Chiarli è sinonimo di Lambrusco: lo produce da 150 anni ed è il responsabile primo della sua rinascita in termini di qualità e apprezzamento del pubblico.

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La storia del Lambrusco è legata in modo indissolubile a quella della famiglia Chiarli. Quando, era il 1860, Cleto Chiarli ha deciso che era giunto il momento di produrre in prima persona il vino poi venduto in mescita nella sua osteria di Modena. Erano altri tempi, ma già allora Cleto aveva capito l’importanza di imbottigliare quel suo vino. Nel tempo aveva messo a punto tecniche di rifermentazione in bottiglia, oggi tornate all’attenzione degli appassionati che non si accontentano più di un vino di facile beva, ma che cercano, e sanno apprezzarne, complessità e personalità. Caratteristiche, queste, impensabili solo fino a qualche anno fa.

Oggi il panorama del vino-simbolo emiliano è variegato, un mosaico di prodotti che sanno interpretare il territorio nelle sue diverse zone e accontentare pala​ti diversi. In questa evoluzione, quella stessa cantina, con l’erede di Cleto, Anselmo Chiarli, continua a essere in prima linea con vini che continuano a conquistare riconoscimenti. Superbo il Sorbara del Fondatore ’16, Tre Bicchieri 2018: secco eppur non privo di morbidezza, minerale, elegante, vitale, profumato

 

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Lei è alla guida di un’azienda storica: ci racconta le molte vite del Lambrusco?

Il Lambrusco è uno dei vini storici italiani, presenti negli elenchi ufficiali nei nostri ministeri – anche in relazione alla vendita all’estero – già negli anni ’60-’70. La nostra azienda produce Lambrusco da 150 anni, è la testimone principale di questa storia che ha avuto uno sviluppo lineare nei decenni, fino al dopoguerra. È sempre stato un prodotto tipicamente di territorio, legato a un consumo locale, ma per le sue caratteristiche di vino spumante, doveva necessariamente essere in bottiglia. Questo ne faceva un prodotto che poteva viaggiare con maggiore facilità rispetto ad altri. Cosa che ne ha sostenuto la vendita all’estero.

 

Dal punto di vista delle caratteristiche tecniche, invece?

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Risale agli anni ’50 l’introduzione del metodo charmat che ha segnato un’importante evoluzione tecnica per il Lambrusco. Una novità che ha permesso di fare vini più modulati, di cercare risultati diversi e ottenere – secondo i casi – vini secchi, amabili o dolci. È stata una nuova era, che ha portato a vini più fini, fruttati, con maggiore facilità a collocarsi sui mercati, soprattutto quelli esteri. L’exploit più grande c’è stato negli anni ’70-’80 e più avanti, quando è stata proposta una versione atipica, dolce, che ha avuto un grande successo. E così è andato avanti per un po’.

 

E poi cosa è accaduto?

I produttori hanno sentito la necessità di tornare alle origini, anche se – a essere onesti – la tipologia classica ha continuato sempre a essere prodotta. Sono emersi, però, la voglia e l’orgoglio di riportare il Lambrusco ai suoi caratteri più veri. Dato poi che non si parla di un vitigno ma di una famiglia di vitigni, il percorso non è stato semplice, ci sono voluti tempo e investimenti, ma è iniziata una nuova era, che in realtà è un ritorno al classico. Oggi il Lambrusco, pur con caratteristiche diverse secondo il vitigno da cui proviene, è un vino secco, molto più interessante.

 

Veniamo ai giorni nostri

Un momento importante ha coinciso con la costruzione della nostra cantina aziendale nel 2000. Da allora abbiamo avuto grandi risultati in termini di qualità, un risultato sostenuto anche da premi e riconoscimenti di guide e addetti ai lavori; e in questo senso i Tre Bicchieri hanno consentito al Lambrusco di fare passi da gigante. Anche altri produttori si sono inseriti sulla stessa lunghezza d’onda e ora la produzione di Lambrusco di qualità è patrimonio anche di aziende medie e piccole.

