La Camera di Commercio Russa ricorre contro il divieto e propone un registro di controlli, mentre i produttori stanno a guardare l'ennesima misura che potrebbe danneggiare il comparto. Dal 2013 vige anche il divieto di fare pubblicità di alcolici sui media.
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Nei giorni scorsi la Duma russa (la Camera bassa del Parlamento) ha preso in esame il PL 508213-6, che bandisce il commercio di alcolici tramite internet. Questo a seguito della denuncia secondo cui molti siti aggirano le norme sugli alcolici, in particolar modo la vendita in orari non consentiti (dalle 22 alle 10), la vendita a minori e, non ultimo, l’impossibilità di controllare la qualità dei prodotti venduti. Ora, contro questa legge che di fatto seppellisce la possibilità di vendita attraverso un canale che si sta sviluppando in tutto il mondo, è insorta l’unione delle Camere di Commercio di Russia, con la proposta di creare uno schema legale e controllato di vendita di alcolici su Internet. In pratica i produttori offrono al Governo di creare un registro ufficiale delle risorse Internet che hanno ricevuto dall’Ente di controllo preposto, il diritto di commerciare gli alcolici.
Noi crediamo che ci debba essere un sito internet dell’Ente di controllo statale, dove saranno pubblicati gli indirizzi dei siti sicuri e controllati. Per il consumatore, che utilizzerà i servizi di uno di questi siti, ci sarà la sicurezza al 100% di comprare in primo luogo prodotti alcoolici legali, in secondo luogo con qualità controllata, e infine in conformità a tutte le norme di legge” così ha affermato Dmitry Dobrov, presidente del consiglio dell’Unione dei produttori di alcolici, che prosegue: “Se si digita in un motore di ricerca ‘consegna vodka’, vi posso assicurare che nella gran parte dei casi otterrete merci illegali, prodotte senza il pagamento di accise e Iva, spesso contraffazioni illegali, o imitazione di qualche noto marchio, il cui uso può portare a conseguenze molto spiacevoli”.

Gli industriali del settore premono per un più stretto controllo su questo segmento da parte dello Stato, ma sostengono che è anche necessario guardare al problema in modo più profondo, in quanto la quota dei canali internet sulle vendite totali è inevitabilmente destinata a crescere nel tempo. Secondo il loro parere, i soli divieti e le sole misure repressive non potranno rappresentare una soluzione al problema: si rischia di consegnare tutto questo canale esclusivamente a venditori di pochi scrupoli, ai quali non mancano certo fantasia e mezzi per sviluppare infinite varianti illegali. Sembra aprire al dialogo “Rosalkogolregulirovaniem”, l’Ente di controllo statale sulla vendita degli alcolici che, in un comunicato, ha confermato che tale documento è stato a loro presentato. Al momento la proposta è in valutazione, anche se un parere sarà espresso dopo uno studio dettagliato. Nettamente contraria, invece, la presa di posizione di Victor Zvagelskii, vice-presidente del Comitato della Duma per la politica economica, che disapprova l’iniziativa della Camera di Commercio. Il suo parere è che sia insensato fare proposte che sono in contrasto con la legislazione vigente. “Tale auto-regolamento non funzionerà, perché oggi nel nostro ordinamento non esiste il concetto di vendita di alcol legali o illegali attraverso internet. La vendita a distanza di alcoolici in Russia deve essere vietata. Sono contrario a qualsiasi rilievo in questo settore”, questo il lapidario commento del deputato.

