Storie

"Mi dissero che il mio olio era difettato": oggi produce uno dei migliori extravergine d'Italia

A 23 anni entra per la prima volta in un frantoio. Poi la bocciatura a un concorso e dieci anni passati a studiare l'assaggio: oggi Daniele Lepori è tra gli artefici del rilancio del Frantoio di Montalcino

  • 08 Giugno, 2026
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Daniele Lepori non viene da una storica famiglia di frantoiani, anzi: lui in un frantoio c’è entrato per la prima volta a 23 anni e soltanto allora ha cominciato a scoprire l’olio extravergine di qualità. Dopo anni trascorsi tra Torino e Roma, mentre frequenta Giurisprudenza, capisce di essere stanco della vita metropolitana e propone al padre di acquistare un’azienda agricola a Castel Del Piano, nel Grossetano, dove vive ancora oggi. «Il primo frantoio è stato il Molinetto Pieralisi che lavorava 80 kg all’ora. Un “giocattolo” con il quale ho molito 400 quintali di olive lavorando 19 ore al giorno».

Da studente di Giurisprudenza a produttore di un grande olio

Ostinazione e dedizione vengono presto notate dal Cavalier Gennaro Pieralisi, all’epoca titolare della storica azienda costruttrice di frantoi, che gli propone di passare a un impianto più performante, ritirando quello precedente e valutandolo come nuovo. Quella stessa determinazione tre anni fa lo porta a rilevare, insieme ad altri due imprenditori, lo storico Frantoio di Montalcino, che oggi lavora l’80% delle olive della zona. Dopo un importante intervento di rinnovamento, l’azienda ha ottenuto il riconoscimento di “Novità dell’Anno” nella guida I Migliori Oli d’Italia 2026/2027, e oggi l’impianto è un vero centro di ricerca e sviluppo, oggetto di continue sperimentazioni che stanno coinvolgendo anche l’Università di Perugia.

La sfida che molti consideravano una follia

Una delle innovazioni più importanti è sicuramente il sistema di raffreddamento: «Ho fatto installare un “chiller” in tutte le componenti del frantoio tranne la gramola. Attraverso la refrigerazione andiamo a contrastare tutti i principi di ossidazione che possono avvenire in fase di lavorazione» ci spiega Lepori. Un sistema ingegnoso che permette di avere una stabilità dei profumi e una shelf life dell’olio (il tempo di conservazione) maggiore rispetto a una normale lavorazione.

Un modus operandi sul quale si è espresso dubbioso anche lo stesso tecnico che ha installato l’impianto. «Mentre lo stava montando mi ha detto che non sarebbe uscito un filo d’olio da lì e che stavo facendo una pazzia. Oggi mi porta tutte le olive che produce». Un cambiamento che si riflette anche nei numeri: il frantoio è passato dai circa 500 quintali lavorati annualmente dalla precedente gestione ai 7.000 di oggi.

Quella bocciatura che ha cambiato tutto

Il nome dell’olio di punta è figlio di una storia d’amore, ma anche di una incredibile casualità anagrafica. L’etichetta, infatti, è dedicata alla moglie di Daniele, Rachele Brunello: «Se ho continuato a fare olio è grazie a lei che mi ha spronato a non mollare dopo una brutta esperienza professionale e personale». Si dice spesso che dopo una caduta non si può far altro che rialzarsi ed è quello che in un certo modo è successo anche a Lepori. Nel 2010 decide di partecipare a un importante concorso oleario, ma il suo olio viene scartato perché considerato difettato. Un giudizio difficile da accettare, che nella sua testa ha messo in discussione tutto il lavoro svolto fino a quel momento.

La moglie che gli cambia la vita (e l’olio)

La moglie decide allora di iscriverlo, a sua insaputa, a un corso per diventare assaggiatore d’olio: «Non smetterò mai di ringraziarla. Ho buttato due cisterne di olio difettato e mi sono chiuso per 10 anni in frantoio. Mi si è aperto un mondo. Tutti dovrebbero fare un corso di assaggio dell’olio» ci confessa Lepori. Il nome “Brunera” nasce quindi grazie alla moglie, di origine veneta, e non ha alcuna attinenza con il famoso vino.

«Non userò il vino per vendere olio»

Anche dal punto di vista dell’approccio al marketing e alla vendita le idee in azienda sono molto chiare. «Noi vogliamo fare lo stesso percorso virtuoso che ha fatto il Brunello di Montalcino, ma non vogliamo usare il vino come vettore commerciale per piazzare l’olio. Sono due prodotti troppo diversi per essere messi a paragone». Una grande lucidità sia sul fronte produttivo che su quello commerciale: l’intenzione è quella di potenziare il brand dapprima in Toscana e poi a livello nazionale. «Montalcino mi ha accolto come un figlio e penso che, per poter andare fuori, dobbiamo essere prima forti e credibili nel nostro territorio, e in tutta Italia». Un passo alla volta, quindi, ma senza salti nel vuoto.

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