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Mai così buoni gli spumanti italiani: dalle eleganti bollicine dei migliori metodo classico delle denominazioni più tradizionali alle fragranze irresistibili di Asti e Conegliano Valdobbiadene, è boom di consumi e di esportazioni. E soprattutto di qualità. Ecco il punto della situazione.


La F

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rancia delle bollicine, che, all’eccezione di pochi milioni di bottiglie di Crémant (in provenienza da Alsazia, Borgogna, Loira, ecc.) e Blanquette de Limoux, è sinonimo di Champagne, è sembrata a lungo irraggiungibile per gli spumantisti nostrani. Anzi, solo volersi paragonare alla grandeur dei cugini transalpini è stato considerato un pensiero tabù. Eppure dal 2009 il sogno tanto a lungo agognato è diventato realtà: i numeri dello spumante italiano hanno superato la Francia sia in termini di produzione, sia in termini di esportazioni.

Se ci atteniamo alle stime fatte dall’OVSE (Osservatorio Vini Spumanti Effervescenti), creato e diretto da Giampietro Comolli, la produzione complessiva di vini spumanti ed effervescenti italiani dovrebbe raggiungere circa 380 milioni di bottiglie nel 2011, quasi 40 milioni in più rispetto allo scorso anno. Sempre secondo le stesse stime, circa 220 milioni di bottiglie di bollicine nostrane si avvieranno verso le nostre frontiere per raggiungere i 78 paesi dove verranno consumate.

Tra i più convinti estimatori degli spumanti made in Italy troviamo sempre i tedeschi, seguiti da americani e inglesi; ma la crescita più evidente – e che fa ben sperare per il prossimo futuro – è quella del mercato russo. Il consumo delle bollicine, insomma, sembra destinato solo a crescere. L’unico punto debole resta quello di un consumo, sebbene in lenta evoluzione, ancora molto ancorato alle feste di fine anno, durante le quali vengano stappati i 2/3 delle bottiglie totali. Ciò che rimane è però l’ottima performance di tutto il comparto.

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Ma come s’è mossa la geografia spumantistica italiana in questi ultimi anni? La prima cosa che salta all’occhio è la suddivisione tra metodo classico e metodo italiano, che ci racconta come rimaniamo fortemente legati all’eredità lasciataci dall’inventore della fermentazione in autoclave, il piemontese Federico Martinotti. In termini di notorietà, la produzione spumantistica italiana non riesce ancora a competere alla pari con lo Champagne perché il metodo Martinotti viene tuttora considerato più adatto a produrre spumanti semplici e beverini, piuttosto che prodotti nobili e complessi.

Dall’invenzione di Martinotti a fine ‘800, la storia del nostro spumante è sempre stata identificata con questa tecnica e ancora oggi gli spumanti italiani rifermentati in autoclave sovrastano nettamente quelli rifermentati in bottiglia che non toccano quota 10% del totale. Più del 70% delle bollicine prodotte nel nostro paese nascono in Veneto e Piemonte da due sole varietà (prosecco e moscato) e vanno a rimpinguare il ricco panorama degli spumanti metodo italiano che supera ampiamente il 90% dell’intero comparto spumantistico nostrano.

La Docg Asti da sola produce circa 80 milioni di bottiglie all’anno, vendute per buona parte all’estero, dove fa felici sopratutto tedeschi e russi. Si tratta di spumanti dolci e aromatici, di facile beva che accompagnano bene il tradizionale panettone natalizio. La produzione dell’Asti è una fetta importante dell’enologia piemontese, giacché gli oltre 10mila ettari piantati a moscato bianco danno da vivere a numerose famiglie contadine di quella regione.

Oltre alla stragrande produzione industriale di buona qualità, ci si può imbattere in qualche fantastica, alquanto rara, versione metodo classico in grado di oscurare qualsiasi spumante metodo classico dolce. Il boom più fragoroso si è però avuto con il Prosecco. Un nome, che da solo si traduce in brindisi e festa, oltre che aperitivo. Qui, come in pochi altri casi in Italia – in Franciacorta ad esempio – si è assistito ad una crescita studiata a tavolino.

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Con l’arrivo della Docg per il tradizionale Prosecco Superiore di Conegliano e Valdobbiadene, è nata la nuova Doc Prosecco, che coinvolge due regioni e ben 9 province. Oggi, le bottiglie di Conegliano Valdobbiadene Docg e di Prosecco Doc, rigorosamente prodotte con metodo italiano – ad eccezione di poche etichette “sperimentali” di metodo classico – hanno toccato i 160 milioni di pezzi di cui ben 50 milioni sono quelle della nuova Doc. Tra Veneto e Friuli si è assistito ad una vera e propria corsa all’oro, con rapidissima moltiplicazioni dei vigneti a glera (il nome che è passato ad indicare il vitigno, dato che Prosecco è ormai un’indicazione geografica).

Il gradevolissimo Prosecco, meno dolce dell’Asti, ma in genere più morbido e abboccato dei tradizionali spumanti metodo classico, ha saputo conquistare in poco tempo palati esigenti e meno, fino a sostituire con la sua fragranza immediata prodotti ben più blasonati. Per fortuna questa crescita non si è limitata ai soli numeri ma anche alla qualità, come testimoniano i tre Tre Bicchieri in Vini d’Italia 2012 e i due Oscar tra gli Oscar in Bollicine d’Italia 2012.

Nel campo dei metodo classico guidano ancora il plotone per qualità e quantità i Franciacorta, che si sono affermati in Italia – lo testimoniano i numerosi premi ottenuti sulle nostre pubblicazioni – e all’estero come punta di diamante della spumantistica del Bel Paese. Ma ormai è un testa a testa – per numeri e qualità, con il TrentoDoc, sapido, nervoso e minerale, frutto delle vigne in quota sui pendii dolomitici.

E con l’Oltrepò Pavese, sempre più culla italiana del Pinot Nero, sia per quanto riguardo i rossi, sia nel comparto metodo classico, grazie anche alla valorizzazione della tipologia Cruasé: un Brut Rosé da uve pinot nero in purezza. Infine, merita un capitolo ad hoc l’Alta Langa, una denominazione recente che sta segnando la riscossa delle bollicine classiche piemontesi da uve chardonnay e pinot nero, sulla scia dei grandi innovatori del passato: da Cinzano a Gancia, da Contratto a Giulio Cocchi fino ad Angelo Riccadonna.

Gianni Fabrizio
dicembre 2011