Enigma, ristorante di Barcellona. Non si entra: si attraversa. Un corridoio che sembra un retrobottega e invece รจ un prologo; poi superfici fredde, riflessi metallici, vetro, luci costruite per farti perdere i riferimenti e – paradosso – sentirti protetto in una specie di bolla. Cโรจ una โnuvolaโ luminosa, centrale, pensata per impastare architettura e percezione, come se la sala del ristorante fosse un dispositivo ottico prima ancora che un luogo. Austeritร e mistero si fondono.
Al tavolo, una ragazza da sola: non ha lโaria di chi โsi affidaโ, ma di chi sta per contrattare con eleganza. Sfoglia il menu come si sfoglia un contratto, si sofferma sul percorso di degustazione, con rispetto, ma senza reverenza. Alza lo sguardo verso la sala – pochi tavoli, unโattenzione quasi da teatro – e incrocia il viso del cameriere.ย ยซNon mangio lโanguillaยป, dice. E poi, quasi scusandosi di essere concreta: ยซPreferisco un piatto salato al dolce, se possibileยป. Chiede quanto dura tutta l’opera dello chef, non ha fretta di andarsene ma neppure troppo tempo per rimanere. Non รจ capriccio. ร grammatica nuova.ย Non lo fa per dominare. Lo fa per partecipare. Il fine dining รจ nato anche per sottrarre lโospite alla banalitร del โcome a casaโ, ma oggi il cliente non vuole โcome a casaโ: vuole come sono io, qui e adesso.

La sala dell’auditorium di Madrid Fusion – Foto Sonia Ricci
E se un convegno globale come Madrid Fusiรณn, che ogni anno richiama chef,ย operatori del settore e giornalistiย da tutto il mondo, sceglie come tema principaleย El cliente toma el mando, il cliente prende il comando, significa che la faccenda non รจ unโimpressione privata: รจ un fenomeno culturale, quasi antropologico. Il commensale passivo evapora; al suo posto arriva un consumatore informato, esigente, con criterio; e con unโopinione pronta allโuso, spesso maturata nei social, nellโipercommento, nella recensione preventiva. ร giusto, รจ sbagliato? Sicuramente รจ qui.

Foto Sonia Ricci
Stessa sala, qualche tavolo piรน in lร . Una coppia studia il menu con unโansia diversa: non quella di scegliere, ma quella di non disturbare. Sono entrambi educati, perfettamente โda ristorante importanteโ. Hanno imparato la liturgia delle dieci, venti, trenta portate: la sequenza come destino, il racconto come monologo, il ritmo come comando. Si scambiano sguardi: non tutto li convince, ma non chiedono variazioni. Perchรฉ? Perchรฉ, nel loro mondo, lo chef โcomandaโ.
Ecco il cortocircuito: la ragazza non รจ maleducata; รจ contemporanea. La coppia non รจ sciocca; รจ figlia di unโepoca in cui il fine dining era verticalitร . Io cucino, tu ascolti. Per anni รจ stato cosรฌ anche per ragioni tecniche ed economiche, il menu degustazione come macchina perfetta, come ingegneria del servizio, come dispositivo di controllo (del tempo, dei costi, della brigata). Ma ora la macchina scricchiola perchรฉ scricchiola il pubblico.

Il convegno internazionale di Madrid – Foto Sonia Ricci
Il โmanifestoโ di Madrid Fusiรณn – preciso, programmatico – lo dice senza infingimenti: le strutture rigide della degustazione vengono contestate; i pairing โobbligatoriโ non sono piรน intoccabili; il cliente chiede di modulare, saltare, scegliere. E soprattutto: non accetta relatos vacรญos. Se la storia non รจ vera, se lโautenticitร รจ posa, il nuovo commensale punisce. Con il gesto piรน crudele del nostro tempo: lโindifferenza.
La stampa internazionale, ormai da qualche anno, registra il cambiamento, anche se non รจ facile inquadrarlo. Nel numero di febbraio 2013 di Vanity Fair, il critico gastronomico Corby Kummer lamentava l’ascesa dei menu degustazione. Lo chef, diceva, รจ un genio culinario, ma nell’era del menu da quattro ore e 30 portate,ย manca un ingrediente chiave: lโinteresse per cosa (o quanto) il cliente desidera mangiare. Kummer equiparava il menu degustazione a una forma di dittatura culinaria: ยซLe degustazioni daranno potere a cuochi e camerieri, un tempo ben intenzionati e desiderosi di compiacere, di diventare dei meschini despoti, e sempre piรน commensali scopriranno che il potere assoluto irrita in modo assolutoยป.
Ma ad aprire il dibattito qualche mese prima, alla fine del 2012, รจ stato quello che allora era uno dei critici piรน influenti al mondo: Pete Wells,ย con un editoriale durissimo pubblicato dal New York Times, diceva di provare una ยซsensazione di impotenza e di oppressioneยป di fronte ai menu fissi. Alcuni percorsi mancavano ยซdi formaยป. Nel 2022, Tim Hayward del Financial Times si lamentava della ยซestenuante lista di cose da fare fatta di clichรฉ logoriยป. Ma oltre un decennio successivo qualcosa sta cambiando. ร in corso una metamorfosi: la Brexit, il Covid, lโinvasione russa dell’Ucraina, l’impennata dei costi energetici, alimentari e del personale, hanno cambiato lโofferta a tavola. Sono arrivati menu piรน corti, piรน leggibili, meno maratoneย come status symbol. Da qui in poi, dunque, la domanda non รจ piรน seย stia cambiando qualcosa. ร che cosa sta cambiando davvero.

