Lo sapevate che

Non è un cetriolo e rischia di scomparire: la lunga storia della facussa di Carloforte

Sembra un cetriolo ma appartiene alla famiglia dei meloni. Arrivò a Carloforte con i tabarchini nel Settecento e oggi è una rarità coltivata da pochissimi agricoltori

  • 16 Giugno, 2026
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Si raccoglie verde, si mangia con la buccia e finisce a pezzetti nell’insalata estiva senza lasciare l’amaro in bocca. A prima vista sembrerebbe un cetriolo, eppure tecnicamente non lo è. Si tratta della facussa, una varietà di melone dalla forma oblunga, sapore delicato e leggermente sapido, da consumare poco maturo. In Sardegna, a Carloforte, la mangiano così da quasi tre secoli, ma la storia di questo ortaggio comincia molto più lontano. 

Cos’è la facussa e perché non è un cetriolo

Il nome stesso racconta da dove viene. In arabo faguss significa infatti cetriolo. Lo portarono i tabarchini, i discendenti di una comunità di liguri che a metà del Cinquecento fondò una colonia commerciale sull’isola tunisina di Tabarka e lì rimase per quasi due secoli. Quando l’avamposto diventò insostenibile, Carlo Emanuele III di Savoia offrì una via d’uscita. Si trasferirono così in Sardegna e nel 1738 fondarono Carloforte sull’isola di San Pietro, mentre un secondo gruppo raggiunse invece l’isola di Sant’Antioco nel 1770, fondando Calasetta. Con loro viaggiarono anche le semenze del melone serpente, che da queste isole sarde non sono mai ripartite.

Semi della facussa, foto Laore

Ancora oggi la facussa cresce quasi soltanto in quell’angolo del Sulcis dove si parla un dialetto ligure con dentro parole arabe e francesi. I semi non si comprano ma si tramandano in famiglia, come raccontano i pochi che la coltivano ancora. Gli agricoltori del tortarello – altro nome con cui è conosciuto – si contano infatti sulle dita di una mano, al punto che il repertorio regionale dell’agrobiodiversità della Sardegna la classifica come risorsa a rischio di estinzione genetica.

Dalla cappunadda alla spinella di tonno

Nonostante questo, ogni fine maggio la facussa è ancora tra gli ortaggi più cercati sui banchi del mercato di Carloforte. È sottile e lungo tra i 30 e i 40 centimetri, ritorto su se stesso in modo irregolare, con la superficie verde scuro striata e liscia. Ciò che la distingue davvero dal cetriolo comune – oltre all’appartenenza alla famiglia del cucumis melo, la stessa classificazione botanica del melone retato che finisce nei carrelli  da giugno a settembre – è l’assenza di cucurbitacina, la molecola responsabile dell’amaro e della difficile digestione. 

Facussa, foto Biodiversità Sardegna

Non serve strofinarla, non serve sbucciarla. La facussa si lava, si taglia a rondelle o a pezzi irregolari, si condisce con poco sale e si mangia così. I pescatori carlofortini la gustano tutt’ora nell’insalata tipica, la “cappunadda” insieme a tonno sott’olio, gallette, pomodoro, olio, aceto, pepe e basilico, o varianti con altri ingredienti come uova sode, fagioli, olive, capperi e cipolla.

Ma questo ingrediente non finisce solo nelle insalate. Entra nella spinella di tonno, uno spezzatino tradizionale a base di cipolla, patate e facussa a rondelle cotto a fuoco lento,  rimasto nella memoria dei più anziani . Si abbina alle fave fresche e ai capperi sottaceto, prodotti dell’isola e compagni naturali della facussa. C’è persino chi l’ha trasformata in gelato, come il maestro gelataio Lorenzo Ingenuo che ci ha abbinato basilico, succo di limone e zucchero, ottenendo fresco dessert che profuma di orto.

Un’identità che non si trasferisce

Varietà simili esistono altrove, ad esempio in Sicilia dove la chiamano cucummaru o in Puglia dove il carosello e il barattiere occupano la stessa nicchia. Nessuna di esse, però, porta con sé questa stratificazione di storie e un‘identità così radicata in un luogo preciso. C’è anche un altro elemento che distingue la facussa da qualsiasi altro cetriolo: nella parlata locale è un insulto bonario, utilizzato per riferirsi a una persona sciocca e di poco conto, diventato metafora dell’inconsistenza. Strano destino per un ortaggio che qualcuno ha ritenuto abbastanza prezioso da essere portato dietro attraverso il Mediterraneo, di generazione in generazione, per quasi tre secoli.

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