5 Ott 2016 / 18:10

Viaggio tra i vitigni autoctoni: il pigato

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Una striscia di terra ospita moltissimi autoctoni, vini che si esprimono in modo diverso secondo il punto in cui vengono coltivati. Come il pigato, uno degli autoctoni liguri più versatili.

Viaggio tra i vitigni autoctoni: il pigato

Una striscia di terra ospita moltissimi autoctoni, vini che si esprimono in modo diverso secondo il punto in cui vengono coltivati. Come il pigato, uno degli autoctoni liguri più versatili.

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Storia e territorio

In una regione come la Liguria, schiacciata tra il mare e i monti, che una storia secolare di scorribande di flotte nemiche ha reso un po’ scontrosa e chiusa, non potevano che sopravvivere orgogliosamente le uve autoctone nel territorio. Impermeabile alle contaminazioni modaiole dei vitigni internazionali, la Liguria ha conservato un ricco patrimonio di antiche varietà: l’albarola, il bosco, la pollera nera, il vermentino, la bianchetta genovese, lo scimiscia, la lumassina, la granaccia ligure, il rossese di Dolceacqua, l’ormeasco e il pigato. Proprio di quest’ultimo ci occuperemo oggi, un vitigno coltivato sia lungo la costa, che nelle valli dell’entroterra, in una piccola area geografica compresa tra Albenga e Imperia. Il suo nome deriva dall’espressione ligure pigau ovvero macchiato e sta a indicare la puntinatura color marrone che appare sugli acini maturi. Si tratta di una varietà molto simile al vermentino, probabilmente nata da una mutazione spontanea, che si è poi perfettamente acclimatata nel terroir del Ponente ligure.

È un vino dal tipico profilo mediterraneo, perfetta e fedele espressione del territorio. Nella zona più interna di Ranzo e della valle Arroscia, meno calda e con vigne ad altitudini più elevate, grazie alle notevoli escursioni termiche, si esprime con maggior freschezza, profumi intensi ed eleganti. In prossimità del mare, sul tratto di costa da Albenga a Diano Marina, assume invece toni più caldi e solari. Oltre al clima, anche la diversa composizione dei suoli influenza profondamente il profilo aromatico delle uve. Sulle terre bianche, ricche di calcare, il pigato si esprime con maggior finezza e freschezza, mentre sulle terre rosse, caratterizzate da una generosa presenza di componenti ferrose, acquista maggior corpo e una decisa vena minerale.

Caratteristiche

Da un punto di vista genetico, il vitigno pigato è in realtà molto simile al vermentino, tanto da essere considerato un suo clone. La differenza principale tra le due uve viene alla luce al momento della maturazione dei grappoli, quando gli acini del pigato assumono un colore giallo intenso, quasi ambrato, con la tipica puntinatura color ruggine, mentre il vermentino conserva una buccia dal colore giallo con riflessi verdi. Il vino Pigato ha un colore giallo paglierino. Il quadro olfattivo è caratterizzato da caratteristici profumi di macchia mediterranea ed erbe officinali, che si aprono a note di fiori bianchi, di frutta e a sentori iodati. Il sorso è armonioso ed equilibrato, con una moderata acidità, aromi fruttati di buona intensità e vena minerale. Il finale è piacevolmente sapido, con nuances ammandorlate. È un vino dal buon potenziale d’invecchiamento, che dopo alcuni anni di affinamento in bottiglia sviluppa interessanti sentori terziari di resina di pino marittimo e idrocarburo. Se da giovane è perfetto da abbinare ai piatti di mare o ai primi tradizionali della cucina ligure, come i pansotti di borragine o le trenette al pesto, con il passare degli anni, trova abbinamenti interessanti con secondi piatti di pesce più strutturati e complessi, con carni bianche delicate e formaggi di media stagionatura.

Produttori

Nonostante la zona di produzione sia piuttosto piccola, sono molte le aziende da seguire con attenzione, che hanno conservato dimensioni e approccio ancora artigianale al mondo del vino. Le degustazioni hanno messo in luce la versatilità del pigato, che può essere declinato dallo spumante Metodo Classico al Passito. Interessanti le versioni Metodo Classico prodotte da Durin, il Bàsura Riunda Millesimato e il Bàsura Obscusa, affinate nelle grotte preistoriche di Toirano, così come il Metodo Classico Millesimato di VisAmoris.

Tra le versioni classiche, ci sono piaciute il Riviera Ligure di Ponente Pigato Albium di Poggio dei Gorleri, il Riviera Ligure di Ponente Pigato Le Russeghine di Bruna, il Riviera Ligure di Ponente Pigato di Laura Aschero, il Riviera Ligure di Ponente Bon in da Bon di BioVio, il Riviera Ligure di Ponente Pigato Vigne Vegie di Massimo Alessandri e il Pigato Apogeo di Terre Rosse.

Più complessi e di maggior struttura, spesso anche grazie a macerazioni sulle bucce o parziale affinamento in legno il Riviera Ligure di Ponente Pigato Verum di VisAmoris, il Riviera Ligure di Ponente Pigato U Baccan di Bruna e il Riviera Ligure di Ponente Grand-Père di BioVio.

Infine, interessanti le versioni passite, che hanno un piacevole equilibrio tra dolcezza e acidità: Dulcis in Fundo di VisAmoris e il Pigato Passito Doc di BioVio.

 

a cura di Alessio Turazza
foto: cantina Laura Aschero

 

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