Lo chef Mauro Uliassi durante il congresso internazionale – Foto Sonia Ricci
Cโรจ stato un tempo – lungo, televisivo, rumoroso – in cui lo chef รจ stato eletto a divinitร laica. Non โcuocoโ ma autore, non โartigianoโ ma genio, non โlavoratoreโ ma icona. La celebrity chef culture descrive il cuoco come performer mediatico, imprenditore-brand, arbitro di gusto e figura di potere culturale. In quel mondo, lโego non รจ un difetto, ma un carburante dove lโospite scivola in seconda fila. Ecco perchรฉ, quando Mauro Uliassi, lo chef che a Senigallia ha cambiato lโalta cucina con il suo ristorante sul mare (nella foto in alto a sinistra), ha deciso di dire la veritร sul palco, la frase รจ suonata come un colpo di tosse in cattedrale: ยซI cuochi hanno un ego grosso come una casa, ma la cucina non รจ per noi: รจ per chi mangiaยป, ha detto a Madrid Fusiรณn.
Nessuno moralismo, pura diagnosi. Un modo per spiegare perchรฉ questa transizione fa male. Chi ha vissuto nellโOlimpo (o ci ha provato) fatica ad accettare che il potere si stia spostando. Uliassi insiste e scava nel punto cieco della vanitร : ยซNoi amiamo molto cucinare per gli altri, ma molto spesso anche per compiacere noi stessiยป. Che coraggio. E poi mette la firma sul manifesto anti superstar: lโesperienza non รจ un oggetto del cuoco, รจ una relazione che si compie nellโaltro. ยซIl piacere non รจ democratico, appartiene solo e soltanto a chi lo mangiaยป.ย
Dentro questa crepa entra anche Coco Montes, discepolo del francese Alain Passard, che nella capitale spagnola guida il ristorante stellato Pabรน. Al Gambero Rosso dice: ยซGli chef sono diventati superstarยป e ยซi ristoranti hanno iniziato a dimenticare un poโ il clienteยป. Autocritica di categoria, qualcuno ha iniziato a farla.ย

Gli chef Sergio e Javier Torres
ร il cliente a guidare il cambiamento in corso. E la rivoluzione piรน concreta, che รจ anche la piรน banale, riguarda il tempo. Oggi il cliente non si consegna piรน volentieri a una cena da cinque ore come se fosse un voto monastico. E il mondo della ristorazione – anche alto – sta reagendo con formule piรน rapide, menu ridotti, pranzi โespressiโ, percorsi con porzioni piรน piccole, varianti dentro la degustazione. Il Guardian tre anni fa con lโarticolo Why no choice is a good choice ha raccontato lโascesa dei menu veloci nei ristoranti stellati (ยซFive courses in 55 minutesยป), nati anche per incrociare nuove abitudini e pressioni economiche. E giร nel 2023 il giornale inglese registrava la tendenza ai tasting menu piรน corti e meno rigidi.ย
I fratelli Sergio e Javier Torres, tre stelle Michelin ottenute con il ristorante Cocina Hermanos Torres a Barcellona, raccontano al Gambero Rosso come che negli ultimi sette anni hanno ridotto la durata complessiva del menu – ยซquelli eccessivamente lunghi non erano apprezzatiยป – puntando a una media ideale di due ore e mezza: ยซIl cliente fa quello che vuole; noi ci adattiamoยป.ย L’esperienza di Vicky Cheng, chef stellato di Hong Kong, con i suoi due ristoranti conferma una tendenza in essere: ยซMolti dei nostri clienti preferiscono mangiare in meno tempo, ma questo non significa che vogliano necessariamente andarsene presto. Si fermano a bere, o a parlareยป.