Chiaro che gli importatori di vini non dormono sonni tranquilli se a quanto sopra si aggiunge che già da gennaio 2013 è scattato il divieto assoluto di fare pubblicità a vini ed alcolici in genere. Su tutti i media. Cosa che mette a rischio anche la sopravvivenza di tante testate specializzate che stanno aiutando la diffusione e la conoscenza del vino in Russia. Non solo: è anche proibito menzionare prodotti e marche specifiche in articoli, interviste e notizie. Si potrà parlare del vino in generale, ma senza citare in nessun caso il nome di nessun brand o prodotto particolare. Una scelta, quella del Governo russo, motivata dalla volontà di contrastare l’alcolismo ancora dilagante nel Paese, anche se in calo. Le statistiche ufficiali dicono che il consumo pro-capite si attesta su 13,5 litri di alcol puro, proveniente per il 43% dalla vodka, per il 39% dalla birra e solamente dal 9% dal vino (si stima pertanto un consumo pro-capite di 77 lt. di birra, 9 lt. di vodka e solamente 8 lt. di vino).
In questo scenario, che può apparire pessimo, il vino si vendica e, se pur lentamente, continua a conquistare posizioni nella cultura della tavola: tutti gli indici lo segnalano, soprattutto per quanto riguarda il vino italiano.

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Invece cosa accade negli altri Paesi?

Il paradosso francese: la Nazione della Liberté vieta di pubblicizzare il vino
In Francia la legge che regola la pubblicità e il controllo degli alcolici si chiama Evin ed è in vigore dal 1991. Ma dallo scorso anno si è molto irrigidita con le misure governative che invitano a stabilire una tassazione corretta e proporzionale ai danni per la salute, a inserire tutte le avvertenze del caso in etichetta, ma soprattutto vietano di parlare di vino su Internet e di parlarne positivamente sugli altri media. Di fatto, però, non figura il termine pubblicità e non si fa distinzione tra quest’ultima parola e giornalismo, per cui il vuoto legislativo è lasciato alle valutazioni dei singoli giudici. I produttori hanno reagito con la campagna di liberalizzazione del vino cequivavraimentsaoulerlesfrancais.fr. Ma il braccio di ferro è destinato ad andare avanti dopo che, lo scorso 3 luglio, sulla Gazzetta Ufficiale francese è stato pubblicato il decreto legge che limita il consumo di vino o birra dei dipendenti in sede di lavoro, chiamando in causa le aziende affinché decidano se permetterlo o no. In Francia, secondo l’Institut Gustave Roussy, l’alcol sarebbe responsabile di 49 mila morti l’anno.

La Spagna tra campagne pro-vino e proposte anti-alcol
Anche la Spagna sta pressando per un aumento delle tasse sugli alcolici, anche perché al momento è il Paese che vanta una pressione fiscale su vino e birra tra le più basse d’Europa. La Sociedad Española de Salud Pública y Administración Sanitaria (Sespas), infatti, fa sapere che i numeri dell’abuso di alcol sono molto alti: il 10% della mortalità totale della popolazione tra i 15 e i 64 anni ha a che fare con il consumo di alcol, l’1% della popolazione spagnola soffre una dipendenza dall’alcol, e il 5% ne abusa. D’altro canto, però, la Spagna è anche il Paese della campagna “Quien sabe beber, sabe vivir”: lanciata nel 2012 ha coinvolto giornalisti, attori, scrittori, sportivi e scienziati, invitati a testimoniare l’importanza del vino nella loro vita quotidiana.

I pub del Regno Unito vietano l’ingresso ai vini sopra i 12,5 gradi
Il Regno Unito sta provando a seguire il cosiddetto “responsibility deal” tra chi commercia bevande e il Governo. L’ultima disposizione in tal senso, presa pochi giorni fa dai pub inglesi per ridurre il consumo nocivo di alcol, riguarda la gradazione alcolica dei vini serviti al bicchieri: sotto i 12,5 di volume alcolico. Vini “weaker”, insomma: più deboli. Com’era prevedibile non l’hanno presa bene le associazioni di categoria che vedono in questa mossa la sostituzione di vini strutturati e di qualità con vinelli spesso di secondo livello.

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a cura di Gianguido Breddo
Console Onorario italiano della Regione di Samara ed esperto di vino

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 10 luglio.
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