Il ramo agricolo di Tenimenti Angelini chiude il primo anno con +10,8% di vendite e punta ad allargarsi rilevando uno dei marchi storici del Verdicchio di Jesi, che potrebbe diventare il settimo tassello vitivinicolo della società.
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Quando, un anno fa, ci fu l’annuncio ufficiale della nascita di Bertani Domains, Emilio Pedron, attuale amministratore delegato, parlò di progetto di ampio respiro, sintetizzando la filosofia alla base dell’operazione che fece confluire il ramo agricolo del gruppo Tenimenti Angelini nella Cav. G.B Bertani, che poi modificò il suo nome, appunto, in Bertani Domains.La srl fa parte del gruppo internazionale Angelini, che conta un fatturato di 1,4 miliardi di euro, per oltre 50% costituito dalle attività del settore farmaceutico. Il solo settore vitivinicolo (dati 2013) rappresenta l’1,3% del fatturato complessivo. Altri settori sono personal care (33,9%), machinery (7,2%), profumeria (5,4%) e immobiliare (0,3%). Le sei aziende vitivinicole, dalla Toscana al Friuli passando per il Veneto, costituiscono un patrimonio da 370 ettari vitati in zone di alto pregio, a cui si aggiungono un migliaio di ettari nelle Marche e sono: Cav. C G.B. Bertani – Grezzana, la Tenuta Novare a Negrar (Verona), Puiatti Vigneti a Romans d’Isonzo (Gorizia), Val di Suga a Montalcino (Siena), Tre Rose a Montepulciano (Siena), San Leonino a Castellina in Chianti (Siena), Collepaglia a Jesi (Ancona).  Pedron, dal suo quartier generale di Grezzana, nella Valpantena, gestisce la srl con l’occhio più all’innovazione produttiva che al semplice potenziamento della rete commerciale di vendita. E, con questa intervista sul primo anno di attività, abbiamo voluto fare il punto con l’amministratore delegato, che premette: “Il nostro vuole essere un progetto capace di lasciare un segno importante nell’ambito del vino di qualità. Potevamo scegliere la strada diretta della distribuzione, ma siamo allo stesso tempo ricercatori agricoli e produttori di vino“.

Partiamo però dai numeri di questo primo anno.
Nel 2014 abbiamo venduto 3,3 milioni di bottiglie, esportando i nostri vini in 44 mercati esteri. Si è trattato di un anno di generale consolidamento, nel quale sono stati superati ampiamente i 20 milioni di fatturato.

Se i numeri sono positivi significa che state anche assumendo del personale? Con quali obiettivi?
Sì, abbiamo oggi 130 dipendenti fissi e ne stiamo assumendo degli altri, perché dobbiamo darci delle strutture operative adeguate ai nostri progetti. Ma devo dire che ciò che ci sta impegnando di più è questa tendenza all’innovazione delle produzioni.

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Ovvero?
Vogliamo dei vini che abbiano uno stile definito e unico. Per questo stiamo lavorando a tecniche di produzione nuove e diversificate. Ci definiamo ricercatori agricoli, e non potrebbe essere altrimenti visto il gruppo di cui facciamo parte. Abbiamo scelto la strada della distintività e della forte innovazione produttiva.

Ci faccia qualche esempio concreto.
Abbiamo messo a punto quattro progetti basati su una regola ferrea: territorio, vitigni autoctoni, stile innovativo e ricerca forte sul processo produttivo. Per questo, stiamo mettendo in piedi una sorta di Accademia di ricerca che si avvale, attraverso partnership specifiche, di contributi di enti ed esperti italiani e stranieri, ad esempio Australia, California, Francia, che collaborano con noi a seconda di ciò che vogliamo sviluppare. Ad esempio, in Toscana presso la tenuta Tre Rose abbiamo creato un Nobile di Montepulciano, solo Sangiovese, figlio della viticoltura di precisione: dalla concimazione all’uso dei dati del monitoraggio satellitare su cui si basa la vendemmiatrice nella scelta delle uve da raccogliere. E sempre in Toscana, abbiamo dato vita a un blend delle migliori selezioni di Nobile di Montepulciano, Chianti Classico e Brunello di Montalcino che ha portato a un supertuscan, Motu proprio, che uscirà quest’anno. Altri due progetti toscani riguardano la zonazione dei cru di Montalcino con Poggio al Granchio, Vigna Spuntali e Vigna del Lago, e l’utilizzo della antica pratica enologica del “governo”, per un sangiovese in purezza che uscirà entro febbraio.

