Mangiare spendendo poco

A Milano c'è una cotoletta a 12 euro dentro una trattoria fuori dal tempo

Nel quartiere meno patinato dei Navigli, il Brutto Anatroccolo è una delle poche trattorie rimaste davvero economiche: piatti semplici, porzioni abbondanti e prezzi che a Milano sembrano irreali

  • 26 Aprile, 2026
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La simpatia, è quella milanese. Purtroppo. La cucina, pure quella è milanese. Per fortuna. Ma alla fine al Brutto Anatroccolo, una delle poche trattorie veramente economiche di Milano, si sta molto bene. Perché il fatto che titolari e camerieri non facciano nulla per accattivarsi le simpatie dei clienti, finisce per accattivarsele. E non per è una strana forma di sindrome di Stoccolma, ma perché ciò fa capire subito che questa non è una trattoria fake, di quelle in cui si simula uno storytelling nato l’altro ieri. Qui si viene per mangiare sostanziosamente e a prezzi commoventi e i camerieri con lo sguardo sembrano dirti: “Per quel prezzo ci vuoi anche affabili?”.

La trattoria Brutto Anatroccolo

Una trattoria davvero economica a Milano

La parte meno patinata dei Navigli

Brutto Anatroccolo si trova in via Torricelli, al numero 3, nella zona meno sfruttata dei Navigli, a cinquanta metri da Nebbia, posto prediletto dai gastrofighetti. Qui invece sbarca un popolo di studenti, scappati di casa, movimentisti, attivisti, fancazzisti, fumatori, progettisti di rivoluzioni che non si faranno mai, gente che vuole riempirsi la panza decentemente spendendo poco.

Tutta gente per lo più abituale, che si sente a casa in questo locale fondato nel 1982 da tre amici un po’ attempati ma in perfetta armonia con l’estetica spartana del posto, Alberto, Alvar e Daniele. Il posto è ricco di ironia, a partire dal cartello che indica come orario di apertura le 12,03 (e la chiusura alle 15) a pranzo e le 21,03 (e la chiusura alle 2) a cena, e quei tre minuti sono un tocco dadaista che avvince.

L’interno

Un’atmosfera fuori moda

Il locale è movimentato a livello immobiliare: scale, strettoie, anfratti, all’ingresso un bancone da spaccio di vini anni Settanta, i muri sono bianchi e di un rosso pompeiano decisamente intenso e ricchi di poster storici, vecchie pubblicità, fotografie sbiadite, una Ultima Cena rivisitata, avvisi fuori contesto (Riserva di caccia), oggetti di modernariato, ma il tutto senza alcun senso estetico pervenuto, senza pose da Design Week, ma “de botto”, come nella casa di un accumulatore seriale.

Il dialogo con la clientela è affidato alle poche parole smozzicate dai tre titolati e dai camerieri che hanno la faccia di quelli con cui la vita non è stata generosa e a molti cartelli che avvisano come comportarsi con i bicchieri che i clienti più giovani si portano fuori in attesa del tavolo e di come funziona per trovare posto.

Nei giorni infrasettimanali si può prenotare, nel fine settimana no (“e si prega di non insistere”, avvisano i patròn con il loro proverbiale garbo). Chi non ha prenotazione deve lasciare il nome e se non c’è un tavolo libero attendere di essere chiamato. Il turn over è piuttosto svelto e i coperti non sono pochi (malcontati una sessantina ma forse di più).

L’apparecchiatura e i menu

L’apparecchiatura è elementare. Una tovaglia a scacchi come accade nei ristoranti italiani dei film americani, ce ne sono di rosse e di blu, una tovaglietta bianca di carta a proteggerla, un tovagliolo di carta, posate da battaglia, una formaggera reduce da mille avventure (speriamo non anche il contenuto), una bottiglina d’olio extra vergine d’oliva di una grande marca (conosciuta per la pasta). Due menu: un foglio A4 stampato e protetto da una cartellina in plastica sciorina “i piatti fissi… o quasi”, che comprendono una decina di voci e i “vini e vinelli”; un altro foglietto scritto a mano, assai più ricco, propone i piatti del giorno. Una formula, questa, che non deve far pensare a paradisi di creatività: ci sono cinque primi, una decina di secondi, un pugno di contorni. I dolci sono “alla voce”.

I menu

La cotoletta da 12 euro

L’0rdinazione la fa lo stesso cliente, scrivendo su un foglietto i piatti scelti, l’ordine desiderato ed eventuali richieste speciali (tipo la maionese con le patatine). Con le mie due accompagnatrici ordiniamo delle Penne al pesto di pomodori secchi e mandorle, che si presentano come se le avesse sbattute sul piatto un fuori sede (ma ci sono anche Spaghetti pomodori e stracciatella e Penne alla crema di pecorino e aceto balsamico), la Scamorza in padella con la rucola che una delle mie commensali, un’habituée, consiglia caldamente (e infatti è nella lista dei piatti quasi fissi), una Salsiccia ai ferri con patate, una Cotoletta impanata che fa il suo mestiere, dei Finocchi in insalata che il menu indica “all’arancia” e invece saranno con semi di zucca (ma buoni, alla fine), delle Patate prezzemolate decisamente troppo sfatte. Per dolce, una Crème brulée che si rivelerà tra le cose migliori della serata.

La scaletta che porta ai bagni

La resa dei conti (incruenta)

Il cibo è semplice, senza fronzoli, certamente non gourmet ma onestissimo, presentato nin piatti bianchi da servizio di tutti i giorni, nessuna postura da Masterchef. I piatti arrivano più o meno tutti assieme – abbiamo lasciato libertà al cameriere – come in un ristorante cinese, ma alla fine questo favorisce la condivisione.

La loro forza sono l’abbondanza e i prezzi entrambi ben poco milanesi: i primi vengono 8 euro, i secondi dai 7 ai 13 (e la cotoletta con osso 12 euro, probabilmente un record di convenienza, in città), i contorni 4 euro, il dolce sempre 4. Con un litro di acqua gassata e un rosso in caraffa (un oscuro Cabernet del Veneto che costa 5 euro il mezzo litro e 10 euro un litro) il nostro conto sarà di 54,50 euro, ovvero 18,17 a testa. Nota di merito: niente coperto. E l’anatroccolo non sembrerà più così brutto; e perfino il personale, alla fine, simpatico.

Aperto a pranzo e a cena tutti i giorni. Chiuso il sabato a pranzo e l’intera domenica.

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