Un match sempre aperto che può riservare ancora tante sorprese. In campo la neo-viticoltura carioca, il pressing azzurro e il dribbling cileno. Ma intanto, comunque andrà questo mondiale, si brinda con un vino italo-brasiliano: una predizione sulla finale che vorremmo vedere?

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Mundial do Brasil 2014. A poche ore dal fischio di inizio sono già stati ufficializzati gli undici che scenderanno in campo. Classica formazione 4-4-2: in difesa gli strutturati Nebbiolo, Pinot Noir, Ancellotta e Alicante Bouschet, a centrocampo i solidi Teroldego, Tempranillo, Tannat, Touriga Nacional, in attacco i dirompenti Merlot e Cabernet Sauvignon. Il portiere è il Malbec che col suo retrogusto invita al secondo assaggio. È questa la formazione scelta dal ct Rossetti. Monica Rossetti, 31 anni, enologa italo-brasiliana a cui la Fifa (la Federazione internazionale di football) ha dato l’incarico di produrre il vino ufficiale di questi Mondiali, Faces World Cup nelle tre tipologie: rosso (vedi formazione sopra) bianco (Chardonnay, Moscato e Riesling italico) e rosé (Pinot noir, Merlot e Touriga Nacional). Dove lo si può trovare? In ben venti Paesi nel mondo – non ancora in Italia purtroppo – al prezzo popolare di 10 euro per una tiratura di 600 mila bottiglie.
Ma vediamo da vicino chi è la sua ideatrice. Nata e cresciuta a Bento Gonçalves (capitale brasiliana del vino) da una famiglia di origini italiane, la giovane enologa, dopo la laurea nel suo Paese, si è iscritta alla specialistica interateneo in Viticoltura dell’Università di Udine, e già da anni collabora con diverse aziende italiane, tra cui il gruppo Lunelli. In Brasile, invece, è direttore tecnico della Cantina Lidio Carraro, una realtà da 42 ettari vitati e una produzione di 300 mila bottiglie l’anno. In attesa di fare la sua 27esima vendemmia – la sua media è di due l’anno tra il Vecchio e il Nuovo Continente – accompagna il suo vino Faces nelle trasferte calcistiche dove è ospite d’onore delle diverse sale Vip dei Mondiali di calcio, e spera di poter assistere a una nuova finale Italia-Brasile. “Ho pensato a questo vino come a una festa per raccontare sia questo Mondiale, sia il Brasile che lo ospita” dice a Tre Bicchieri Monica Rossetti da São Paulo doveè appena atterrata per la prima partita “Il Brasile dei tagli, intesi come incontri con gli altri, sia in senso enologico, sia etnico. Non a caso i vitigni scelti rappresentano le maggiori Nazionali in campo: Portogallo, Italia, Francia, Spagna, Argentina”.

E se i risultati delle partite sono ancora tutti da vedere, vediamo, intanto, come sta andando, la partita Brasile-Italia sul campo vitivinicolo. Quali sono i punti deboli e quali quelli di forza dell’una e dell’altra formazione. “Diciamo che è un po’ uno scontrotra Vecchio e Nuovo Mondo” risponde Rossetti “L’Italia ha una lunga tradizione vitivinicola e oggi il vino è uno dei traini principali per l’economia del Paese. Nelle mie collaborazioni italiane ho sempre riscontrato alti livelli di ricerca, di legame al territorio, di conoscenza fisiologica del vitigno e studi avanzati per quel che riguarda la viticoltura di precisione. Il Brasile è un’altra storia. Quella della nuova viticoltura è iniziata da dieci anni e le aziende vitivinicole sono ancora poche, concentrate soprattutto nel Sud del Paese. Il vantaggio di questa condizione è che non ci sono preconcetti e quindi ci sono diverse strade percorribili. Teniamo presente che il Brasile non ha dei vitigni autoctoni: per lungo tempo e, ancora oggi, sono state utilizzate le viti americane, quelle che in Europa sono state usate nel secolo scorso per combattere la fillossera. In Brasile ancora l’80% del vino è ottenuto così, anche se il futuro delle viti americane è il succo d’uva. La nuova viticoltura brasiliana, invece, è alla ricerca dei suoi spazi. Il messaggio che mi piacerebbe passasse è puntare sulla diversità, non fare delle brutte copie di vini europei o argentini. Il vino brasiliano dovrebbe essere un vino nuovo, fresco e giovane. Un po’ come quello che è diventato il vino ufficiale Fifa e a cui spetta il ruolo di risollevare la fiducia brasiliana nelle capacità produttive del Paese”.

Cambiando fronte, dalla produzione al consumo di vino, la sostanza non cambia: il Brasile si mostra come un Paese ancora molto giovane. Grandi potenzialità, ancora poco espresse. “La birra ha sempre avuto il ruolo primario” spiega Rossetti, “c’è ancora chi crede che per bere vino bisogna indossare giacca e cravatta. E infatti il target del consumatore è di ceto medio-alto, buona cultura e proveniente dalle grandi città, quali São Pauloo Porto Alegre. Tra i vini di importazione, il vino italiano piace molto per la sua varietà, ma la concorrenza con altri Paesi è molto forte, soprattutto quella che viene da Argentina e Cile che vendono vini a prezzi molto bassi e che godono di tassazioni agevolate”. Senza scendere nello specifico, i loro vini rientrano negli accordi di libero scambio, che agevolano il Brasile nelle esportazioni di altri prodotti, specialmente elettrodomestici, nei due mercati in questione. Cosa che chiaramente scontenta i viticoltori brasiliani che, per produrre il loro vino, devono paradossalmente pagare molte più tasse di chi lo esporta.

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Discorso a parte merita, ovviamente, l’Italia, e in generale l’Europa che di certo al momento non è agevolata nelle condizioni export.

a cura di Loredana Sottile

 

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 12 giugno. 
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