011

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