«La contrazione dei consumi è dovuta alla concorrenza di diversi fattori. Il principale è la diminuzione, in tanti paesi, delle capacità di spesa di una fascia di consumatori che di solito acquista vini italiani di qualità. Un esempio è la Germania: un mercato ottimo, ma quando i tedeschi sentono un refolo di vento contrario si chiudono a riccio. Proprio per questo abbiamo cercato di essere sempre più vicini ai nostri distributori: l’attenzione che si dedica è ciò che fa la differenza».
A parlare è Chiara Lungarotti, titolare dell’azienda omonima con sede a Torgiano, piccolo borgo rurale a pochi minuti da Perugia e Assisi. La sua famiglia produce vino dal 1700. Suo padre Giorgio ha lanciato i vini umbri a livello internazionale. Sua madre Maria Grazia ha dato vita al Museo del vino e al Museo dell’olivo e dell’olio, prime raccolte private specializzate al mondo. L’ultimo investimento è quello su Tenuta Brancalupo a Montefalco.
Partiamo proprio da qua. Come nasce il progetto e come mai Montefalco?
Siamo arrivati a Montefalco per confermare la nostra presenza nel nostro territorio che è l’Umbria. Altrove mi sentirei persa. L’identità umbra per noi è importante e vogliamo far valere le diversità dei prodotti legati al luogo di provenienza: da Tenuta Pometo al museo del vino, al progetto 1962 con i suoi nuovi prodotti che recuperano il packaging di quegli anni per proiettarlo nel futuro. Tenuta Brancalupo è una boutique winery con 16 ettari di vigna: abbiamo girato tanto, alla fine questo luogo, con la sua vista contemporanea sull’Appennino, su Montefalco, Spoleto e i Colli Martani, mi ha convinto. La cantina è al centro della tenuta, completamente circondata dai suoi vigneti. Ora abbiamo deciso di dare un’identità precisa a partire dal nome. Brancalupo perché “branca” è l’impronta del lupo, un animale che sui nostri monti contribuisce a mantenere l’equilibrio: è il guardiano del suo territorio.

Da Brancalupo arriva un vino nuovo, espressione di un vitigno emergente.
Il momento di dare un’identità alla tenuta coincide con la decisione di vinificare il primo bianco. Il trebbiano spoletino è una varietà molto interessante da tutti i punti di vista: una varietà tardiva che cresce a ridosso dell’Appennino. Ci piace molto: ha una bella componente aromatica. Adoro il Grechetto, ma richiede l’uso del freddo, macerazioni e pressatura velocissime per evitare la cessione di catechine.
Come vede lo sviluppo della denominazione di Montefalco? Da poco Angelini Wines & Estates ha acquisito Arnaldo Caprai, un marchio storico fondamentale per il territorio.
Vedo bene l’arrivo di un player esterno dopo 20 anni dagli ultimi arrivi di Lunelli, di Cecchi e di Livon. Anche noi siamo considerati un po’ foresti: in fondo noi umbri siamo molto medievali con i nostri campanili. Marco Caprai rimane con una quota importante in un momento in cui una certa tipologia di vini vive un momento particolare. Ma il problema fondamentale di Montefalco, di Torgiano e del Lago Trasimeno è che va fatto un lavoro a monte sull’Umbria per aumentare il percepito della regione. Sul punto siamo all’unisono con alcuni produttori, con altri un po’ meno. Dobbiamo lavorare sul percepito del brand Umbria.
Umbria Top Wine può essere uno strumento?
È una società cooperativa che raggruppa quasi tutti i produttori dell’Umbria. Può essere uno strumento: ci sono professionalità eccellenti al suo interno, ma non basta.

Che cosa manca?
Dovremmo riuscire a fare quel che hanno fatto nelle Marche con l’Istituto Marchigiano di Tutela Vini. Tutti i produttori hanno lavorato insieme sull’aumento della percezione. Da noi in Umbria ancora non c’è una visione unanimemente condivisa. Si pensa che la guerra si fa con il prezzo: ma la guerra del prezzo porta alla povertà. Noi non siamo una terra da produzione di massa ma da produzione di qualità. Bisogna aumentare il racconto per far conoscere l’Umbria. Dobbiamo essere i primi ambasciatori della nostra terra, della sua unicità e delle sue ricchezze.
Siete produttori in una terra rossista. Come vivete la crisi dei vini rossi?
In verità, la produzione di Lungarotti è paritaria: 50% bianchi, 50% rossi. Ma nell’immaginario collettivo siamo un’azienda di rossi. Del resto il nostro vino di punta è il Vigna Monticchio rosso che da sempre coniuga struttura e piacevolezza di beva. A Montefalco lavoro sulla maggiore piacevolezza di beva: minore durata delle macerazioni, minore livello di estrazione, riduzione progressiva dei rimontaggi. Così hai sempre il frutto con un bell’equilibrio. Un cambio di stile degli ultimi 10-15 anni che ci ha premiato sia nel Montefalco rosso di Brancalupo che nel Rubesco 62. Abbiamo dato vita a vini che vanno sempre più incontro al consumatore, rispettando personalità, natura e luogo di provenienza. Non c’è omologazione, viene fuori l’identità. Una volta gli uomini mettevano camice con colli alti e cravatta, oggi preferiscono stare comodi. La comodità è il driver principale: lo stesso vale per la piacevolezza di beva.
Oggi però bisogna fare i conti anche con altro: il vino è sotto attacco anche sul piano salutistico.
Ma un consumo moderato non è dannoso, anzi. Ci sono studi che dimostrano che un consumo moderato aiuta a controllare determinate patologie. Eppure questo clima negativo non riguarda tutti i prodotti alcolici. Oggi tornano in auge gli spirits. Tutte le aziende di design ti propongono il mobile bar: una volta era sparito dalle case, ma oggi ritorna nello stile di vita.

