25 Ott 2017 / 12:10

Vino italiano a lutto. Morti Nello Letrari e Leonardo Mustilli, piangono il Trentino e il Sannio

A distanza di poche ore, si spengono due grandi vecchi della viticoltura italiana. Negli anni Sessanta, Nello Letrari avviava la produzione di spumante metodo classico in Trentino; una decina d'anni più tardi, nel Sannio di Sant'Agata dei Goti, Leonardo Mustilli scommetteva per primo sulla Falanghina. 

Vino italiano a lutto. Morti Nello Letrari e Leonardo Mustilli, piangono il Trentino e il Sannio

A distanza di poche ore, si spengono due grandi vecchi della viticoltura italiana. Negli anni Sessanta, Nello Letrari avviava la produzione di spumante metodo classico in Trentino; una decina d'anni più tardi, nel Sannio di Sant'Agata dei Goti, Leonardo Mustilli scommetteva per primo sulla Falanghina. 

Due cantine oggi tutte al femminile. Due cantine della grande Italia vinicola. Due cantine frutto dell'intuizione di due padri fondatori del vino nazionale. A quasi 800 chilometri di distanza l'una dall'altra, Letrari nel Trentino del metodo classico, Mustilli arroccata sulle colline del Sannio, a Sant'Agata dei Goti. Oggi entrambe piangono la scomparsa di chi le ha portate alla ribalta dei riflettori internazionali. Quasi coetanei, rispettivamente classe 1931 e 1929, Nello (Leonello) Letrari e Leonardo Mustilli si sono spenti nelle ultime ore, portando con loro il ricordo di un approccio pionieristico alla viticoltura autoctona, frutto di ricerca, impegno, intuizione.

Letrari e lo spumante in Trentino

Nello Letrari, nato al confine tra Veneto e Trentino, originario di Borghetto Valdadige, è considerato il padre della spumantistica trentina. La sua prima vendemmia risale al 1950, e in quasi settant'anni di attività in vigna ha perfezionato metodi collaudati, che non mancava di reinterpretare alla luce delle strategie più innovative. Fu tra i primi in Italia - negli anni Sessanta - a vinificare in piccole botti di rovere e a elaborare spumante classico. Il passaggio di consegne degli ultimi anni ha premiato la costanza di sua figlia Lucia, enologa, che oggi conduce l'azienda di Rovereto, in grado d'interpretare le tendenze del gusto giovane, con spumanti autorevoli di grande fascino (tra cui il Rosè dedicato alle quattro donne di casa, Tre Bicchieri 2018 sull'ultima edizione della guida Vini d'Italia)

Ma Leonello fu pure pioniere del taglio bordolese in Italia – con il millesimato Fojaneghe del 1961 – e qualche anno più tardi fondò Equipe 5, una delle prime cantine dedite allo spumante classico, nel rispetto di un territorio all'epoca in cerca della propria identità vinicola, per rivendicare un ruolo di peso nella viticoltura nazionale. Eppure Leonello non ha mai ostentato il suo sapere, né tanto meno il saper fare. Rispettosa di questi dettami, la tradizione di famiglia continua con slancio, ma oggi si ferma per l'addio al suo patriarca, che la sua storia l'ha raccontata qualche anno fa a Nereo Pederzolli, nel libro Viti e vini di una vita.

Mustilli e la Falanghina del Sannio

La storia di Leonardo Mustilli, invece, è intrecciata a doppio filo con l'evoluzione della viticoltura del Sannio. Papà della Falanghina, insieme a un gruppo di pionieri che nella seconda metà degli anni Settanta scelsero di scommettere su un vitigno all'epoca destinato principalmente alla distilleria, Mustilli seppe ripensare l'azienda di famiglia sul lancio commerciale della Falanghina, puntando su etichette monovitigno che valorizzassero le peculiarità dell'uva autoctona. A Sant'Agata, nel quartier generale di Palazzo Rainone (oggi trasformato in luogo d'ospitalità, con ristorante e wine bar nelle antiche cantine in tufo), la famiglia di Leonardo era arrivata dalla Costiera Amalfitana, discendente da nobile stirpe. E alla promozione della Falanghina (protagonista del libro edito nel 2005), come del territorio del Sannio, ha dedicato tutta la vita, anche a seguito del passaggio di consegne in favore di sua moglie Marilì, e delle figlie Paola e Anna Chiara, che oggi guidano l'azienda. Nel 1992, inoltre, fu il primo a scommettere sul Movimento Turismo in Campania, sostenendo l'iniziativa Cantine Aperte. Ora il mondo del vino campano, e nazionale, lo piange.

 

Addio a Pablo Harri

Ma solo qualche giorno fa, domenica 22 ottobre, un altro lutto, inaspettato, ha funestato il mondo del vino. Pablo Härri, enologo di origine svizzera ma di fatto montalcinese sin dagli anni Ottanta, si è spento a soli 58 anni. Per anni è stato in forza prima a Banfi e poi a Col d'Orcia dove insieme a Maurizio Castelli, consulente, e Giuliano Dragoni, agronomo, creò le condizioni per alcune delle migliori annate del Brunello di Montalcino Riserva Poggio al Vento, ancora oggi al top della categoria. Sempre negli anni Ottanta conobbe Claudia, poi diventata sua moglie che negli anni Novanta acquisì il Podere Pascena da cui nacque l'attuale azienda Ferrero. La cifra di Pablo Härri è stata la sobrietà e la pacatezza ma anche un innato senso dell'umorismo che rendeva "leggera" la conversazione sui più disparati argomenti. La sua visione del vino si può riassumere in queste parole "Le caratteristiche del suolo e del microclima devono essere trasmesse al vino perché ci deve essere il totale rispetto del territorio. Io odio i vini globali. Se in un vino non denuncia un legame con il territorio da cui proviene, è un vino anonimo, senza interesse".

 

a cura di Livia Montagnoli

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