La storia dell’olio nel Lazio si intreccia con quella dell’antica Roma. Già in età repubblicana gli oliveti ricoprivano le colline della Sabina e della Tuscia, alimentando un commercio destinato a diventare strategico per l’economia dell’Impero. Non è un caso che i grandi agronomi latini abbiano dedicato pagine fondamentali a questa coltura. Marco Terenzio Varrone, sabino di nascita, nel “De re rustica” descrive l’olivicoltura come uno dei pilastri dell’agricoltura romana, mentre Columella, nel I secolo d.C., raccomanda di raccogliere le olive al giusto grado di maturazione e di molirle rapidamente per ottenere un olio di qualità superiore, distinguendo già allora tra produzioni pregiate e comuni.
Anche Sallustio, nelle sue opere, cita gli oliveti della Sabina come simbolo di un territorio fertile e prospero. A oltre duemila anni di distanza, quella stessa vocazione continua a caratterizzare il Lazio, dove tradizione, biodiversità e cultura dell’extravergine rappresentano ancora oggi uno dei patrimoni agricoli più preziosi della regione. Qualità che anche quest’anno abbiamo avuto la possibilità di toccare con mano durante gli assaggi per la guida I Migliori Oli d’Italia del Gambero Rosso, realizzata in collaborazione con Banca Monte dei Paschi di Siena, da quest’anno consultabile gratuitamente anche on line.

Dalle colline della Sabina ai Monti Lepini, passando per la Tuscia e le Colline Pontine, la regione custodisce decine di varietà autoctone che danno vita a extravergini molto diversi tra loro che ben rappresentano le relative identità territoriali. La regina è senza dubbio l’Itrana, simbolo del basso Lazio e protagonista anche dell’Oliva di Gaeta Dop, capace di regalare oli fragranti con note di pomodoro verde, erbe aromatiche e mandorla. Nella Tuscia domina invece la Caninese, varietà vigorosa che produce extravergini ricchi di polifenoli, dal carattere deciso che rimanda al carciofo e con un ottimo equilibrio tra amaro e piccante. In Sabina trovano spazio cultivar storiche come Carboncella, Rosciola, Salviana e Raja, che contribuiscono alla complessità degli oli Dop del territorio, mentre Frantoio e Leccino completano il patrimonio varietale regionale.
La campagna olearia 2025/2026 nel Lazio si è presentata in chiaroscuro. Dopo una raccolta partita con qualche settimana di ritardo a causa dell’andamento climatico, si è verificata una flessione produttiva di circa il 10% rispetto alla stagione precedente arrivando a circa 15mila tonnellate di olio. Con i suoi 80mila ettari di oliveti, di cui 12mila coltivati in regime biologico il Lazio conferma il suo ruolo di territorio d’eccellenza con quattro Dop (Canino, Sabina, Tuscia e Colline Pontine), l’Igp Olio di Roma e un patrimonio di varietale invidiabile.
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