Lo chef spagnolo Andoni Luis Aduriz
Coco Montes, pur difendendo lโimpianto della degustazione, ha previsto lunghezze diverse, permettendo di togliere singoli piatti eย optando per mezze porzioni. La rivista online statunitense Eater tempo fa titolava La tirannia dei tasting menu,ย non tanto perchรฉ la degustazione sia un male in sรฉ, ma lo diventa quando รจ unico e immodificabile, trasformando lโospitalitร in disciplina.
Diversa รจ l’esperienza che offre il Mugaritz dello chef Andoni Luis Aduriz (siamo nei Paesi Baschi), dove si serve il menu degustazione. Negli ultimi anni, sono aumentate le richieste di modifica dei percorsi, c’รจ attenzione da parte del ristorante, ma – spiega Aduriz – ยซper il tipo di proposta che offriamo, chiedere modifiche sostanziali sarebbe un poโ come entrare in una sala cinematografica con il regista presente e dirgli quale finale si desideraยป. Quando un progetto viene definito con sei mesi di anticipo – aggiunge – ยซnon ha molto senso incorporare improvvisazioni dellโultimo momento. Si ascolta, sรฌ, e si apportano aggiustamenti quando รจ opportuno, ma non รจ la normaยป.

Lo chef Giuseppe Iannotti
Lโalta cucina puรฒ intimidire: dress code imposto, sala ieratica, lessico iniziatico. Ma questo modello funziona solo con una minoranza di nostalgici (o di timorosi). Il resto del pubblico vuole sentirsi accolto, non giudicato. Giuseppe Iannotti, istrionico chef di Krรจsios, ristorante bistellato e Tre Forchette a Telese Terme, in Campania, lo dice nel modo piรน efficace, e con una battuta che รจ una sentenza culturale: ยซVuoi mangiare in pigiama? Va benissimoยป. E subito dopo: ยซPer me la cosa piรน importante รจ che tu stia bene, ti sieda e inizi a mangiareยป.
I fratelli Torres fotografano lo stesso fenomeno lato sala: clienti elegantissimi per lโoccasione, e turisti molto casual (ยซCome sei, vieniยป), alcuni addirittura nel loro tristellato indossano la maglia dellโFC Barcelona. Non hanno una policy stringente sul guardaroba. Anzi, si prova aย impostare unโautenticitร reciproca. ยซCi concediamo una certa informalitร , in sala il personale veste con le nostre iconiche sneakers rosseยป. Cosรฌ se il ristorante si prende sul serio senza prendermi troppo sul serio, il cliente puรฒ stare al gioco senza la paura di sbagliare.

Il box di Batch dentro al mercato Vallehermoso a Madrid – Foto Sonia Ricci
Anche la stampa generalista registra la fame di relax: il Guardian in How to eat now, un articolo di costume su come si mangia oggi, mette in fila le regole sociali che si stanno riscrivendo: si preferisce avere il vino a portata di mano, al tavolo, perchรฉ le persone vogliono servirsi da sole; รจ giusto cambiare i piatti se un ingrediente non piace; i ristoranti dovrebbero sempre mettete online i menu con i prezzi; la musica alta? No grazie. Jay Rayner, rinomato critico gastronomico, giร nel 2015, prendeva in giro lโossessione del servizio-museo e lโeccesso di formalitร ,ย suggerendo che il pubblico si stesse stancando del teatro dellโinchino.
Il โnuovo lussoโ, in questa chiave, non รจ lโabito giusto ma lโassenza di rigiditร . Nascono format piรน semplici o fine dining con assenza di noia. Due esempi madrileni: Batch, una vecchia bottega di un mercatoย riadattata a ristorantino con vini naturali,ย eย Osa, ristorante promettente con una cucina โfinto minimalistaโ nato in un quartiere working class (nella pagina precedente, uno scorcio della brigata al lavoro durante il servizio).ย ย