 

L’immagine che se ne ha non è sempre all’altezza della qualità, però

È vero, il Lambrusco è stato un po’ bistrattato, anche perché il giudizio dei consumatori era tarato sui prodotti che mediamente si trovavano sul mercato. Ora la percezione è cambiata molto, in senso positivo. Del resto ormai si trovano molte referenze di Lambrusco sugli scaffali, e non solo prodotti di primo prezzo, ma anche di fascia più alta, ma sempre con un costo sostenibile.

 

Molti territori italiani sono profondamente legati a un vitigno, ma il vincolo tra lambrusco ed Emilia sembra ancora più indissolubile. Secondo lei perché?

Il Lambrusco è un autoctono vero, legato al territorio, che è cresciuto e si è evoluto anche con il cibo prodotto in zona. È un vino leggero, dall’acidità elevata, che si abbina al cibo locale, grasso ricco, a partire dai grandi salumi, per arrivare alle pastasciutte e ai ragù. Localmente si beve Lambrusco anche per questo motivo.

 

Invece fuori dall’Emilia come va?

Fuori dalla zona il Lambrusco ancora soffre di un certo pregiudizio, ma molti stanno capendo, ora, la sua qualità, siamo all’inizio di un processo che sarà lungo. Certe cose hanno bisogno di tempo. Il nostro non è un vino da scoprire, non è una novità, non gode dell’interesse legato alla scoperta: è un vino che è già conosciuto, ma conosciuto male. La vera novità è che si può trovare a prezzi accessibili e più facilmente di qualità.

 

La qualità del Lambrusco negli ultimi 10 anni è cresciuta in maniera esponenziale. Ma le uve (così come anche il vino) fanno ancora fatica a crescere di prezzo. Come mai?

Il motivo è semplice: qui c’è una produzione elevata, sia come ettari vitati che come resa. Che nel caso del Lambrusco non significa scarsa qualità, al contrario: da noi qualità e quantità vanno di pari passo. Quest’anno, però, ne vedremo delle belle: con la produzione scarsa e il mercato che è esploso.

 

Come vanno le vendite di Lambrusco all’estero?

Sono a macchia di leopardo, in alcuni mercati c’è un po’ di stagnazione, soprattutto quelli più maturi, per esempio la vecchia Europa, ma essendo un vino classico una certa presenza è comunque assicurata, magari solo un po’ contratta rispetto a momenti in cui andava più di moda. In altri mercati sta evolvendo molto bene, per esempio i nuovi mercati come i paesi dell’est Europa, fino alla Russia e in tutte quelle zone in cui il Lambrusco gioca le sue carte proprio per le sue caratteristiche, apprezzate da chi si apre ora al consumo del vino.

 

Qual è il futuro del Lambrusco?

Sarà determinato dai giovani di oggi che diventeranno i nostri consumatori di domani. Bisogna interpretare le loro esigenze, che sicuramente andranno in direzione di una maggiore raffinatezza rispetto al passato, a partire dalla qualità del vino, ma considerando anche tutto quel che c’è intorno, come marketing e immagine. Occorre farlo conoscendo i mercati. Non sarà facile perché la competizione è enorme, e non parlo solo di quella interna ma quella dei mercati mondiali. Bisogna confrontarsi con essi avendo ben chiaro che non siamo gli unici produttori di vino al mondo.

 

Per quanto riguarda le caratteristiche del vino, il suo stile?

Sicuramente sta ritornando nel suo stile originario, ed è sempre più apprezzato per quel che deve essere: un vino con caratteristiche proprie della sua zona di origine. È lunga la strada ma alla fine proporre delle tipologie classiche paga, perché si consolidano magari più lentamente, ma non sono mode passeggere.

Chiarli 1860 | Modena | via Manin, 15 | tel. 059 3163311 | https://www.chiarli.it/showPage.php?template=istituzionale&id=1

a cura di Antonella De Santis e William Pregentelli