13 Lug 2016 / 17:07

Una storia di vino in Umbria: Cantina Todini, tra export e sostenibilità

Il primo vino imbottigliato, nel 1979, era da uve sangiovese, insieme al grechetto di Todi, il vitigno su cui si è concentrato il lavoro dell'azienda Todini negli ultimi 40 anni, per arrivare a un'interpretazione più moderna in bottiglia. Ma non solo. Lo sguardo oggi è, infatti, ai mercati interni ed esteri, e al territorio. Perché il futuro è sostenibile.

Una storia di vino in Umbria: Cantina Todini, tra export e sostenibilità

Il primo vino imbottigliato, nel 1979, era da uve sangiovese, insieme al grechetto di Todi, il vitigno su cui si è concentrato il lavoro dell'azienda Todini negli ultimi 40 anni, per arrivare a un'interpretazione più moderna in bottiglia. Ma non solo. Lo sguardo oggi è, infatti, ai mercati interni ed esteri, e al territorio. Perché il futuro è sostenibile.

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A sud-est della città di Jacopone, complice la vicinanza con i laghi della zona e il profilo orografico i vigneti dell'Agricola Todini godono di ventilazione costante ed esposizione dall'alba al tramonto. È la terra del grechetto, vitigno identitario per l'Umbria e per questa famiglia.

 

L'azienda

Il nome Todini si è affermato negli anni come realtà industriale, ma Franco, "il Cavaliere", aveva la grande passione per la viticoltura e alla fine degli anni '70 iniziò la produzione; la prima bottiglia di sangiovese con etichetta Todini è del 1979. Nei decenni seguenti Franco Todini investì nella ricerca e in particolare nei cloni varietali del grechetto di Todi, percorso e sforzi coronati dal riconoscimento della Doc nel 2010.

Dalla fine del 2014, con Luisa alla guida, l’azienda punta con ancor maggior decisione sulla storia familiare e artigianale e soprattutto sullo stretto legame col territorio e sui vitigni autoctoni, preferiti a quelli internazionali per comunicare i valori del marchio. Grechetto e sangiovese per raccontare questo angolo di Umbria, le origini della famiglia e ciò che esprime Todi.

 

Todini

Il territorio e lo sguardo al bio

Oltre al legame con l'identità umbra Luisa Todini, un passato in politica e un presente tra imprenditoria e cariche istituzionali, ha ereditato dal padre anche tenacia e competenza agronomica. “La superficie vitata è circa il 20% della Tenuta” dice, spiegando “gli altri circa 280 ettari sono di boschivo, seminativo e una piccola parte di uliveti”. Coltivano grano, granoturco, girasole e coriandolo. “Tutti i vigneti godono di una salubrità invidiabile” aggiunge “I terreni sono freschi e non richiedono interventi intensivi o lavorazioni profonde: facciamo solo una ripuntatura centrale e una leggera decorticazione come arieggiamento per le radici. La raccolta delle uve viene fatta a mano".

Le condizioni ideali per un futuro bio. Ed è un obiettivo che non Luisa Todini non esclude, al contrario: “Bisogna prima creare i presupposti e le condizioni giuste per la conversione al biologico, ma concordo” e aggiunge: “consideri comunque che grazie alle condizioni climatiche e alla bravura dei nostri collaboratori arriviamo alla vendemmia con almeno 5-6 trattamenti in meno già ora” a suggerire che la strade intrapresa è quella di una maggiore armonia con l'ambiente. Lo conferma Maurilio Chioccia, da vent'anni enologo Todini: “La prima questione per il biologico è il sovradosaggio: dopo una pioggia bisogna intervenire immediatamente con rame e zolfo. Oggi possiamo contare su tecniche nuove, prodotti molto più raffinati e macchine che micronizzano come mai prima. I nostri vini sono cambiati negli anni, decisamente migliorati e la ricerca continua”.

 

I vini Todini oggi

Ma non è solo dal punto di vista dei trattamenti che le cose sono cambiate: negli ultimi anni è stato domato il grado alcolico del grechetto. “Vero: l'alcolicità prima era stellare, oggi c'è più ricerca di equilibri ed eleganza. I parametri analitici rispetto a 20 anni fa sono cambiati tanto, nei contenuti e nei valori”. Racconta poi come gli umbri abbiano sempre giocato una partita di potenza, ispirandosi a un approccio alla friulana e quindi bucce e ricerca muscolare, “perché gli indici climatici, le temperature, la tipologia e la tessitura del terreno sono molto simili a quelli friulani” spiega “gli studi che abbiamo condotto ci hanno confermato che il grechetto di Todi è parente del pignoletto e quindi imparentato a ritroso con la ribolla riminese e la ribolla gialla. Ma il grechetto di Todi ha comunque la sua complessità, la sua struttura e questo rifarsi ai friulani più estremi rischia di mettere in ombra l'eleganza e la piacevole acidità che ha il grechetto”.

