26 Lug 2018 / 15:07

L'America in difesa dei lemonade stand. Perché i banchetti della limonata sono così importanti per i bimbi americani (e per i loro genitori)

Da questa parte dell'oceano l'abbiamo più volte visto in film e serie tv, ma non è una leggenda. Negli Stati Uniti sono moltissimi i bambini che onorano la tradizione del banchetto della limonata fai da te, che ha origini antiche ed è diventato simbolo dell'intraprendenza imprenditoriale. Sin dai primi anni di vita. Ora scoppia la protesta contro le leggi che vietano i banchetti per mancanza di licenza e violazione delle norme igieniche. 

L'America in difesa dei lemonade stand. Perché i banchetti della limonata sono così importanti per i bimbi americani (e per i loro genitori)

Da questa parte dell'oceano l'abbiamo più volte visto in film e serie tv, ma non è una leggenda. Negli Stati Uniti sono moltissimi i bambini che onorano la tradizione del banchetto della limonata fai da te, che ha origini antiche ed è diventato simbolo dell'intraprendenza imprenditoriale. Sin dai primi anni di vita. Ora scoppia la protesta contro le leggi che vietano i banchetti per mancanza di licenza e violazione delle norme igieniche. 

 

Il mito dei banchetti della limonata

Da un lato l'ormai celebre storia di Mikaila, baby imprenditrice in ascesa che ha conquistato i riflettori – e una foto col presidente Obama, nel 2015, che ha fatto il giro del mondo – grazie alla ricetta di famiglia di una limonata irresistibile. Dall'altro la polemica che in queste ore dilaga in molti stati del Paese dopo l'episodio che a Denver, Colorado, ha coinvolto tre fratellini di 6, 4 e 2 anni alle prese con il proprio banchetto delle limonate, multato dalla polizia per mancanza di permessi. Come Mikaila Ulmer e i fratelli Guffey, moltissimi sono i bambini americani che rinnovano un gioco diventato costume nazionale, tanto da trasformare il caratteristico stand fai da te - con i bicchieroni di carta impilati, il dispensatore di limonata fresca e il listino dei prezzi scritto con l'aiuto di mamma e papà in bellavista - in un feticcio (che piace molto al cinema e alla tv) dell'America che sa prendere di petto la vita, e celebra l'intraprendenza come valore da coltivare sin da piccoli. La storia dei cosiddetti “lemonade stand” statunitensi, del resto, è tanto familiare quanto longeva: in auge da più di un secolo, agli anni Cinquanta risale l'illustrazione di Norman Rockwell che immortala la tradizione, fotografando una consuetudine sulle cui origini gli stessi americani hanno finito per smettere di interrogarsi, tanto è radicata in modo capillare.

 

Dove comincia la storia

Una tradizione che unisce il mondo - origini arabe, larga diffusione in Europa, dove già nel XVII secolo i limonadiers parigini si costituiscono in una corporazione - e in America trova modo di resistere anche dopo l'avvento delle bibite frizzanti, che invece in Europa mandano in crisi il mercato della limonata già alla metà dell'Ottocento. Ma come questo business si trasformi in un'attività ad appannaggio dei bambini americani si comprende leggendo le memorie di Edward Bok, popolare editore newyorkese (e premio Pulitzer) del primo Novecento, che racconta nel libro il suo arrivo a 6 anni (immigrato dall'Olanda) e i primi lavoretti, compreso l'esordio da venditore di limonata a Brooklyn, sdoganando quel mito dell'intraprendenza americana di cui sopra. E legandolo a doppio filo ai lemonade stand: semplici da replicare, divertenti e istruttivi, i banchetti cominciano a moltiplicarsi, e con loro i giovanissimi commercianti in erba, aiutati e sostenuti dai propri genitori.

 

Il caso di Mikaila

Il caso più celebre degli ultimi anni, dicevamo, è quello di Mikaila Ulmer, oggi 13enne, che il sogno americano l'ha realizzato sul serio, e in età molto precoce: a 4 anni ha iniziato a vendere limonata in strada, nel vialetto di casa, per pochi spiccioli. Con una variante inedita – l'aggiunta di miele da ricetta della bisnonna – che è stata il segreto del suo successo. Nominata tra le 30 teenager più influenti d'America nel 2017, Mikaila è riuscita a far appassionare l'America alla sua storia, ha iniziato a studiare apicoltura, destina il 10% dei proventi alle associazioni di tutela delle api. E il suo marchio Me & the Bees oggi è distribuito anche da Whole Foods.

 

I divieti e le campagne in difesa dei lemonade stand

Tutt'altra storia quella dei fratellini di Denver, che ha scatenato negli ultimi giorni la battaglia delle limonate. I ragazzini sono stati multati al parco pubblico dalla polizia locale un paio di mesi fa, solo di recente il Wall Street Journal ha reso nota la loro vicenda, dopo che mamma Jennifer, scioccata dal provvedimento, ha deciso di fondare il gruppo Lemonade Stand Mama, dando voce alla protesta per cambiare la legge a riguardo, in difesa dei lemonade stand. C'è voluto poco per accendere altri focolai di protesta, suscitando un'indignazione popolare che parla alla pancia di un Paese tanto moderno quanto (molto di più) attaccato alle sue tradizioni. E così è stato chiaro a tutti che i casi di multe e chiusura forzata dei celebri banchetti per violazione delle norme igieniche o mancanza di licenza sono molti, e diffusi. In Missouri c'è già chi ha cominciato a mappare i casi, per diffondere una mappa a sostegno del movimento di protesta, che si consolida ogni giorno di più, coinvolgendo non solo i genitori, ma associazioni di categoria e personalità politiche.

Persino il gruppo Kraft Heinz, che negli Stati Uniti distribuisce la limonata Country Side, cavalca l'onda con un video che affronta la vicenda con sarcasmo e lancia la campagna Legal-Ade, per rimborsare i piccoli venditori di limonata multati (quanto questo sia vero è tutto da confermare). Ma per ora, ben più sicuro per chi vuole agire nei limiti di legge è partecipare all'iniziativa Lemonade Day, che in determinati giorni dell'anno garantisce ai bambini di ritrovarsi in luoghi specifici (e autorizzati) con il loro banchetto delle limonate. Qualcuno intanto già si appella alla Costituzione: che i lemonade stand amatoriali siano davvero un diritto inviolabile degli americani?

 

a cura di Livia Montagnoli

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