Si fa presto a dire vino senza alcol. In realtà, siamo tornati da Vinitaly con una certezza: se il dealcoalto italiano esiste, di dealcolato made in Italy (nel senso di prodotto realmente in Italia) ancora non ce n’è, nonostante il decreto legislativo dello scorso dicembre.
I tanti produttori che quest’anno lo hanno proposto in fiera – tra cui molti neofiti – continuano a produrlo all’estero e chi ha già investito in un impianto di dealcolazione dentro i confini nazionali non ha nascosto dei problemi a iniziare il percorso.
A mancare non sono altri decreti, ma semplicemente le autorizzazioni alla produzione, con appostivi aggiornamenti della licenza fiscale, che devono essere rilasciate dagli ufficiali territoriali. «In pratica – spiega al Gambero Rosso Marco Tebaldi che a Verona ha lanciato la nuova società di dealcolazione Wnc – l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli non ha ancora diramato le indicazioni alle sedi locali. Si dovrebbe, quindi, andare ad interpretazione, ma siamo sicuri che si tratta di blocchi facilmente superabili».
Fa riferimento ai ritardi anche Fedele Angelillo, amministratore delegato di Mack & Schüele Italia Spa, con uno stabilimento in Puglia pronto a partire con una capacità di 8 milioni di bottiglie: «In passato abbiamo bevuto delle porcherie, ma oggi le tecnologie sono all’altezza. Per questo abbiamo creduto in questo investimento, nonostante i problemi organizzativi ancora in corso».
«Ci sono aziende un filo più avanti di noi che ci parlano di qualche intoppo a fine percorso – aggiunge Massimo Romani di Argea che sta lavorando per un grand impianto nel Nord-Italia – Quindi, anche per avere indicazioni chiare, abbiamo deciso di fermarci un attimo, il tempo che le Agenzie in questione risolvano gli intoppi, per poter partire senza ulteriori indugi entro fine anno».

Marco Tebaldi – enologo
A chiudere il cerchio di pensa il segretario generale di Unione italiana vini Paolo Castelletti: «La questione dell’Agenzia delle dogane non si è ancora sbloccata, ma il motivo è semplice: è una questione che si affronta per la prima volta. Diciamo che siamo ancora in una fase di rodaggio, dove – da quel che ci risulta – la Puglia ad oggi è più avanti rispetto al Veneto». Da qui l’appello: «Quello che chiediamo è che intervenga la stessa Agenza delle Dogane con delle linee guida valide per tutti, in modo che la questione venga trattata in modo uniforme in tutti i territori».

Lato cantine, il nuovo segmento sta facendo sempre più proseliti. Tra i nuovi debutti a Vinitaly c’è stato quello di Montelvini 0% alcohol free sparkling: bollicina analcolica, senza zuccheri aggiunti, a basso contenuto calorico, vegan e gluten free, provenienti da riesling.
«Lo scorso anno avevamo proposto un low alcol a nove gradi che è andata molto bene all’estero, meno in Italia – dicono Alberto e Sarah Serena, rispettivamente amministratore delegato e direttore generale di Montelvini – Sullo zero alcol, invece, abbiamo registrato grande interesse: lanciato sei mesi fa, siamo già ad una produzione di 40mila bottiglie con parecchie richieste soprattutto nel Nord Europa, ma anche sul mercato domestico. Siamo partiti perché abbiamo capito che poteva essere il momento giusto, ma non ci aspettavamo tutta questa trasversalità». Al momento, la cantina veneta, che ha anche lanciato dei cocktail base vino dealcolato, non pensa ad una produzione dentro i confini nazionali: «La dealcolazione, per ora, la facciamo in Germania, ma in futuro potremmo anche pensare di spostarla in Italia: sono investimenti importanti da valutare per bene».

Anche Caviro ha presentato a Verona un nuovo prodotto dealcolato. In questo caso si tratta del low alcol Tavernellow, pensato per la Gdo prodotto in provincia di Modena, in moderno impianto di dealcolazione dalla capacità potenziale di 9 milioni di bottiglie annue.
Tra gli ormai i veterani del no alcol, c’è la cantina veneta Mionetto, la cui produzione dealcolata continua, però a restare fuori dai confini nazionali: in Germania. «Sul portare la produzione in Italia faremo una riflessione non appena si arriverà alla messa a terra definitiva – dice l’amministratore delegato Alessio Del Savio – ma ovviamente ci sarà da fare anche una valutazione dei costi. Intanto, abbiamo riscontrato un grande interesse in fiera sia sulla parte no alcol, sia su quello low e sui cocktail a base vino».
Sull’onda dell’entusiasmo, c’è anche chi torna alla carica con la rivendicazione del varietale anche per i no e low alcol, se non l’estensione per le Igt e le Doc. «Citare il varietale ci darebbe una mano per ancorare il vino al territorio e al vitigno», butta là Romani di Argea. Gli fa eco Angelillo di Mack & Schüele Italia Spa: «Sarebbe importante aprire anche per le denominazioni, almeno a livello di Igt».
Un percorso in salita che non rientra ancora nel ventaglio delle possibilità, come ricorda Castelletti: «Difficile che si possa parlare di vitigno nel caso del no alcol, maggiori possibilità potrebbero esserci per quanto riguarda i low alcol: una questione – promette alla filiera – che porteremo avanti al prossimo Tavolo del vino».
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