In vista della settimana mondiale del cervello, dal 16 al 22 marzo, gli specialisti della Sin dispensano consigli per prevenire l'insorgere di disturbi neurologici anche a tavola. Sì alla dieta vegetariana, ma niente estremismi e attenzione all'alimentazione vegana. Mentre in America impazza il reducetarianesimo del giovane Brian Kateman.
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NUTRIRE IL CERVELLO

È ancora il caso di parlare di salute a tavola. Mentre le mense aziendali di alcune regioni italiane si dotano di speciali menu dedicati alle donne, frutto dell’interazione tra i nutrizionisti e chef Cristina Bowerman, si avvicina l’appuntamento con la settimana mondiale del cervello (dal 16 al 22 marzo). E allora perché non valutare le conseguenze delle nostre abitudini alimentari sull’attività cerebrale? Gli specialisti della Sin (Società Italiana Neurologi) hanno individuato una serie di suggerimenti pensati per nutrire il cervello, assicurando così la prevenzione dei principali disturbi che possono mettere a rischio il nostro apparato neurologico. Con le dovute differenze del caso.
A chi soffre di Parkinson, per esempio, i medici suggeriscono una dieta prevalentemente vegetariana a basso contenuto proteico, per sopperire alle carenze di minerali e vitamine e fornire una buona dose di carboidrati. Mentre è da ricercare nell’equilibrio della dieta Mediterranea (povera in colesterolo, ricca di fibre, vitamine e antiossidanti) la principale strategia di prevenzione dell’Alzheimer.
 

ATTENZIONE AGLI ESTREMISMI

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Se la strada vegetariana sembra auspicabile, attenzione però agli eccessi. Le scelte alimentari più estreme, come può essere una dieta vegana che esclude anche uova e latte, possono indurre carenze di nutrienti essenziali, con particolare rischio neurologico nel caso di carenza di vitamina B12 (che affligge il 50% dei vegani).
E il professor Mario Zappia, direttore della Clinica neurologica del Policlinico dell’università di Catania, si sbilancia fino a dichiarare che “per le attuali condizioni geo-politiche planetarie e le tendenze culturali sempre più diffuse tendenti al veganesimo, è possibile che nei prossimi anni si assista a un incremento di deficit neurologici dovuti a condizioni carenziali”.

IL MOVIMENTO REDUCETARIANO: NIENTE RINUNCE, MA RAZIONALITÀ
Ne sarà felice Brian Kateman e tutti coloro che dopo aver abbracciato la filosofia del vegetarianesimo più rigoroso fanno marcia indietro, abbandonandola. Ben l’84% del totale, secondo un sondaggio dello Humane Research Council.
Il giovane ricercatore americano della Columbia University è balzato agli onori della cronaca qualche mese fa, quando di fronte alla platea della TedxCuny Conference ha lanciato il movimento reducetariano. In poche parole un’alimentazione basata sulla riduzione di carne, che non comporti però le rinunce a cui si sottopone un vegetariano: si mangia tutto ma con più razionalità, prestando attenzione alla provenienza e alla tutela dell’ambiente. E riducendo il consumo di carne, pesce e latticini. Con l’obiettivo di implementare la ricerca nel campo della nutrizione, anche grazie ai 15mila dollari già raccolti tramite crowdfunding.
Resta da verificare il grado di novità: non stiamo forse parlando dei più classici consigli per una dieta equilibrata, varia e sana?