Il blocco dello stretto di Hormuz spaventa le economie globali. L’esplosione del conflitto Stati Uniti-Iran, come in un effetto domino, ha già avuto i suoi primi contraccolpi sui mercati dell’energia, sui costi dei trasporti e sull’inflazione, facendo aumentare i prezzi di petrolio, gas e fertilizzanti considerando che da quest’area passano circa il 20% di petrolio e gas liquido del mondo. Uno scenario che potrà incrementare «significativamente» i costi di produzione dell’agricoltura, in base a entità e durata delle tensioni internazionali, come ha sottolineato la stessa Commissione europea nel suo recente outlook di breve termine.
Spirale negativa nella quale è finito anche il settore vitivinicolo, già interessato da una flessione strutturale dei consumi e da una riduzione degli scambi globali. Ora, ai problemi di tipo logistico, si uniscono le preoccupazioni per i rincari dei prezzi dei vini al consumo. Non nascondono le difficoltà alcune grandi imprese del vino made in Italy, fortemente orientate all’internazionalizzazione, intervistate dal settimanale Trebicchieri del Gambero Rosso. L’analisi della congiuntura è realistica e a tratti impietosa, a pochi mesi dall’avvio del nuovo raccolto 2026.

Il primo effetto tangibile per le imprese vinicole tra guerra e chiusura di Hormuz è stato un calo evidente dell’export verso i mercati mediorientali. Uno stop degli ordini che sta interessando una ventina di Paesi, per un giro d’affari di oltre 80 milioni di euro, come ricorda Unione italiana vini. Lo segnalano soprattutto le grandi imprese export oriented, come Angelini Wines (protagonista ad aprile dell’acquisizione di Arnaldo Caprai), alle prese già con un inasprimento delle barriere tariffarie sul mercato russo.
«Sul versante mediorientale, gli Emirati Arabi sono in stallo. Le vendite nel canale Horeca – spiega al settimanale Trebicchieri il ceo Alberto Lusini – segnano quasi un -80% rispetto alle attese, per effetto del crollo dei flussi turistici e della contrazione della comunità di expat, che rappresentava una quota rilevante della domanda locale. A questo si aggiunge una pressione inflattiva: l’escalation dei costi energetici si sta già riflettendo sul prezzo del vetro e, più in generale, sui nostri Cogs (costi di produzione; ndr)». La principale preoccupazione per il manager è sostanzialmente una: «La capacità di traslare tali aumenti lungo la filiera, senza erodere la competitività: una leva che, in alcuni mercati europei, è già stata azionata dai nostri clienti per assorbire i rincari logistici».

Alberto Lusini – ceo di Angelini wines
Il gruppo sta provando a mitigare gli effetti della crisi dei trasporti, mantenendo operative le rotte verso Asia-Pacifico e Medio Oriente «privilegiando i mercati dove il rapporto rischio/opportunità rimane favorevole. Il vero nodo, tuttavia, non è solo operativo. L’impatto più rilevante – chiarisce Lusini – è quello indiretto che i costi dell’ocean freight (i prezzi del trasporto delle merci via nave) stanno generando sui prezzi al consumo finale. La nostra risposta si articola su tre direttrici: ottimizzazione della pianificazione logistica, revisione dei termini commerciali coi partner strategici e una comunicazione trasparente con la distribuzione per gestire insieme le aspettative di mercato». Per il ceo di Angelini Wines, in tale contesto, la «relazione col trade diventa un asset competitivo tanto quanto la qualità del prodotto».
Dal caro energia al caro vino, il passaggio è abbastanza breve considerando tutta la catena di approvvigionamento: «Se il blocco di Hormuz dovesse prolungarsi, una revisione strutturale dei prezzi al consumo sarà difficilmente evitabile. E il nostro obiettivo – sottolinea Lusini – è gestire la transizione in modo ordinato, proteggendo il posizionamento del brand senza compromettere i volumi».
Vendite sospese negli Emirati arabi e ritiro dei container pronti per partire verso Dubai. Terre Cevico ha subito, come altri brand, il blocco iraniano delle merci. Il recente annuncio della creazione di “Galassia“, network commerciale internazionale che riunisce le società controllate Montresor e Medici Ermete, sarà utile per gestire momenti critici come quello attuale.
Il direttore generale Paolo Galassi parla di necessità di rispondere tempestivamente, per quanto possibile, alle calamità geopolitiche. Nel caso del conflitto in Russia e Ucraina, le vendite di Terre Cevico sono diminuite rispettivamente del 90% e del 50%. A causa del conflitto Usa-Iran, le rotte commerciali «sono state modificate per evidenti condizioni di sicurezza sui territori, pertanto si sono allungati i tempi di percorrenza e sono aumentati i costi dei trasporti, ai quali si somma il costo in aumento esponenziale dei carburanti. E il costo dei trasporti è solitamente a carico dell’importatore. Questo aspetto rallenta ovviamente la commercializzazione e la vendita dei vini».

