In montagna non si butta via niente. E no, non solo per virtù ma per necessità. Lo sanno bene a Valpelline, seicento abitanti nella valle del Buthier. Qui, con l’inverno che isolava il paese per mesi e il pane bianco che costava quanto una giornata di lavoro, bisognava avere fantasia. È così che nasce la Seupa à la Vapelenentse. Una zuppa calda a base di pane bianco raffermo, fontina, burro e brodo di cavolo verza, stratificati e gratinati al forno fino a formare una crosta dorata che profuma di cannella. Oggi il piatto riempie le trattorie la domenica o finisce sulle tavole delle feste, ma è nato da pochi ingredienti e gesti precisi, nient’altro.

Preparare la Seupa richiede metodo, lo stesso che le nonne utilizzavano per trasformare del pane raffermo in una prelibatezza. Fette spesse quanto un dito, fontina tagliata sottile, una teglia ben imburrata. Si stratifica con ordine: pane, formaggio, pane, formaggio. Poi arriva il brodo bollente, preparato con carne e cavolo verza, versato lentamente mentre una forchetta buca gli strati per farlo penetrare. Infine il tocco che distingue questa zuppa da tutte le altre, il burro fuso con la cannella. Quaranta minuti di forno a temperatura alta e il gioco è fatto.
A Valpelline sono intransigenti. La verza va solo nel brodo, mai tra gli strati. Chi lo aggiunge sta facendo un’altra cosa, la Seupa i plat. Distinzioni che contano tanto, al punto che nel 2007 il piatto ha ottenuto la Denominazione Comunale di Origine, un riconoscimento che stabilisce ufficialmente come va preparata.
Eppure c’è un’eccezione, e riguarda il Natale. Durante la stagione delle feste, infatti, la Seupa à la Vapelenentse cambia faccia. Alcune famiglie aggiungono un ragù bianco fatto con carne di manzo tritata, lardo, pancetta, cipolle ed erbe aromatiche. La base, invece, resta sempre quella. Un cambiamento piccolo ma sostanziale, che grazie a un macinato generoso la trasforma in un piatto da pranzo degno del 25 dicembre.

E se a Natale la Seupa è un affare di famiglia, d’estate diventa questione collettiva. Sì, perché da oltre cinquant’anni, l’ultimo fine settimana di luglio Valpelline si anima per la sagra della Seupa, la seconda festa gastronomica della Valle d’Aosta dopo quella del lardo di Arnad. Le cucine lavorano per giorni, la Filarmonica Hiboux en Musique suona per le strade e i tavoli si riempiono di gente che mangia gomito a gomito.
Un rituale che unisce ancora gran parte del paese, durante un evento che non è solo folklore ma identità. Perché gli ingredienti che erano tipici di un piatto povero oggi lo rendono ricercato. Eppure la Seupa à la Vapelenentse sa ancora di quello che era: inverni lunghi, risorse limitate ma tanto gusto a ogni cucchiaiata. Non male, per un piatto nato dagli avanzi.
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