L’intesa commerciale tra Unione europea e Mercosur potrebbe subire un’accelerata. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha annunciato venerdì 27 febbraio l’intenzione di applicare l’accordo «in via provvisoria».
Il risultato arriva dopo intense consultazioni con gli Stati membri e con gli eurodeputati in queste settimane ma anche dopo l’ok, a gennaio, del Consiglio europeo (che riunisce i capi di Stato o di governo). «Si tratta di un’applicazione provvisoria di un accordo – ha spiegato von der Leyen – che potrà essere concluso pienamente solo dopo l’approvazione del Parlamento europeo». Parlamento che, come è noto, prima di dare il suo via libera al trattato ha chiesto e attende il parere legale della Corte di giustizia dell’Ue.
L’annuncio di Bruxelles è una buona notizia per il vino, meno buona per altri settori dell’agricoltura. Attualmente, secondo la Commissione, l’intesa Ue-Mercosur (che prevede l’eliminazione di numerosi dazi reciproci e barriere tariffarie per miliardi di euro) si potrebbe applicare provvisoriamente con chi ha già ratificato l’intesa. Ad oggi, come ha spiegato il portavoce Ue per il Commercio, Olof Gill, sono Uruguay e Argentina coi quali il partenariato commerciale sarà attivo due mesi dopo lo scambio delle reciproche notifiche. Mentre per Brasile e Paraguay si dovrà ancora attendere. Ma Bruxelles è fiduciosa che questo avverrà presto.

«Il deciso cambio di passo sul fronte della politica commerciale riflette un’Ue finalmente unita, attenta a sostenere le imprese attraverso l’apertura di nuovi mercati», ha affermato il presidente di Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi. Per il settore vitivinicolo, alla prese con la crisi negli Usa, si tratterebbe di una boccata d’ossigeno «in un momento di tensione e incertezza nel primo mercato di sbocco per il settore». L’intesa Ue-Mercosur, secondo Uiv, è importante per tutto l’agroalimentare «in un’ottica di protezione delle denominazioni italiane. L’area sudamericana – rimarca Frescobaldi – rappresenta oggi un mercato ancora marginale per i vini italiani ed europei, destinato a crescere con la prevista progressiva riduzione delle barriere, tariffarie e non tariffarie». Il Brasile, tra i principali Paesi dell’extra-Ue, fa sapere Uiv, è l’unico a chiudere il 2025 con una crescita in valore delle importazioni di vino tricolore.

Lamberto Frescobaldi, presidente Unione italiana vini
L’area Mercosur conta oltre 250 milioni di consumatori. I vini europei destinati al Brasile hanno subito rincari fino al 27% per fermi e al 35% per gli spumanti, per i dazi all’importazione: una progressiva eliminazione nei prossimi 8 anni potrebbe incidere positivamente sulla competitività. L’import di vino in Brasile sfiora i 500 milioni di euro l’anno, mentre la quota italiana si ferma a 42,5 milioni di euro, circa l’8% del totale.
Secondo la Federvini, la decisione della Commissione Ue rappresenta un «passaggio essenziale per superare la fase di incertezza apertasi lo scorso gennaio, quando il Parlamento europeo aveva disposto il rinvio dell’accordo alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, determinando un rallentamento dell’iter che avrebbe rischiato di tradursi in un prolungato stallo. L’approvazione in via provvisoria – spiega il presidente Giacomo Ponti – consente ora di offrire alle imprese europee un quadro di maggiore stabilità e prevedibilità, favorendo scelte strategiche di medio-lungo periodo». Secondo la federazione degli industriali vinicoli, si tratta di un segnale concreto di «fiducia nella cooperazione internazionale basata su regole condivise». Per le imprese italiane del settore, rappresenta «un’opportunità strategica per diversificare i mercati di destinazione».

Giacomo Ponti – presidente Federvini
Preoccupazione, invece, da parte del maggiore sindacato cooperativo europeo. Il Copa-Cogeca evidenzia in una nota ufficiale i rischi dell’applicazione di un’intesa che non presenta sufficienti garanzie sulla natura e sicurezza dei prodotti importati, in particolare su carni bovine (su cui pesa l’ultimo audit della Dg salute sull’uso in Brasile di ormoni vietati), pollame e zucchero. Dubbi degli agricoltori anche sul rispetto delle leggi sul lavoro, ambientali e relative al benessere animale. Per il grande sindacato, è preoccupante che l’accordo entri in vigore in via provvisoria «ignorando le preoccupazioni della comunità agricola» e anche la mancanza di un pieno consenso a livello parlamentare.

Tra le sigle italiane, la Cia-Agricoltori italiani ha posto l’accento sui rischi concreti in materia di zootecnia italiana (che vale 20 miliardi di euro) nel caso di ingresso di merci estere a dazio zero non sicure. Per il presidente Cristiano Fini, il Brasile «non è affatto pronto a garantire i nostri standard di sicurezza alimentare. E lo ha persino ammesso. Forzare la mano ora è un cortocircuito istituzionale inaccettabile». Nell’audit della Dg Sante, ricorda l’associazione, le stesse autorità brasiliane «confermano di avere bisogno di un periodo che va dagli 8 ai 12 mesi per poter adeguare i propri sistemi di certificazione». L’apertura delle aree di libero scambio, secondo Cia, deve avvenire a parità di regole sugli standard produttivi, ambientali e sanitari: «Basterebbe un solo scandalo legato a carne d’importazione non controllata a dovere – conclude Fini – per scardinare questa fiducia e far crollare i consumi, con danni incalcolabili per il Made in Italy». Pertanto, non è accettabile l’ingresso di un solo chilo di carne sudamericana «senza l’attivazione preventiva delle clausole di salvaguardia e controlli frontalieri serrati».
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