Invece per quanto riguarda il nord?
Con Puiatti stiamo lavorando sulla Ribolla, visto che si fa più fatica coi vini da vitigni internazionali del Friuli. Prima di Natale è uscito un metodo classico con base Ribolla, vitigno con cui è stato avviato un altro nuovo progetto che si fonda sull’infusione dei chicchi d’uva sul vino dell’anno prima, in una percentuale del 10% per due o tre mesi. In poche parole, l’acino perde dolcezza e contribuisce all’ottenimento di un vino più aromatico. Essendo la ribolla un vitigno povero, cerchiamo di tirare fuori dalle bucce il più possibile. Inoltre, un altro lavoro lo abbiamo fatto con Bertani, attraverso il Novarè: si tratta di un ritorno alla Corvina in purezza, senza appassimento ma con una doppia maturazione in pianta. Vogliamo evitare questi appassimenti che stanno invadendo il mercato.

A proposito, lei che quest’anno l’Amarone non lo ha fatto, come si schiera rispetto a chi parla di separazione con il Ripasso?
Il Ripasso è considerato un baby Amarone e la sua fortuna si deve a quest’ultimo. Io penso che ci sia bisogno di coerenza. Separarli significherebbe cambiare il vino e dire alla gente “ti offro un’altra cosa“. Secondo me sarebbe un’operazione strumentale, forzata e non certo il frutto di un pensiero innovativo. Non possiamo cambiare idea a seconda di come soffia il vento.

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Torniamo alle prospettive di crescita. Gran parte del vostro fatturato viene dall’estero, ma il mercato italiano come è andato?
Si parla tanto di caduta del mercato interno, invece noi siamo cresciuti nel 2014 più in Italia che all’estero, che rappresenta il 65% del nostro fatturato, soprattutto grazie a Germania, Usa, Canada e Nord Europa. Riassumendo abbiamo registrato +17% in Italia e +5% all’estero, per una crescita totale di Bertani Domains del 10,8%.

Sfrutterete il trampolino di Expo 2015, oppure fate parte di chi è ancora scettico sui suoi vantaggi?
Abbiamo deciso di partecipare, anche se vedo in Expo un’occasione collettiva piuttosto che un evento utile alla singola azienda. Il vino italiano ha bisogno di fare bella figura nel suo insieme.

Quali le previsioni per il 2015?
Puntiamo a salire del 15%, alla luce del fatto che i nostri progetti devono essere ancora pienamente sviluppati. Il nostro obiettivo è raggiungere presto i 30 milioni di fatturato, basandoci su questo taglio innovativo che dovrebbe destare l’interesse di un mercatoa cui vogliamo raccontare i nostri vini.

Per fare questi numeri occorre però rinforzare la squadra. L’impressione è che Bertani Domains voglia allargare il portafoglio marchi. Le faccio un nome: Fazi Battaglia della famiglia Sparaco-Giannotti, che con gli Angelini ha anche un rapporto di vicina parentela.
Siamo attenti al mercato e pronti ad accogliere altre aziende. È possibile che Fazi Battaglia entri nel gruppo, ma occorre andare con cautela perché dobbiamo ancora assestarci. È un importante marchio simbolo del Made in Italy e penso che un’azienda come questa che ha fatto grande l’Italia del vino possa funzionare. Ritengo, in generale, ci sia spazio per un ritorno di grandi marchi del passato. Del resto, nel 2008, al Gruppo Italiano Vini sono stato un fautore del ritorno in Italia di Bolla (che era nelle mani della statunitense Brown-Forman; ndr.).

Vi piacciono le cose difficili…
Sicuramente è un progetto ambizioso che richiederebbe molti sforzi economici. Ma penso sia un’opera meritoria ridare il successo a chi lo ha avuto in passato. La Fazi rappresenta 1,5 milioni di bottiglie, a cui ovviamente bisognerebbe trovare una diversa collocazione, visti i lunghi trascorsi in Gdo. Si tratta di un’azienda con bellissimi vigneti in collina per quasi 30 ettari. Le possibilità ci sono. Naturalmente, la gestione sarebbe centralizzata e coordinata da Bertani Domains, come per gli altri marchi.

Chiuderete l’affare già nel 2015?
Le trattative sono in corso e non nascondiamo il nostro interesse.

a cura di Gianluca Atzeni

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 12 febbraio
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