Dal Teatro Ariston ci vogliono circa quaranta minuti a piedi verso l’interno per raggiungere la sede dell’Azienda Agricola Luca Calvini. Un’ora di cammino – o dieci minuti in auto – separa invece il centro dai vigneti. Un tempo sufficiente a uscire dalla narrazione del Festival di Sanremo e rientrare in quella, più antica, della viticoltura ligure di Ponente. L’azienda guidata da Luca Calvini è stata una delle promotrici della riscoperta del Moscatello di Taggia, vitigno che sembrava destinato all’oblio, ma che invece racconta una parte importante della viticoltura ligure, come l’Ormeasco di Pornassio.

Tutto inizia dal mercato di Sanremo. «I miei nonni hanno commerciato frutta e verdura quando non c’erano i supermercati», ci racconta Ilaria Calvini, enologa e figlia del fondatore Luca Calvini. Poi, per caso, si trovano a vendere uva da vino. «Hanno visto che si vendeva bene e da lì il passo è stato breve».
All’inizio, vinificatori, acquistano uve e producono sia per sé sia per conto terzi. «Quando ero piccola, nei primi anni Duemila, vedevo i signori anziani venire a controllare la loro botte. Si guardavano il loro vino, si confrontavano, si ritrovavano tra amici. Era un momento sociale». Un’immagine che racconta un’epoca dello “sfuso” che oggi resta solo per pochi clienti storici.
La svolta arriva nel 1999, quando i genitori di Ilaria si sposano e decidono di acquisire i primi appezzamenti: il vigneto storico di famiglia a Ceriana e un terreno a Poggio, oggi il più esteso. «Siamo partiti con poco più di un ettaro. Oggi ne coltiviamo circa quattro. La tecnologia ci ha aiutato molto a migliorare la qualità, ma il lavoro resta in gran parte manuale».
Oggi Ilaria, 24 anni e la sorella Elena, 21, sono la nuova generazione e affiancano il padre Luca e la madre Claudia. Studi agrari ed enologia la prima, marketing e percorso da enotecnico la seconda.
«Siamo cresciute qui, tra i vigneti e la cantina. Da bambina misuravo il grado zuccherino delle uve con il rifrattometro. Mi sentivo inclusa nell’azienda di famiglia. È stato quasi naturale che seguissi questa strada».

Tra i filari aziendali troviamo vermentino, pigato, rossese e moscatello di Taggia. La storia recente di quest’ultimo vitigno coincide con una sua riscoperta avviata nei primi anni Duemila grazie a un gruppo di produttori – tra cui Calvini – e agli studi condotti anche con l’Università di Torino.
«Sono state ritrovate vecchie piante in zone diventate boschive. Su una sessantina di esemplari rinvenuti, solo cinque o sei erano utilizzabili. Dopo gli studi genetici siamo riusciti ad avviare la produzione che è iniziata tra il 2011 e il 2012». La prima, sperimentale avvenuta letteralmente «in una pentola a pressione». Oggi i produttori sono 18, per un totale di circa cinque ettari vitati complessivi. L’azienda Luca Calvini ne produce circa 1000 bottiglie l’anno, esclusivamente in versione secca.
Storicamente il Moscatello di Taggia era diffuso nel Medioevo, «apprezzato da Napoleone e in generale dal mercato del tempo, tanto che esisteva una legge portuale che recitava che il Moscatello di Taggia non poteva essere addizionato né tagliato». Con Papa Pio VII diventa il vino della corte papale ed è ricercato in tutta l’Europa. Una vera e propria esplosione di popolarità prima di essere completamente dimenticato a causa di fillossera, oidio e peronospora.
«È un moscato particolare: i fenoli a livello chimico si discostano dal moscato bianco più noto. È si aromatico, con una dolcezza percepibile, ma si presta a essere bevuto anche a tutto pasto». Un vitigno che risente del cambiamento climatico: «Ormai a Ferragosto iniziamo a vendemmiare. Negli ultimi anni, la gestione della maturazione è diventata più complessa: bisogna trovare l’equilibrio tra zuccheri e acidità per evitare gradazioni troppo alte e freschezze insufficienti».

Il vigneto di Poggio di Sanremo è noto agli appassionati di ciclismo per essere l’ultima salita della “Classicissima” Milano-Sanremo, ma è anche una delle aree vitate più vocate del comprensorio. Nel 2023, infatti, il Vermentino prodotto da questa zona ha ottenuto la menzione “Vigna”, tra le prime riconosciute in Liguria. I terreni sono argillosi capaci di trattenere l’acqua senza favorire ristagni; il dorso collinare è ventilato e aperto verso il mare. «La sapidità è legata anche alla vicinanza del mare. L’impronta salina si sente nei nostri vini» come un marchio imposto dal territorio.
E nella verve del festival è capitato anche che volti noti brindassero con i vini dell’azienda. «Una volta è venuta a farci visita una delle veline, ma anche Carlo Conti ha assaggiato i nostri vini ed è rimasto piacevolmente soddisfatto». Il legame tra città e azienda rimane comunque molto stretto e rappresenta «un biglietto da visita importantissimo. Ovunque vado, tutti sanno dov’è Sanremo. Come brand è fortissimo. Sta a noi valorizzare di più quello che produciamo».
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