Nightlife

Che fine ha fatto la notte? Viaggio nella Roma che non vuole andare a dormire

Abbiamo attraversato Roma dal tramonto all'alba, tra cocktail bar, locali, pizzerie, panini e cornetti, per capire come è cambiata la vita notturna dopo il Covid, i social e le nuove regole

  • 27 Luglio, 2026
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Quando arriviamo da Freni e Frizioni sono le dieci e un quarto, non è neanche la metà di aprile ma la serata è calda e i tavoli nella piazzetta sono quasi tutti occupati; il brusio leggero sale a ondate mentre dentro invece è tranquillo: è solo martedì in un orario che non è presto e non è ancora tardi. Qualsiasi cosa si intenda per tardi: le undici? mezzanotte? oppure quella fascia compresa tra un giorno già passato e uno non ancora cominciato? Da Freni le porte si aprono alle 18.30 con il rito dell’aperitivo che loro stessi hanno introdotto a Roma nella formula “mangiata” ormai una ventina di anni fa. È uno dei momenti più affollati ancora oggi, soprattutto quando si può vivere all’esterno, con la luce del giorno che si smorza lentamente, l’ora di cena invece è più calma, poi si riparte.

Che fine ha fatto la notte romana?

Nel fine settimana dalla prima sala scompaiono i tavolini per lasciare libero il bancone che gira a pieno ritmo, in un sabato qualsiasi si servono anche più di mille drink: spritz, gin tonic, negroni sono i più venduti, poi ci sono i sour, senza contare il boom dei distillati messicani con il traino di paloma e margarita che hanno ormai quasi sostituito del tutto il mojito, e il rum è rimasto un po’ indietro. I classici, che non stanno neanche scritti in menu, stanno sui 10 euro, al massimo si arriva a 14 per alcuni signature della drink list dove vincono i twist sul negroni e spritz; è una cifra più che democratica per uno dei bar più famosi al mondo; grandi volumi consentono di un’economia di scala che assicura prodotti di linea buoni e prezzi calmierati, da vero street bar.

Il pubblico premia la policy con una presenza costante, seppur con un andamento ondivago. All’indomani della legge Salvini, per esempio, quella di dicembre 2024 che minacciava “tolleranza zero” per chi si metteva alla guida dopo aver bevuto, c’è stata una grossa contrazione dei consumi – lo abbiamo rilevato in ogni genere di locale – poi però le cose hanno ripreso un andamento più o meno normale.

Cosa è cambiato dopo il Covid

Anche il fattore economico ha un peso, soprattutto se uno vuole fare serata completa: metti in conto spostamenti, parcheggio, aperitivo, cena e dopo cena e superi le 100 euro in un attimo, così tanti hanno ridotto le uscite. «I giovani preferiscono drogarsi», scherza qualcuno (le analisi della Società Italiana Patologie da Dipendenza segnala 5 milioni di italiani a rischio dipendenza, 910mila giovani che “si sballano” regolarmente), come che sia c’è la sensazione condivisa che dopo il Covid siano cambiate le carte in tavola, sia nella bar industry, con tanti che hanno cambiato mestiere, sia tra gli avventori: l’ondata healthy ha spinto verso il low e no alcool (che per Patrick Pistolesi devono essere normalmente in carta nei bar) e nuovi stili di vita. Non è una situazione solo italiana, anzi. Per questo forse, c’è un cambiamento anche nei modi di fruire dell’intrattenimento: il rapporto del Censis su “Il futuro del popolo della notte”, presentato nell’autunno scorso a Firenze da SILB-FIPE (il Sindacato Italiano Locali da Ballo) racconta un’Italia che ama uscire: l’88,7% degli italiani frequenta la vita serale per svago, il 38,8% lo fa per ballare, e uno su tre sceglie la discoteca come luogo privilegiato di aggregazione. «Non è più l’unica opzione disponibile – sottolineano – ma rimane un simbolo».

La notte è virtuale

Ma non c’è più una piazza in cui incontrarsi: ai giovanissimi basta quella virtuale a dare l’idea della socialità, vera o presunta che sia. «Sono cambiati i modelli ricreativi» dice Riccardo Rossi, uno dei soci di F&F «il bar dove vai per un drink in questo momento sta scomparendo, ora vanno posti più polifunzionali, dove si parte la mattina con le lezioni di yoga, il light lunch, l’aperitivo, cena e dopo cena; tipo il Sanctuary». Chiuso in seguito a un’ispezione.

Non è un caso isolato: quest’anno – qualcuno lo chiama effetto Crans Montana – c’è stata un’impennata di controlli sulle discoteche che hanno rivelato illeciti di vario genere: dalla sicurezza al sovraffollamento, dalle irregolarità negli impianti ad altre di tipo amministrativo. Tanti provvedimenti, chiusure più o meno temporanee a raccontare un giro di vite su un settore che ha il suo bel da fare per contrastare abusivismo e normative ritenute penalizzanti (come il divieto di somministrazione di bevande alcoliche dopo le ore 3, oggetto di un ricorso appena depositato dagli operatori del settore del SILB-FIPE il Sindacato Italiano Locali da Ballo presso la Commissione europea).

