Ad Amsterdam si è da poco conclusa la World Bulk Wine Exhibition dove la Spagna ha tenuto banco, facendo preoccupare, non poco, i produttori italiani di sfuso. Ma dove vanno ricercati i motivi di questo squilibrio di mercato? E come tenere testa ai prezzi iberici?
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L’onda lunga della stratosferica vendemmia 2013 in Spagna non cessa di provocare contraccolpi, soprattutto al vino sfuso italiano. Una vendemmia che ha creato scompiglio nell’offerta del vino sfuso mondiale. Nell’ultima decade la produzione in Spagna ha sempre oscillato tra un max di 39 mlh e i 34 mlh (2012). Poi l’anno successivo l’esplosione a 52,6 mlh. Da sola la regione di Castilla-La Mancha è arrivata a produrre 32 milioni di ettolitri, 14 in più rispetto al 2012. Complessivamente, tanto per dare un ordine di grandezza, quanto tutta la Spagna nel 1999 oppure tutta la produzione 2013 degli Usa (22 mlh)+ quella della Cina (11,7) e un altro poco ancora. Una marea di vino che si è riversata sul mercato a prezzi molto concorrenziali provocando non pochi problemi ai Paesi fornitori di sfuso, in primis italiani. Già perché qui non si tratta solo di un dato congiunturale legato a un raccolto particolarmente abbondante, ma di un’offerta strutturale che, almeno sul vino generico, sta mettendo ai margini le tante cantine nostrane che ancora oggi basano il proprio fatturato, tutto o in parte, sul vino sfuso. Basti pensare che in Sicilia su 41 cantine sociali, che equivalgono a poco più del 70% dell’intera produzione regionale, ben 17 dedicano alle denominazioni di origine una percentuale inferiore al 40% del totale del vino prodotto. Ciò vuol dire che il 60% della loro produzione è composta da mosti e vini comuni, senza rivendicazione di origine, da vendere allo stato sfuso.

Allargando gli orizzonti fino a comprendere l’intera produzione mondiale, ci si renderà conto che quello dello sfuso è un mercato altamente appetibile per tutti, che interessa ben 37 milioni di ettolitri, cioè il 14% della produzione di vino nel mondo e il 40% del volume totale delle esportazioni.In Italia il valore alla produzione secondo l’Ismea, sarebbe di 3,9 miliardi di euro di cui Dop 1,9 miliardi di euro, Igp 800 milioni di euro e il resto di vino comune. La Spagna comunque, anche con la vendemmia 2014 (di solo 41 mln hl) e dopo la rinuncia a chiedere la distillazione per 800 mila hl e aver incrementato il proprio export, sta diventando, specialmente nel Nord, nel Centro Europa e in Russia – tradizionalmente un’area coperta dall’offerta italiana – una presenza sempre più aggressiva.

Ad Amsterdam il 24 e 25 novembre scorso si sono incontrate 250 aziende di 19 paesi per la sesta edizione della World Bulk Wine Exhibition (WBWE). I partecipanti rappresentano ben 30 mlh dei 37 totali. Una mole cospicua che vede impegnati tutti i principali Paesi produttori del mondo. La Spagna con poco più di 10 milioni di ettolitri rappresenta il 28% del totale, seguita dall’Italia con circa 5 mlh (15%), e poi dall’Australia con poco meno di 4mlh (11%) e infine il Cile 3,6 mlh (10%) e la Francia con circa 2,6 mlh (7%). Tutti gli altri paesi, tra cui South Africa (9%), Usa (5%), Argentina (3%), Portogallo (2%) ed altri ancora, esprimono il 39%.

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Quello che si è visto nei due giorni olandesi, rispecchia un po’ il quadro generale. Daniele Ferrante, enologo della Cantina Tollo, presente alla manifestazione, riassume così “Gli spagnoli hanno offerto del vino bianco comune da 11 gradi a 32 euro, noi la stessa tipologia di vino la proponevamo a 40 euro. Ciò vuol dire perdere un sacco di clienti. D’altra parte limare al ribasso, significa non solo mortificare il lavoro del viticoltore, ma di fatto annullare la marginalità”. Una differenza di prezzo così importante si spiega anche con la diversità delle strutture e delle filiere produttive. Per esempio, i soci delle cooperative italiane hanno piccole superfici vitate spesso con impianti molto vecchi, i costi di produzione sono più elevati (viticoltura collinare, salari più alti, maggiore numero di trattamenti, gasolio agricolo più caro, ecc.), l’agricoltura rispetto alla Spagna è meno tutelata e altro ancora. Tutti elementi che contribuiscono a tenere alti i nostri prezzi e allontanare i compratori che cercano basi per lo spumante, vino per tagliare altre produzioni, vino da imbottigliare e vendere a basso prezzo e così via. Altri ancora cercano lo sfuso perché l’incidenza dei trasporti in rapporto al confezionato, sono decisamente più sostenibili. Osserva Bruno Trentini, direttore generale di Cantina di Soave: “La Spagna è destinata ad essere, grazie ai volumi e ai bassi costi, sempre più un player del vino generico. Starà a noi rilanciare con l’offerta di vini caratterizzati, Doc, Igt e varietali di qualità”. Caterina Tucci, delegata per l’Italia del WBWE, sostiene che gli “italiani sono molto scontenti del mercato e insicuri sul futuro perché non possono confrontarsi con i prezzi proposti dalla Spagna. Ma attenzione alle dovute distinzioni. Per esempio il Consorzio Cantine dell’Ancellotta con il Rossissimo è andata benissimo: è un prodotto di nicchia sempre molto richiesto”.
A questo quadro, si aggiunga che di vino sfuso da fuori ne arriva tanto anche da noi. Tra gennaio-agosto 2014 sono stati 1.523.820 ettolitri rispetto agli 1.879.411 dello stesso periodo del 2013. Se si è fermato il fenomeno dell’import di vino dal Sud Africa, ora cresce quello dall’Australia (66 mila ettolitri di cui il 99% sfuso), mentre dalla Spagna arrivano di 970 mila ettolitri, l’83% è rappresentato da vini sfusi e il 12% da mosti. Comunque, più o meno in linea rispetto a quanto abbiamo importato negli ultimi anni.

Ma vediamo cosa è successo a livello mondiale nell’ultimo periodo. Nei 12 mesi fino a giugno 2014, le esportazioni di vino sfuso sono aumentate del 4,4% in volume e del 6,1% in valore, superando in entrambi i casi l’incremento relativo dei vini confezionati rispettivamente del 2.9 % e del 4,2%. “Quest’anno” ci dice Rafael Del Rey, direttore dell’Observatorio Español del Mercado del Vino (OEMV)“ il commercio mondiale del vino sfuso è aumentato più in volume che in valore come conseguenza delle buone vendemmie nell’emisfero nord (in particolare di Francia, Italia e Spagna) del 2013. Maggiore quantità di vino disponibile ha significato diminuzione del prezzo medio. In generale il mercato del vino sfuso rimane all’insegna di una grande variabilità dovuta agli squilibri della domanda e dell’offerta – in particolare della Spagna senza la valvola di sfogo della distillazione – e dell’andamento climatico”. L’equilibrio del mercato del vino, obiettivo privilegiato delle ultime Ocm Vino, continua a rimanere un desiderio. Se non si interverrà rapidamente e se le cantine italiane non rimoduleranno l’offerta, la campana potrebbe suonare per molti.
 

a cura di Andrea Gabbrielli

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 4 dicembre 2014

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