Todini

I vini di Todini

Chioccia per Todini ricerca l'ampiezza floreale, la piacevolezza, l'equilibrio. L'allevamento avviene prevalentemente con cordone speronato e con qualche guyot semplice per lo più per il grechetto e il sangiovese. Per il Bianco del Cavaliere, il Rubro e il Nero della Cervara sono due le raccolte, in due momenti diversi: prima alla ricerca della parte più integra e più acida e poi di quella complessa, per armonizzare il vinaggio, così da carpire sia l'acidità sia l'ampiezza floreale. “Il Bianco del Cavaliere (grechetto di Todi superiore DOC) nasce da una tipologia diversa rispetto ai cloni G5 (greco di Todi, pignoletto, ribolla riminese) e G109 (grechetto di Orvieto)” spiega Chioccia. “È il risultato della selezione fatta e omologata col prof. Valenti, è un progetto Todini. Bucce più spesse, qualche giorno di maturazione in più ma non proprio una surmaturazione. Oltre la pronta beva il Bianco del Cavaliere sa evolversi conservando tutte le sue note organolettiche anche nel medio termine e si fa apprezzare anche fino ad una decina d'anni e si fa apprezzare per il suo bouquet ricco di suggestioni floreali con la conseguente freschezza e piacevolezza in bocca. La produzione è di 10mila bottiglie”.

Il Sangiovese di Todi e il Rubro si presentano con quella cromaticità tipica di questa varietà regionale, un po' scarica, di grande fascino, mentre in passato gli umbri cercavano una brillantezza diversa che però non è quella propria di questo territorio. “Del Rubro ne produciamo 12mila bottiglie mentre del Sangiovese di Todi 24mila. Il Nero della Cervara (IGT) è una selezione di vitigni internazionali (merlot 50%, cabernet sauvignon 25%, cabernet franc 25% ndr); fa 18 mesi di affinamento in barrique di rovere francese e 12 in bottiglia. È un vino elegante, evoca lampone, ciliegia e note pepate. In bocca mantiene eleganza ed equilibrio con un finale lungo. Ne produciamo 7000 bottiglie, tutte numerate a mano".

I Marte, bianco e rosso, IGT senza solfiti aggiunti, rappresentano la nicchia della gamma. 6000 bottiglie complessive, per molti versi sono i vini più interessanti, sia per la diversa scelta produttiva sia perché in questo percorso di identificazione col territorio che sta conducendo Todini sono quelli che con maggiore vigoria posizionano l'azienda nel suo paesaggio. Il Marte bianco, grechetto di Todi in purezza, si presenta paglierino carico con riflessi dorati. Al naso dominano i profumi della campagna, del pollaio, del cortile; generoso e piacevole, in bocca mantiene la promessa di originalità. Evolve rapidamente e già al secondo sorso regala sfumature diverse e maggiore morbidezza. Il Marte rosso, sangiovese in purezza, utilizza solo lieviti autoctoni e fa da una settimana a dieci giorni di contatto con le bucce. Brillante rosso corallo nel calice, al naso richiama i frutti rossi ed in bocca è fresco, gentile.

 

La crescita tra export e incoming

Eleonora Spadolini, 9 anni a Montepulciano nella Avignonesi dei Falvo, oggi è la Managing Director e risponde anche della comunicazione: “Questa è una fase di passaggio, un momento ponte dal vecchio marchio all'immagine del futuro, quella dell'ottagono”. Ottagono che ritorna continuamente nelle decorazioni della Tenuta a partire dal portale di pregio in pietra e legno della cantina, con libera ma chiara ispirazione al portale del Duomo di Todi e alla poligonalità medioevale.

Ma non è solo il passato il punto di riferimento della cantina. Si guarda al domani e si punta anche a conquistare altri mercati: “Cina e Gran Bretagna sono gli interlocutori primari del nostro export che rappresenta ormai il 30% della produzione complessiva dell'Azienda. Sono due mercati molto diversi: in Gran Bretagna ricercano la tipicità, l'origine, l'unicità. Per la Cina il discorso cambia completamente soprattutto perché per cultura non pasteggiano col vino. Richiedono quasi esclusivamente i rossi e per la nostra esperienza più alto è il grado alcolico più alto viene percepito il valore. Il vino in Cina oggi viene usato molto nella regalistica aziendale e nei ricevimenti. Lei deve sempre considerare che parliamo di un contesto con numeri molto diversi da quelli ai quali siamo abituati in Europa. Noi in Cina abbiamo clienti privati, imprenditori e aziende che comprano più bottiglie degli importatori che forniscono i ristoranti. Parliamo di ordini di 4mila, 6mila bottiglie ciascuno".

Ricapitoliamo: il 30% va in Cina e Gran Bretagna, mentre il 70% resta in Italia. Ma dove va? “Circa il 90% del nostro mercato interno è l'Umbria, con l'offerta enoturistica che traina verso il consumo ideale, ovvero godere del grechetto nel suo territorio”. Todini crede molto nell'incoming: “riteniamo sia il miglior strumento di fidelizzazione; conoscere ed apprezzare il grechetto qui regala esperienze ed emozioni uniche, ideali; e l'obiettivo è quello di rivisitarle attraverso una bottiglia Todini ogni volta che se ne ha voglia”. L'obiettivo? “Far sposare questi profumi e questi colori nel calice con questo paesaggio, con le specificità di questa isola senza mare che è l'Umbria, il cuore verde d'Italia".

Cantina Todini | Todi (PG) | Loc. Rosceto | Voc. Collina 29/1 | tel.  075 887 122 | http://www.cantinatodini.com/

a cura di Dario Pettinelli

 

 
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