A Roma i locali da ballo sono sempre meno

Non è più il tempo delle discoteche. Via Libetta, per esempio, un tempo cittadella del ballo, adesso conta una manciata di indirizzi, tra questi il Circolo degli Illuminati, che chiude i battenti alle 4, il venerdì e sabato alle 5, ma anche qui la serata comincia presto, proprio come diceva Rossi: dall’aperitivo alla cena fino al drink e ancora dopo, ha tre spazi con altrettante atmosfere e generi musicali diversi, poi il salotto per uno spazio chill, nella stessa zona c’è anche il Rashõmon: archeologia industriale, giardino, cocktail bar e due sale per ballare che accoglie i nottambuli il week end fino alle 5 di mattina con dj set ed eventi.

C’è il Qube a Portonaccio, – a eccezione forse di Shari Vari dietro largo Argentina; Riccardo Bucci (socio di REM con Giulia Castellucci) suggerisce Cieloterra a Ponte Milvio, il members club Campo Magnetico – «che è grande quanto noi» – il Circolo dei Cerchi o Ar Dopo. Insomma per chi vuole ballare qualche posto si trova (al netto di aperture e chiusure sempre dietro l’angolo), sono più locali piccoli per soli soci che grandi club, molti poi sono fuori dal centro difficile dire a un turista che vuole allungare un po’ a serata di spingersi a chilometri di distanza, con il rischio poi di non superare la selezione all’ingresso.

Dopo mezzanotte Roma cambia volto

Freni chiude alle 2, anche se potrebbe restare aperto un po’ di più: preferisce di no, essere l’unico baluardo su strada rischia di trasformarlo in una calamita per una folla di tiratardi non sempre educata a vivere la notte, e il gioco non vale la candela. «All’estero ci sono certi posti in cui trovi tutti: il ragazzo e l’impiegato, il turista e gente un po’ così. Penso ai dive negli Stati Uniti, quelli con i biliardi e le luci basse, che un po’ rough ma alla fine ci vai, o a certi izakaya di Tokyo dove fino alle 3 mangi». Ecco, mangiare fino a tardi è uno dei tasti dolenti. Noi ci spostiamo prima, è quasi mezzanotte e ancora di pizzerie aperte ce ne sono. Su tutte I Marmi, che qualcuno qualche lustro fa ha ribattezzato L’Obitorio (per via dei tavoli di marmo, appunto) e che fino a verso l’una serve pizze sottilissime e supplì croccanti alla vecchia maniera, senza doppia panatura ma con una frittura gagliarda e tosta. A quell’ora nel week end puoi perfino mangiare gyoza in un hotel del centro (il Valadier che fino a mezzanotte e mezza ha un mini menu al Moon Asian Bar).

Dopo la mezzanotte la scelta si riduce, la zona di Trastevere è presidiata tra street food e panini, ma trovi pure un piatto caldo, per esempio alla Caramella – stessa proprietà del Pimm’s Good, per entrambi apertura all day long, cucina romana con qualche deviazione su proposte internazionali; ma alle 2 il Big Ben dice stop. Intanto andiamo al R.E.M., sempre a Trastevere, la walking distance ci mette al riparo da uno dei problemi maggiori della città: i mezzi pubblici. «lo metto tra i tre maggiori problemi anche per il turismo: se uno viene qui a bere per arrivare a Ostiense di sera quanto ci mette? – fa Rossi – se funzionassero bene ne gioverebbero tutti», intente dire commercio, sicurezza personale e stradale. Chissà se una navetta continua tra i luoghi dell’intrattenimento serale potrebbe animare le strade in modo diverso.

Un cocktail di R.E.M.

I club che resistono

Arriviamo da R.E.M. che è passata da poco la mezzanotte, suoniamo, facciamo la tessera ed entriamo. Ci sono 4 drink list che cambiano in base all’ora, ispirate alle fasi del sonno: becchiamo la Deep Sleep. Ci sono un paio di persone al bancone, altrettante ai tavolini, ancora siamo in una fase di calma: qui la serata decolla dopo tra le 2 e le 4 a un certo punto parte con la techno. «Siamo un mezzo club – fa Ricardo Bucci – alla fine abbiamo colmato un gap». È un posto frequentato anche da addetti ai lavori, quelli che chiudono alle 2 e vogliono passare un paio di ore a divertirsi. Si beve bene, si balla, si sta. Per chi ha fame, dietro l’angolo c’è lo spin off: Led Dragon, ispirato alla cultura asiatica e ai luoghi comuni, ha un corner konbini con instant noodles, un piccolo frigo con tramezzini con insalata di patate giapponesi, microonde e cestelli per la cottura al vapore e così via, a breve anche una proposta food più strutturata in una sala riservata.

