Storie

Il piatto unico dedicato a Sant’Antonio che in Umbria è simbolo di beneficenza

Un rito collettivo che unisce fede, cucina popolare e solidarietà, nato nell’Ottocento e ancora oggi al centro della vita comunitaria di Santa Maria degli Angeli

  • 17 Gennaio, 2026
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Pasta, carne e frutta tutte servite insieme. No, non è “un’americanata”, ma una tradizione lunga più di 150 anni che fa parte della storia dell’Umbria. A Santa Maria degli Angeli questa usanza nasce come gesto di fede e atto di solidarietà: è il Piatto di Sant’Antonio, servito ogni anno in occasione della festa dedicata al santo protettore degli animali. Un appuntamento che intreccia storia locale, tradizione gastronomica e beneficenza, e che da generazioni riunisce la comunità angelana attorno a un piatto ricco e abbondante.

Santa Maria degli Angeli è una frazione di Assisi, adagiata nella pianura umbra ai piedi del Monte Subasio. Luogo di passaggio e accoglienza, si è sviluppata attorno alla grande Basilica che ne custodisce il valore spirituale. Tra Ottocento e Novecento rappresentava uno snodo strategico per le diligenze postali e, successivamente, per le ferrovie: un centro attraversato da commercianti e viaggiatori, ma anche esposto alle crisi economiche e sanitarie dell’epoca. Tra queste, un’epidemia di peste equina che tra il 1850 e il 1860 colpì duramente la città, piegando economicamente molte famiglie per le quali i cavalli erano il principale mezzo di lavoro e spostamento. In una comunità profondamente legata alla tradizione cattolica, la risposta fu quella di affidarsi a Sant’Antonio Abate, protettore degli animali, per chiedere un miracolo. E il miracolo, secondo la tradizione, arrivò.

Riti e processioni

Alessandro Mencarelli, erede di una tradizione familiare che si tramanda da generazioni, racconta che proprio da quel momento nacque il Piatto di Sant’Antonio: “Per ringraziare il santo, gli angelani iniziarono a offrire un piatto caldo ai più bisognosi. All’inizio era un gesto dei singoli, di chi poteva permetterselo; oggi è l’intera città a farsene carico”. Con il tempo la festa si è evoluta, strutturandosi attorno alle prioranze, antiche forme di organizzazione comunitaria che danno vita a una celebrazione cittadina della durata di dieci giorni. Serate in taverna, momenti conviviali, processioni e riti di investitura scandiscono un calendario condiviso, a cui partecipano le famiglie del paese e che rafforza il senso di appartenenza e continuità.

Al centro di questo rito collettivo continua a esserci il Piatto di Sant’Antonio, un pasto unico, servito tradizionalmente nello stesso piatto, rigorosamente di ceramica. La pietanza comprende rigatoni al sugo di carne, salsicce arrosto, polpette in umido arricchite con pinoli e uvetta, carne di manzo ai ferri, il tutto accompagnato da pane, mele, arance, vino rosato delle taverne e acqua. “Un pasto sostanzioso e di festa, che potesse onorare il santo e sfamare chi ne aveva bisogno”, lo descrive così Alessandro. Se un tempo erano le prioranze a cucinarlo e a servirlo alla cittò, ora quasi tutti i ristoranti di Santa Maria degli Angeli e dintorni aderiscono all’iniziativa, trasformando il paese in una grande tavola condivisa.

La dimensione solidale resta viva ancora oggi. L’associazione Ex priori affianca ogni prioranza e promuove iniziative benefiche concrete durante tutto l’anno. Tra queste, la cena di solidarietà, il cui ricavato viene destinato alle fasce più vulnerabili della popolazione: quest’anno sono state scelte la scuola di Santa Maria degli Angeli per i bambini con bisogni educativi speciali e la casa di riposo “Andrea Rossi” di Assisi. Così il Piatto di Sant’Antonio continua a essere ciò che è sempre stato: un gesto capace di sfamare tanto le pance quanto le anime.

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