9 Feb 2017 / 16:02

Il cibo del futuro. Come cambiano le coltivazioni e cosa può fare la scienza: la riscoperta delle specie perdute

Surriscaldamento globale vs consuetudini agricole. Oggi consumiamo circa 150 specie vegetali su un patrimonio di 50mila alternative commestibili, ma l'emergenza climatica potrebbe ridimensionare alcune delle coltivazioni più importanti per la nostra alimentazione. E come risponde la scienza? L'approfondimento di Focus. 

Il cibo del futuro. Come cambiano le coltivazioni e cosa può fare la scienza: la riscoperta delle specie perdute

Surriscaldamento globale vs consuetudini agricole. Oggi consumiamo circa 150 specie vegetali su un patrimonio di 50mila alternative commestibili, ma l'emergenza climatica potrebbe ridimensionare alcune delle coltivazioni più importanti per la nostra alimentazione. E come risponde la scienza? L'approfondimento di Focus. 

L'agricoltura dal Neolitico ai giorni nostri

È una bella riflessione sul valore intrinseco dell’agricoltura nella storia dell’uomo quella pubblicata su Focus qualche giorno fa, che dalla innata attitudine alla selezione delle specie più vantaggiose per resa e qualità nutrizionali si spinge fin a considerare gli scenari del presente e il cibo del futuro. E un focus sull'evoluzione delle specie vegetali domesticate, quelle di cui abbiamo imparato a nutrirci migliaia di anni fa, nel Neolitico, quando i progenitori dei nostri contadini selezionarono una buona parte delle piante selvatiche che poi sono entrate nella consuetudine rurale. Di fatto, molti dei prodotti che oggi finiscono sulle nostre tavole, o comunque i loro antenati, come il teosinte, da cui discende il granturco. E stupisce considerare che di oltre 50mila specie vegetali commestibili presenti in natura, la nostra alimentazione ne contempli solo 150, con il dominio incontrastato di tre colture senza le quali l'uomo contemporaneo non sarebbe in grado di sopravvivere: mais, frumento e riso. Date queste premesse, prosegue l'analisi di Focus, il cambiamento climatico che preoccupa gli esperti di tutto il mondo potrebbe essere un rischio da non sottovalutare. Per un assunto piuttosto evidente: se il clima si fa più instabile, poter contare su poche colture ci lascia in balia degli eventi, senza considerare che proprio cereali e legumi si stanno dimostrando particolarmente soggetti alle insidie metereologiche, più vulnerabili a parassiti e malattie.

 

Gli effetti del cambiamento climatico

E dati alla mano il quadro si fa più chiaro, con il raccolto di soia in diminuzione del 30% entro il 2050, quello di frumento di una percentuale più contenuta, ma comunque importante (- 7,5%), considerando il suo ruolo strategico nell'alimentazione globale. Sin qui la situazione data. Ma ciò che più sembra interessante indagare è ciò che verrà, la possibilità di tornare a intervenire sulla natura perché sia più preparata a rispondere alle sollecitazioni esterne. Si potrebbe obiettare che questo non significhi affrontare il problema alla radice – adottando, per esempio, comportamenti più responsabili per arginare il cambiamento climatico, prendendosi cura del pianeta – ma se il valore etico di questa “missione” resta indubbio, certo intanto gli scienziati si attrezzano per correre ai ripari. Come? Attraverso il sequenziamento del Dna.

 

Il sequenziamento del Dna. Il contributo della scienza

Ricercando cioè specie antiche di cui si sono perse, o quasi, le tracce, per studiare come ricominciare a coltivarle. L'esempio in evidenza è quello dell'apios americana, una leguminosa molto resistente e versatile, in grado di restituire legumi commestibili e tuberi molto più proteici di una patata. Lo studio è portato avanti dall'Iowa State University. In Kansas, invece, al Land Institute, indagano sull'erba di grano, il kernza. E lo stesso processo, il sequenziamento genetico, è alla base delle ricerche balzate agli onori delle cronache appena qualche giorno fa, che individuano il principale oggetto di interesse nel pomodoro. E nelle sue 398 varietà. Lo studio, che coinvolge scienziati di tutto il mondo, è stato divulgato dalla rivista americana Science. L'obiettivo? Recuperare il “sapore perduto”, quei composti aromatici penalizzati dalle coltivazioni massive, incentivate dal prodotto agricolo di maggior valore economico nel mondo. I pareri in merito all'intervento scientifico sono contrastanti, la matassa tutt'altro che semplice da dirimere. Ma l'ultimo allarme lanciato dalle pagine di The Lancet non può essere ignorato: entro il 2050 il surriscaldamento globale potrebbe causare oltre mezzo milione di morti da cattiva alimentazione. L'attenzione deve restare alta. 

 

a cura di Livia Montagnoli

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