Led Dragon

Andando verso l’alba

Aperto fino alle 4 è uno degli ultimi rifugi prima dei cornettari, in zona comunque c’è anche il Donkey punch: decine di panini e un banco da pizzicheria da cui attingere per scegliere anche a mano libera, aperto fino alle 4 in genere, è uno dei rifugi dei nottambuli. È un posto rock and roll con la musica nel sangue e nei panini, optiamo per un Van Halen, con porchetta, cipolle caramellate, pomodori secchi, basilico e maionese all’aglio: una bomba. Ci rimette in senso per continuare la notte. Per arrivare al Club Derriere si passa per l’Osteria delle Coppelle, a due passi dal Pantheon e da piazza Navona, apri un armadio e ti trovi in un mondo parallelo, uno spazio buio, poltrone, divani e bauli e un bancone dietro una griglia di ferro. Le regole del locale ci ricordano il padre di tutti gli speakeasy: il Jerry Thomas, poco lontano.

Niente insegna, ma un campanello in ottone su un portoncino di Vicolo Cellini. Parola d’ordine e atmosfera anni ‘20, è uno dei ritrovi del popolo della notte, quello che si vuole rilassare e fare due chiacchiere davanti a un drink: divani, luci soffuse, e un gran bere: ispirazione proibizionismo, cocktail di grande classe.

Gli interni del Jerry Thomas, Foto: Alberto Blasetti

Dove mangiare quando tutti hanno chiuso

Atmosfere anni ‘20 anche per il Barber Shop, lato B di un barbiere che nasconde un secret bar dove non è raro incappare in musica dal vivo sotto il soffitto a volta di mattoncini. Da lì al Merulana Caffè la distanza è poca: menu ampio, a metà tra pub e trattoria con tanto di lista di “piatti epici per una fame vera” fino a circa le 4 del mattino. Un altro storico ricovero per i nottambuli affamati è La Base di via Cavour, ambiente da pub e piatti robusti. Dopo quell’ora di posti dove mangiare ce ne sono pochi, alcuni bar aperti tutta la notte non sempre sono ben frequentati.

Il tipico maritozzo con la panna

Il Maritozzaro in alcuni giorni della settimana è aperto h.24, lo stesso Kebab Station entrambi verso la Stazione Trastevere, quasi a Porta Portese. Per chi arriva all’alba affamato come un drago non c’è niente di meglio, noi stavolta passiamo anche perché a questo punto manca poco perché i forni alzino la serranda: è un simbolico passaggio di consegne tra chi finisce tardi e chi comincia presto. A questo punto abbiamo una fame irreale, come sono irreali certi orari per chi non è tanto abituato a fare le ore piccole. Non sai se è tardi o già presto, non sai se dire buongiorno o buonasera. Indecisi tra un tramezzino e un panino alla fine ci prendiamo un maritozzo: un carico di zuccheri che non sappiamo se ci darà la botta finale per andare a dormire o ci farà saltare come un grillo.

Il fenomeno del soft clubbin

Nel frattempo schiarisce e la città si rimette in moto, l’alba diventa mattina piena e a me pare di aver vissuto un giorno e mezzo. Al rientro quasi inciampiamo in chi si dirige verso una dance hall mattutina. Il soft clubbing è il fenomeno del momento, arrivato anche a Roma: si balla tra cornetti e cappuccini, l’idea mi piace ma qualcosa non mi torna; come la mettiamo con le licenze, la capienza, le uscite di sicurezza e tutte le altre norme? Se pensiamo che siano regole inutili allora che saltino per tutti, invece il giro di vite degli ultimi mesi va in direzione opposta. Personalmente mi piacerebbe di più se il soft clubbing fosse una occupazione pacifica degli spazi, se significasse riappropriarsi della città, più che rinunciare a quell’alterità che concedono le tenebre.

Perché in tutto questo c’è una cosa che rimane fuori: la notte. «Di notte sono nate grandi idee, ai tavoli di un bar si sono stretti accordi e create storie. E invece pare che sia sempre demonizzata» dice Riccardo Rossi. Fare nottata non è solo andare a bere o a ballare; la notte è quello spazio sospeso in cui puoi essere chi vuoi, cosa vuoi, dimenticare gli obblighi quotidiani, la giacca e la cravatta e ritrovare te stesso. Dunque va bene ballare la domenica mattina in spazi nuovi, ma va bene anche lasciare che la notte continui a essere quello spazio libero in cui esercitare il diritto di essere se stessi, oppure qualcun altro. Allora chiediamoci: siamo davvero disposti a contrattare su questo?

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