Consumi di vino ancora giù negli Stati Uniti. Le vendite delle società di distribuzione nei supermercati, enoteche, ristoranti e locali scendono per il quinto anno consecutivo: -8,8% in volume e -7,2% a valore. In questo mercato che vale 60 miliardi di dollari l’anno, l’Italia ha perso nel 2025 il 5,2% in volume e il 3% in valore. Secondo l’analisi dell’Osservatorio Unione italiana vini (su base Sipsource), considerando la provenienza dei vini, quelli statunitensi (che pesano per il 67% in valore) scendono in doppia cifra con volumi a -9,6% e valori a -8,6 per cento; la Francia fa meglio di tutti con un -2,1% a volume e valori quasi stabili, seguita dalla Nuova Zelanda (-2% e -2,9%) e dalla Spagna (-0,1% e -4,7%). Male Australia, Cile e Argentina, con cali in doppia cifra.

Sono tre le denominazioni, una bianca e due rosse, che tengono a galla il vino italiano consumato negli Stati Uniti, secondo i numeri di Sipsource che misura gli scarichi di magazzino di prodotti diretti al punto vendita. Il Prosecco incrementa del 3,4% i valori e del 2,7% i volumi, ma anche Chianti Classico (+12% e +17,2%) e Brunello di Montalcino (+2% e +7,7%) si difendono bene. Problemi, invece, per tutte le altre Dop del made in Italy, a cominciare da Moscato d’Asti, Pinot Grigio delle Venezie e Valpolicella.
L’Italia, rileva l’Osservatorio Uiv, resta in testa alla classifica dei fornitori di vino negli Usa. Proprio durante il 2025 i vini italiani, nella speciale categoria sparkling, hanno conquistato la prima piazza a valore: 47,5% rispetto al 46% dei vini francesi.

Guardando alle vendite delle singole tipologie di vino italiano, rispetto all’andamento generale del mercato statunitense, gli spumanti sono gli unici in crescita a valore (+2,1%), a fronte di un calo dei rossi (-3,9% contro il -10,1% complessivo della categoria) e dei bianchi (-5,3%). Forte calo dei rosati, circa 23 punti, sia gli aromatizzati (-19,6%). E se si osservano le quote in Usa suddivise per tipologia di vino, le bollicine valgono il 40% della spesa americana per le bottiglie italiane, poi bianchi (28%), rossi (17%), aromatici (4%) e rosati (3%). Nella geografia dei consumi, infine, l’Italia vende prevalentemente nell’area South (48%), poi Northeast (18%), West (17%) e Midwest (16 per cento).

Il calo quinquennale dei consumi negli States va spiegato al di là della questione dazi, ricorda Paolo Castelletti, segretario generale di Unione italiana vini: «In realtà, allungando l’ottica temporale a cinque anni, quindi dal post-Covid a oggi, ci si accorge che la negatività dei consumi sta tracciando una linea ormai coerente e per certi versi strutturale». Ma perché l’Italia se n’è accorta solo adesso? Secondo Castelletti, la percezione di questo fenomeno è stata distorta da una serie di fattori: «La crescita del Prosecco, che ha mascherato i problemi di altre tipologie di prodotto da più lungo tempo presenti sul mercato (in particolare vini fermi rossi, ma anche bianchi); il boom esortativo del 2021 (+16% annuo), causato non da aumento reale dei consumi (che quell’anno furono negativi del 6%), ma dallo shock della catena logistica a tutti i livelli; il balzo export del 2024 (+8% volume)».
In particolare, il record del 2024 ha fatto rallegrare tutti, incuranti che di là dell’Atlantico si era innescato un nuovo processo di accumulo di prodotto, dovuto agli annunci di nuove tariffe da parte di Trump.
«Mentre l’Italia segnava più sulla colonna export, il mercato chiudeva a -7% e le vendite italiane a -4%», sottolinea Castelletti, ricordando che il 2025 appena chiuso mostra i segni dei dazi solo in parte: «I prezzi alla distribuzione stanno aumentando progressivamente, mentre per i nostri produttori il sacrificio è stato terribile (-10% medio sul prezzo franco cantina). Quel che più conta però è che a oggi le nostre esportazioni stanno calando non solo in termini di prezzo (effetto dazio, sì), ma anche di volume, il che – in soldoni – rappresenta la sommatoria di tutti questi anni contraddistinti da consumi in decrescita e accumulo di scorte per fattori esogeni. Ovviamente non è dato sapere quando i fattori esogeni termineranno i propri effetti (dipende da quanto dureranno le tariffe), ma sicuramente dobbiamo tenere presente che oggi il mercato – dalla fase importativa a quella al consumo – è saturo».

In generale, per Lamberto Frescobaldi, presidente Uiv, i vini italiani negli ultimi quattro anni hanno fatto meglio, cedendo il 12% in volume, rispetto a un generale -20%. Il mercato è debole, condizionato da una diminuzione del potere di acquisto e il contesto dei dazi «risulta ancor più impattante, specie se si considera che a dicembre riscontriamo una crescita tendenziale dei prezzi attorno al 4%, nonostante i produttori italiani nell’ultimo semestre abbiano tagliato i propri listini in media del 10%», dice Frescobaldi.

«Sarebbe più opportuno – è l’auspicio del presidente Uiv – che ognuno facesse la propria parte per tenere viva la domanda: noi la stiamo facendo, il trade americano molto meno, e questo rischia di rivelarsi un boomerang anche e soprattutto per loro». Da qui l’esigenza di «accelerare su nuovi accordi di libero scambio a fronte delle chiusure statunitensi, sul cui cambio di rotta abbiamo poche speranze. Gli Usa sono insostituibili ma con un export che chiuderà il 2025 in calo del 9% a valore, ogni nuova partnership è un’opportunità e un dovere, da cogliere, a partire da Mercosur e India».
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