Nuove aperture

A Roma chiude l’osteria segreta dell’Appio Latino. Ora rinasce come locale “normale”

Dopo 15 anni l’Osteria Numerosette chiude i battenti, ma la storia di Francesco Mastio e Natascia Papaleo riparte poco distante con Mocambo: pochi coperti e una cucina concreta che a Roma mancava

  • 29 Maggio, 2026
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Partiamo dalla cattiva notizia. Lo scorso febbraio l’Osteria Numerosette di via Albano, a Roma, ha chiuso. Un ristorante con una sua nutrita cerchia di ammiratori, ma non chiacchierato dalle cronache. Niente pr, pochi social, mai un comunicato stampa, nessun featuring con colleghi da Copenaghen, niente eventi, podcast o interviste. Solo normale e quotidiana ristorazione, pienone fisso nei fine settimana, per 15 anni l’Osteria Numerosette è stata il segreto meglio celato dell’Appio Tuscolano. La buona notizia è che, in forma differente, riapre: nuovo nome, Mocambo, altro indirizzo, via Luigi Tosti, stessa squadra, Francesco e Natascia.

Se un ristorante non appare, esiste?

Dipende da ciò che si cerca. Per Natascia Papaleo e Francesco Mastio, la coppia al timone dell’insegna, lei in sala, lui in cucina, un ristorante può esistere solo così. Concreto, tangibile, clienti che conosci da anni, che ai tuoi tavoli hanno goduto, festeggiato e litigato, che hanno portato a mangiare genitori e suoceri, che con te, tra una portata e l’altra, hanno condiviso gioie e pure i dolori. Tutto bello, appassionante e profondamente umano. Ma allora perché chiudere? Perché un locale è fatto principalmente di conti e se i conti non ti lasciano, nemmeno dopo anni, tranquillo, allora ti devi porre delle domande.

la sala del nuovo Mocambo

La sostenibilità di un piccolo ristorante

C’era una volta il piccolo ristorante italiano. Locali (mura) di proprietà da generazioni, madri, figli, zie, generi al lavoro tra cucina e sala. Un meccanismo oliato, che ci ha reso famosi nel mondo anche per l’incredibile rapporto qualità-prezzo delle nostre cucine. Poi qualcosa ha cominciato a scricchiolare: i figli vogliono studiare alla Bocconi e non dedicare la vita a un’attività 7/7, le insegne storiche non hanno eredi, si vende, spesso si affitta.

Nelle grandi città i costi di apertura crescono a dismisura, il Covid, il Giubileo, la gentrificazione, proprietà immobiliari concentrate nelle mani di pochi, la pressione fiscale e la carenza di personale fanno il resto. Il caso di Papaleo e Mastio è lampante: i due avevano inizialmente aperto il locale con altri soci, l’uscita dei quali è stata uno dei tanti imprevisti – insieme alla pandemia – che ha reso per loro l’impresa sempre più faticosa e complicata, nonostante, come dicevamo, il ristorante abbia sempre lavorato alla grande.

La nuova vita dell’osteria nascosta all’Appio Tuscolano

L’occasione di cambiar rotta arriva a inizio 2026 con la proposta di acquisto dell’attività di via Albano. Papaleo e Mastio trovano la quadra e decidono di cogliere l’occasione per ricominciare, prendono in gestione un nuovo locale, poco distante dal precedente: siamo sempre nel quartiere Appio di Roma, in via Luigi Tosti 29, negli ambienti che negli ultimi due anni hanno ospitato il wine bar Avanvera di Sarah Cicolini e Mattia Bazzurri (che, quindi, altra notizia, ha chiuso). Francesco e Natascia, dicevamo, avvisano i clienti affezionati (sono tanti!) e fanno un’ultima cena – affollatissima – all’Osteria Numerosette.

Una cucina concreta con gran rapporto qualità/prezzo

E qui veniamo alla cucina. Come mai tanto successo tra la clientela? Anche in questo caso c’entra qualcosa la concretezza. Mano raffinata, colta, abile a spaziare tra varie tradizioni italiane quella di Francesco Mastio: sensibilità sul pesce, l’anima sarda delle sue radici, la verve calabrese di Natascia, tocchi da altre terre come il tonno di coniglio di ispirazione piemontese, ad esempio, o il paté di fegatini, due signature dell’Osteria.

E una creatività misuratissima, a impreziosire con personalità piatti concepiti classicamente come veri e propri piatti, non come sequele di ingredienti che stanno bene insieme. Una non omologazione nelle scelte anche delle materie prime (all’Osteria si assaggiavano il bisonte o il canguro, a volte) e un rapporto qualità-prezzo di grande soddisfazione.

Il cambiamento: pochi coperti per parlare al quartiere

«Molti clienti credevano che avremmo preso un locale grande, per fare finalmente gli eventi che ci chiedono da anni, ma assolutamente non è quello che vogliamo» ci ha raccontato Natascia Papaleo. I grandi numeri implicano delle infrastrutture aziendali precise, modelli di business che non si possono gestire con poche braccia. E così chi vuole rimanere con i piedi ben piantati a terra si sposta verso attività più snelle, di quartiere: gastronomie, wine bar, ristoranti, pochi coperti, controllabili da chi in prima persona si mette in gioco. Abbiamo raccontato la storia di Scima, qui siamo su un filone simile: il nuovo Mocambo è un posticino intimo, una ventina i coperti all’interno, altrettanti nella graziosa veranda. Non per questo, però, la proposta sarà limitata, anzi.

Il nuovo Mocambo, un locale «normale» che a Roma mancava

La coppia lavora alacremente nel nuovo locale da settimane: ristrutturazione, burocrazia, progettazione del menu e della cantina. La voglia di avere un’attività non rigida, aperta la sera e, nel fine settimana, anche a pranzo, ma adatta pure per un bicchiere prima o dopo cena, magari accomodati al bel bancone. Nel menu proposte molto interessanti, come peperoni tonnati e triglia marinata in saor moderno; tubetti Mancini in ristretto di zuppa di pesce; terrina di agnello con melanzane laccate all’orientale; anatra maturata al whisky e ciliegie, ma non mancheranno piatti vegani.

Apertura ufficiale prevista per il 2 giugno. I clienti affezionati non vedono l’ora: le tavole solide sono ormai talmente rare nei panorami urbani che l’apertura di un locale normale, con una visione di lungo periodo, per una fetta di Roma è l’evento dell’anno.

Mocambo – via Luigi Tosti, 29 – Roma – cell. e whatsapp 347 6514064 – dal 2 giugno 2026

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