La domenica alle 15 era un appuntamento fisso. Però il sabato alle 20.30 c’era il vero pezzo forte: l’anticipo. Perché per la mia famiglia l’anticipo significava una cosa sola: la cena tutti insieme.
Erano gli anni di Telepiù, del «decoder». Il computer in casa nostra non era ancora entrato, c’erano però i portapiatti rossi che mia mamma Daniela aveva scovato in un negozio per casalinghi. C’era la casa dalle pareti giallo ocra, la cucina bianca e rossa dove mangiavo chili di pasta in bianco, dove guardavo Sarabanda insieme a mamma e nonna Adriana, mentre il resto della famiglia era seduto sul grande divano rosa davanti alla serie A. La Roma, il Milan di papà Dino e zio Maurizio, ma soprattutto la Lazio.

Mio nonno Nino è stato per anni l’unico romanista in un covo di aquilotti. Poi è arrivata zia Luciana e quel divano rosa – tatuato per sempre con l’impronta della sua Marlboro – finalmente si fece un po’ più giallorosso. L’appuntamento era prima del fischio d’inizio, per mangiare insieme. Col tempo, l’anticipo divenne solo una scusa per questi ritrovi familiari. Io ero l’unica bimba, prima nipote per tutti, al centro della scena sempre. E mentre tutti parlavano di formazioni e fuorigioco, mamma cucinava: piatti semplici da mangiare attorno al tavolo nero rotondo, e poi finalmente anche in piedi, sparsi tra divano e sedie, con i portapiatti in cui infilare il dito dentro con tanto di spazio reggi-bicchiere.
Il sapore del purè di mamma riesco ancora a sentirlo. Zia Luciana mi insegnò a mangiarlo con il cucchiaio di legno («cucchiarella» per i romani in ascolto). «Come Robin Hood» mi disse. O forse era Peter Pan. Quel che è certo è che il purè era quello in busta per colpa di papà, che era affezionato a quella consistenza eterea a cui era stato abituato fin da bambino. Nuvole evanescenti di un giallo pallido sul cucchiaio graffiato dagli anni, la sensazione ruvida sulla lingua, il purè morbido sul palato.

L’acqua bevuta dal mestolo, il gioco di papà a fine serata. L’acciaio che tintinnava sul lavandino, la mia fontanella casalinga. Le caramelle giganti alla fragola, marshmallow che non sapevo ancora si chiamassero così, con la fogliolina verde di zucchero. Il sapore impastato di aroma di fragola che si incollava alle gengive.

Il menu era sempre quello, perché poi si doveva uscire tutti in balcone a fumare e scaldarsi per la partita. Insalata di riso, pasta fredda (l’ossessione di mia madre), la cicoria ripassata. Le pastarelle che non mancavano mai, quelle che zia Luciana e zio Caio prendevano a La Preferita, quando era ancora la pasticceria più buona di Ostia, il ciambellone di mamma che, non si sa come, veniva sempre ruvido in superficie.
Prima di cena si giocava. Tutti nella mia cameretta, mentre suonavo la batteria, ognuno con uno strumento musicale in mano. La mia pazza banda di zii e cugini che si prestavano a tutto pur di vedermi sorridere. Giorgio alla chitarra, Fabrizio al tamburello, Marika e Fabiana che cantavano. Il mio squadrone. Poi ognuno col portapiatti, a fissare lo schermo. I bambini che scendevano in campo mano nella mano con i giocatori. «Papà, posso anche io?», «Certo» rispondeva. L’inno, il fischio e per un po’ silenzio. Io e mamma nella cucina bianca e rossa con nonna.

Urla, borbottii, qualche parolaccia che finiva per volare inevitabilmente… «Scusa, Miche’». Grida di gioia, saltelli, i piattini di plastica giallo e rossi della mia cucina giocattolo usati a mo’ di bandierine. Ogni tanto compariva il Televideo: schermata nera, bande colorate, scritte in stampatello. Il tempo di controllare un risultato, poi si tornava subito alla partita. Le chiacchiere sull’uscio, la promessa silenziosa di un rito ripetuto. Gli avanzi il giorno dopo, il pranzo da nonna, le bruschette e il dolce di biscotti che cambiava sempre. Alle 15 un altro round di partite; Massimo Lopez e Claudio Lippi con Buona Domenica ad attendere me, mamma e nonna.
Il divano rosa è rimasto con noi per moltissimi anni, prima di andare in pensione. Al suo posto ce n’è uno di pelle bianco, di fronte a una TV enorme e sottile, in un salone più piccolo dove si mangia ancora purè in busta.
Le partite su quel divano nuovo non si vedono mai bene.
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