Che il servizio fosse eccellente lo sapevamo già. La verità, però, è che TAC – Thin and Crunchy non è solo una delle pizzerie più buone di Roma, ma anche il posto dove andare se si vuole stare bene – anzi, benissimo – con i bambini. E gran parte del merito è della squadra eccezionale di ragazzi e ragazze (soprattutto donne) con una premura fuori dal comune.
Siamo a Mostacciano, quartiere residenziale di Roma Sud dove una buona romana contemporanea si faceva desiderare. Poi per fortuna nel 2024 ci hanno pensato Pier Daniele Seu e Valeria Zuppardo a creare uno spazio moderno, elegante, dove mangiare una tonda sottile condita con i topping che abbiamo imparato ad amare nella sede di via Bargoni (da poco interamente ristrutturata).

Photo credit: Slevin
Stessa anima, impasti diversi (attualmente, quello di Tac è in splendida forma: leggerissimo e cotto a puntino), gli ambienti dialogano tra loro ma soprattutto condividono la stessa idea di ospitalità. Il personale delle due pizzerie è gestito con grande rigore da Valeria, la donna che ha saputo portare il talento di Pier Daniele sotto i riflettori. Da Tac, però, le famiglie trovano qualcosa che va oltre una buona pizza: la voglia di fermarsi e quella di tornare.
I bambini, qui, sono davvero i benvenuti, un dettaglio purtroppo non scontato. Soprattutto, i genitori non vengono mai fatti sentire fuori posto davanti a un capriccio, un momento di stanchezza o un po’ di riservatezza. Dietro questo modo di lavorare c’è innanzitutto Zuppardo che, insieme a Daniele Campagna, manager di Seu, pensa alla formazione dei ragazzi. Una formazione che conta moltissimo, ma il senso di cura e la capacità di accorgersi degli altri non si insegnano fino in fondo. Alcune cose, semplicemente, appartengono alle persone.

Daniele Campagna
Del personale di sala si parla quasi sempre al plurale. Chi serve ai tavoli viene raccontato come un gruppo indistinto: li chiamiamo «lo staff», come fossero intercambiabili, fatta eccezione per i grandi maître di un tempo, quelli più famosi. E invece un nome ce l’hanno, e vale la pena scriverli una volta tanto, perché quel lavoro invisibile che fa funzionare l’attività merita di essere riconosciuto. Martina Bianconi, Margherita Zuccardi, Flavio Gne, Emiliano Fenili al bar, Elisa Sofia Rocchi in cassa. Persone che sanno anticipare un bisogno con una naturalezza disarmante.

Tornare con il mio bimbo da Tac ha avuto un sapore diverso. L’ultima volta era ancora nella pancia, e già allora l’attenzione era stata incredibile: prima ancora che lo chiedessi, mi hanno comunicato che avrebbero eliminato qualsiasi ingrediente crudo (stesso trattamento mi è stato riservato da Seu, esattamente una settimana prima dal parto). Non ho dovuto chiedere nulla, né sentirmi in dovere di spiegare. Tutto è filato liscio come fossi a casa mia. Per me, che ho vissuto una gravidanza piena di paure anche a tavola, poter finalmente rilassarmi e smettere di controllare tutto è stato un sollievo che non ho dimenticato.

Elisa Sofia Rocchi, foto di Andrea Di Lorenzo
Poi, quando torni con il bambino in carne e ossa, ti accorgi che quella cura non era stata un’eccezione. Nessuno sbuffo se il piccolo piange, nessuna fretta di liberare il tavolo, nessuna occhiata infastidita. Al contrario, c’è sempre qualcuno che prova a distrarlo nell’attesa, che ti fa sentire un cliente e non un problema da gestire.
Chi ha figli piccoli lo sa: spesso non si sceglie un ristorante per quello che si mangia. Si sceglie un posto dove non ci si senta giudicati. Dove un lamento non diventi motivo d’imbarazzo e dove una cena possa assomigliare davvero a un momento di piacere. E da TAC, tutto questo, succede, tanto che c’è chi lì trova persino il coraggio di andare a cena da solo con i bambini. Perché tanto sa che troverà uno squadrone pronto ad aiutarlo.

«Senti, che ne dici di un po’ d’impasto crudo? Così gioca un po’ e tu riesci a stare seduta» mi hanno suggerito a un certo punto dopo che il mio bimbo – diventato ufficialmente quello che oggi chiamano «toddler», ovvero non più bebè ma neanche un bambino grande, in una parola: un piccolo distruttore – voleva andare a vedere la fiamma del forno per l’ennesima volta.
Anche lì nessuno si è scomposto. Nessuno sguardo scocciato, anzi: «Dai, da qui vede meglio. Fallo affacciare». L’escamotage dell’impasto crudo ha funzionato, la “Friggi-Thai” (opzione vegetariana squisita) ha reso la cena memorabile, ma prima ancora una cameriera dopo l’altra aveva provato a conquistarlo.

Friggi-Thai
«È timido, vero?». Ho capito in quel momento che non avrei avuto bisogno di parlare. Due sguardi e lo avevano già inquadrato, non c’era bisogno di raccontare perché ci mettesse un po’ a fidarsi degli sconosciuti. «Non importa, a poco a poco ci conosceremo». E così è stato. Prima ha iniziato con il verso del pesciolino, dedicato a Elisa Sofia che aveva cercato di distrarlo con una rana in cassa (che lui, evidentemente, aveva deciso fosse un pesce). E poi quello dell’ape («bbbzzz bbbzzz»), lo stesso che fa quando finge di versare l’olio nella sua cucina di legno minimal chic (sei veramente un genitore Millenial se non fai cucinare tuo figlio?). Ci sono stati gli adesivi attaccati sulla mano, gli sguardi puntati di nascosto su Valeria al tavolo accanto, di cui si era segretamente innamorato.
Ci sono state risate, tante. I suoi primi passi, ancora per mano, che a poco a poco si fanno più sicuri, tra i tavoli di quel locale di Mostacciano dove riesco a immaginarlo crescere, tra una pizza di fine anno e quella sacra del venerdì sera in famiglia.

Foto di Andrea Di Lorenzo
C’è stata una famiglia giovane, relativamente nuova, che si sta ancora scoprendo. C’è stata una mamma che ancora allatta e che, a volte, si ritrova a mangiare con un bimbone attaccato al seno o aggrappato alla gonna, al suon di un “mammaaaaa” che si fa sempre più insistente. Che sceglie quasi sempre gli stessi indirizzi, non per rinuncia, ma perché convinta nel profondo che a dettare i tempi debbano essere i bambini.
Per questo, oggi, finisco per tornare nei posti dove so già che staremo bene. Perché continuo a pensare che i bambini non debbano abituarsi, adattarsi, resistere. Devono poter essere, semplicemente, bambini.

Valeria Zuppardo e Pier Daniele Seu
Una collega mi ha chiesto se quella di TAC fosse la pizza romana più buona della città. Il ricordo della salsa allo yuzu dosata alla perfezione è ancora vivo, la polvere di olive nere della “Peperone Tonnato” meriterebbe di entrare in qualsiasi cucina. Ma in fondo non lo so se sia la più buona.
So, però, che è una pizzeria in cui il servizio è all’altezza dell’impasto. Un posto di cui hai voglia di parlare ancora e ancora, non tanto per i gusti ma per le persone che te l’hanno fatto ricordare.
TAC Thin and Crunchy – Roma – via Fiume delle Perle, 136/138 – seupizza.com/
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