Insomma, tempi duri per il vino…
Non è più l’unico prodotto che accompagna il pasto. Ma nella nostra cultura il vino ha sempre accompagnato il pasto e l’educazione al bere giusto si fa in casa, a tavola. Il vino è un elemento di convivialità, parte del nostro stile di vita: su questo dobbiamo lavorare. Giorni fa una guida alpina ha salvato dal ghiaccio delle persone nel lago di Braies. Alla domanda: «Bisognerebbe mettere dei divieti?» ha risposto: «Macché, bisogna tonare a utilizzare il buon senso».
Qual è la morale?
La gente non accende il cervello se si mettono solo divieti che non servono a nulla. Cerchiamo piuttosto di far capire l’importanza di un consumo giusto. Vale per tutti: non riempire di divieti, ma far conoscere il rischio e usare il libero arbitrio. Per fortuna siamo in un paese libero.
La chiave è nell’informazione?
È uscita questa bellissima campagna del Masaf sul vino come elemento di convivialità. Dobbiamo ringraziare il ministero che ha promosso questa campagna. Dobbiamo pensare al vino in termini corretti, non metterlo sul banco degli imputati.
C’è un’altra sfida: i gusti cambiano…
Ci sono stati anni di grande apparenza. Oggi tutti cerchiamo di essere noi stessi, vogliamo stare a nostro agio in tutto quello che facciamo, vogliamo stare sereni con ciò che indossiamo come con ciò che scegliamo di bere. Una volta faceva figo chiedere un vino che poi restava nel bicchiere, oggi si cerca qualcosa che sia piacevole. Un vino che scorre bene, con le giuste struttura e tessitura, ma con scorrevolezza e piacevolezza di beva. Una volta ero a cena con Denis Dubourdieu: alla fine della cena abbiamo convenuto sul fatto che le bottiglie finite erano quelle più piacevoli.

C’è chi si spinge oltre con i vini no alcol. Lei che ne pensa?
È stato importante permetterne la produzione a livello normativo. Avremmo altrimenti privato le aziende italiane di un asset competitivo: sarebbe stata una follia, specie in questo momento di crisi. Tuttavia, that’s not my cup of tea: noi non prendiamo in considerazione i vini dealcolati, per ora non mi interessano. Altra cosa è puntare ai low alcol tramite il lavoro in cantina e in vigna. Da tempo usiamo tecniche che ci possono aiutare a raggiungere la giusta maturazione ma con un grado più basso, intorno agli 11,5%.
C’è chi dice che i dealcolati non dovrebbero chiamarsi vini…
Ho vissuto dall’interno delle nostre associazioni di rappresentanza l’iter del decreto. Credo che sia stato importante continuare a chiamarli “vini”, altrimenti li avremmo consegnati al mondo del beverage. Avremmo aperto una porta con il rischio di farci male.
C’è pure chi propone di inserirli nelle denominazioni…
Tutto va fatto nei tempi e nei modi corretti. Non puoi fare leggi ad personam.

Quali sono i mercati emergenti secondo la sua recente esperienza?
Lo yen ha perso molto nei confronti dell’euro: questo incide sulle capacità di spesa in Cina, anche se alcuni vini hanno avuto e continueranno ad avere successo. La Cina 20 anni fa non era ancora un paese produttore, oggi produce eccellenti vini. Hanno terreni variabilissimi che possono produrre vini molto interessanti, la loro politica li spinge al consumo autoctono.
Come vede in prospettiva India e Mercosur?
Il Mercosur è un’eccezionale opportunità, e non solo per il Brasile. Capisco le preoccupazioni del mondo agricolo: servono clausole di salvaguardia, ma saranno mercati interessanti per l’Italia. Anche l’apertura dell’India è un bene: finora le barriere sono state insormontabili per le piccole aziende. Il mercato indiano è cresciuto sul piano logistico: le temperature erano una parte critica. Ma ci vuole tempo perché diventi un grande mercato. E poi c’è un’altra novità comunitaria: l’accordo con l’Australia. È un mercato maturo e guarda con interesse ai vini italiani.
Sullo sfondo resta l’America…
I dazi americani hanno avuto un grande impatto, ma oggi tutti vorremmo tornare a un anno fa. Oggi comunque il problema non sono i dazi, ma il cambio euro dollaro. La situazione attuale è del tutto imprevedibile. Da piccola mio padre mi diceva: «Sulle ginocchia di Giove il nostro destino si posa». E io rispondevo: «Speriamo che non si alzi».
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