Molti chef sottovalutano il potere della sala. Albert Adriร , dal palco di Madrid Fusiรณn, racconta Enigma come unโesperienza che comincia con due domande poste dalla sala al cliente. La prima riguarda il tempo: ยซSe vuole le spiegazioni dei piatti prima o dopoยป. La seconda riguarda il grado di invasivitร : ยซSe vuole spiegazioni corte o se preferisce la paceยป. ร un gesto apparentemente piccolo, ma parla delย nuovo momento storico: il ristorante smette di occupare il tavolo con il proprio ego narrativo e restituisce al cliente il controllo del ritmo.
E poi cโรจ lโesperienzaย di Da Lucio, a Rimini (ristorante premiato dal Gambero Rosso). Qui il servizio, fortissimo, diventa la prova che il fine dining puรฒ essere moderno senza perdere precisione. Non รจ la sala con la solita danza stanca, quella che ti ripiega il tovagliolo e fa gli inchini; รจ una sala che โscivolaโ leggera, contemporanea, con unโeleganza naturale che non ha bisogno di protocolli. Il cliente puรฒ servirsi lโacqua e il vino da solo. Alleluia. Non subisce, gode.
Questa รจ la parte che spesso manca nel dibattito. Il mando non รจ solo scegliere un piatto, รจ poter vivere la sala senza sentirsi osservato, corretto, gestito come pratica burocratica. Il servizio, oggi, รจ la chiave piรน importante. ยซI clienti sono piรน importanti delle stelle Michelinยป, parola dello chef catalano (tristellato) Joan Roca.
A Madrid Fusiรณn se nโรจ parlato parecchio: ยซHiperopiniรณn y redes socialesยป. Il cliente arriva al ristorante giร โpienoโ: di immagini, commenti, aspettative, certezze. Qui Uliassi va dritto: ยซIl pregiudizio nasce prima del primo bocconeยป. E aggiunge che quel pregiudizio puรฒ far amare un piatto mediocre o rifiutare un capolavoro, non perchรฉ il cliente sia sciocco, ma perchรฉ oggi il piatto si mangia due volte, prima con lโimmaginazione e poi con la bocca.ย
La grande chef peruviana Pรญa Leรณn – qui per leggere la nostra intervistaย – racconta il cliente come una persona da leggere: cโรจ chi arriva con Instagram in testa e chi arriva come โfoglio biancoโ. In entrambi i casi, la vera competenza รจ interpretare lโospite senza snaturarsi. ร per questo che la cocinera, cosรฌ ama definirsi, parla di mando โcondivisoโ, che va e viene: una staffetta, non un colpo di stato. E anche qui la sala torna decisiva: se il cliente รจ informato, la spiegazione deve essere su misura. Se il cliente vuole silenzio, devi rispettarlo. Se vuole sapere tutto, devi essere pronto. Il fine dining del futuro somiglia meno a una lezione e piรน a una negoziazione elegante.ย ยซIl cliente prenda il comando, ma noi chef non caliamoci le bracheยป, replica al claim Diego Rossi di Trippa a Milano, ormai conosciuto in mezzo mondo.

Ferran Adriร sul palco di Madrid Fusion – Foto Sonia Ricci
Cโรจ infine un punto che Ferran Adriร , chef che ha segnato la gastronomia contemporanea con il rivoluzionario El Bulli e la sua cucina molecolare, spiega con grande brutalitร : il pubblico potenziale del fine dining รจ piccolo, e la capacitร di spesa รจ un imbuto. Ecco lโaritmetica cinica: ยซSe hai un ristorante sopra i 30 euro, solo lโ1,2% degli spagnoli potrร andarci, se superi i 150 euro, il numero di clienti diventa estremamente limitato. Cโรจ poi un pezzo di societร che al momento non sembra interessata al fine dining: la Gen Z. Una generazione che entra nei ristoranti con unโidea del piacere meno alcol-centrica, piรน moderata, piรน sober curious, piรน vicina al bar di quartiere che al ristorante classico, ai loro occhi โanalogicoโ. E dentro questa cornice strettissima il cliente, inevitabilmente, pesa come un macigno. E perderlo รจ un costo.
La ricerca e lโanalisi manageriale confermano che i riconoscimenti possono cambiare prezzi, menu, comunicazione e pressione competitiva, e che la โstellaโ porta anche rischi e aspettative che non tutti reggono. E allora la domanda iniziale, โIl cliente ha preso il mando?โ, trova una risposta piรน adulta: il cliente non ha preso il mando contro lo chef, lo ha preso accanto allo chef, perchรฉ il mondo รจ cambiato: tempi piรน stretti, abitudini piรน mobili, culture piรน mescolate, e un capitale simbolico (social) che dร allโospite una voce enorme.
Il fine dining, se vuole restare fine, deve fare una cosa difficilissima: rinunciare a una parte del controllo senza perdere identitร . In fondo lo dice Uliassi con una frase che vale come epitaffio della vecchia verticalitร e come promessa della nuova: ยซIl cuoco non cucina solamente piatti, ma cucina condizioni, prepara uno spazio in cui qualcosa puรฒ e deve accadereยป. Ecco: oggi quel โqualcosaโ accade solo se il cliente non si sente sequestrato, intimidito, zittito, catechizzato. Accade se si sente parte del racconto. Non protagonista unico. Parte.
Foto di copertina dell’autrice: la cucina del ristorante Osa di Madrid
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