Terre Cevico – da sinistra Paolo Galassi e Alberto Medici
Ma sul tema dell’aumento dei listini al consumo sui mercati esteri, Galassi è prudente: «In prima battuta, si può immaginare, per effetto dell’aumento dei costi di trasporto, un rincaro dei primi vini arrivati a destinazione. Ma immagino che il protrarsi del forte rallentamento dei consumi e il conseguente aumento dei volumi fermi per le aziende, potrebbe portare a una deflazione del costo del vino». L’intera filiera risente del rincaro dei costi «ed essendo diminuito il potere di acquisto – rileva il dg – con la contrazione dei consumi a livello di costo bottiglia si teme una svalutazione».
Federico Girotto, amministratore delegato di Masi Agricola, definisce Hormuz un corridoio logistico strategico a livello planetario. Pur senza impatti immediati, il Gruppo quotato alla Borsa di Milano (che ha affrontato un difficile 2025 sul fronte della marginalità) ha già messo in atto alcune misure per mitigare gli effetti della crisi: «Abbiamo ampliato notevolmente l’uso di bottiglie leggere, che tra i molti vantaggi presentano anche quello di una maggiore accessibilità dei costi di trasporto. Poi, come tutte le criticità, l’attuale situazione genera l’opportunità di aumentare il presidio delle attività di rinegoziazione dei fornitori, privilegiando rapporti di partnership strategica di lungo termine, ragionando su logiche di sinergie win-win».

Federico Girotto – ceo di Masi Agricola
I prezzi del vino potrebbero in linea teorica aumentare «nel medio-lungo termine», afferma Girotto, secondo cui opererà il «meccanismo dell’effetto a cascata, con un incremento dei prezzi al consumo. Tale fenomeno però – precisa il ceo di Masi – si verificherà per ogni genere merceologico, per cui è interesse di tutti i sistemi economici internazionali che i negoziati per lo sblocco dello Stretto, e anche auspicabilmente per la cessazione del conflitto Usa-Israele/Iran, vadano a buon fine. Nel frattempo, e a breve, anche considerando gli effetti di isteresi all’interno della filiera produzione-distribuzione, non crediamo che scatteranno significativi rincari dei vini per i consumatori».

Skyline di Teheran con la Milad tower – foto FreePik
Valentino Sciotti, patron di Fantini Group, realtà abruzzese con oltre 95% di export, non ha dubbi: «Il protrarsi di guerre e tensioni internazionali finirà inevitabilmente per influire anche sui consumi di vino. Il rischio – afferma – è una nuova spinta inflazionistica, destinata a ridurre ulteriormente il potere d’acquisto del consumatore, che privilegerà il risparmio». Tuttavia, dal lato delle imprese, l’incremento dei prezzi è la scelta «meno consigliabile», secondo Sciotti, che ricorda come molte aziende, soprattutto italiane, abbiano già visto ridursi la marginalità «per aver scelto di assorbire una parte dell’impatto dei dazi negli Stati Uniti, facendosene carico in prima persona. A mio avviso, in molti casi, è stata una scelta sbagliata».
In uno scenario in evoluzione, con la crisi di Hormuz, nelle prossime settimane «potrebbero emergere forti pressioni internazionali – prevede Sciotti – per un ritorno a una maggiore normalità nell’area mediorientale, perché troppe economie stanno già pagando un prezzo molto alto sul fronte energetico». C’è infatti il rischio che in alcuni Paesi ci siano difficoltà nel garantire il regolare approvvigionamento di carburanti e gas. Intanto Fantini ha scelto di «allungare i termini di pagamento», per condividere con gli importatori il maggiore fabbisogno di liquidità e «proteggerli da rotture di stock che sarebbero molto dannose anche per il brand».

Fantini Group – Valentino Sciotti, presidente e amministratore
Antonio Rallo, wine maker della siciliana Donnafugata (37 milioni di ricavi per un terzo realizzati fuori confine), sottolinea come attualmente, in un clima di incertezza internazionale, siano gli importatori asiatici a pagare molto di più per il trasporto. La crisi dei trasporti sta presentando già il conto: «Alcuni nostri fornitori, in particolare di accessori, stanno avanzando richieste di incremento prezzi che speriamo di evitare», sottolinea Rallo che sul tema del rischio rincari osserva: «Si sta registrando un aumento dell’inflazione. Quindi, è probabile che anche il prezzo dei vini al consumo rientri in questa dinamica».
Una congiuntura pericolosa che si somma al crollo negli Usa: «I consumi stagnanti o calanti sono da monitorare con attenzione, in particolare in mercati importanti come gli Stati Uniti. Sui dazi – avverte Rallo – c’è ancora da capire come andrà a finire viste alcune recenti sentenze che li hanno rimessi in discussione. Le insidie maggiori sono l’incertezza e l’instabilità internazionali. Di contro, a noi tocca puntare sempre più su qualità e comunicazione dei nostri punti di forza, sia come aziende che come filiera del vino italiano».

Antonio Rallo – Donnafugata – photo credits: Fabio Gambina
L’outlook delle imprese sul peso di questa congiuntura sui bilanci 2026 è tra il prudente e il pessimista. Il ceo di Angelini Wines, Alberto Lusini, parla di momento strutturalmente fragile per il vino. «Il vero problema di sistema è la sovrabbondanza di stock, con quasi 61 milioni di ettolitri complessivi ancora da collocare, la pressione sui prezzi è costante e la nervosità sui mercati è palpabile. In questo contesto – avverte – tenere un posizionamento coerente, capace di giustificare i necessari adeguamenti di prezzo senza perdere competitività, è la sfida più impegnativa che stiamo affrontando». E sugli Stati Uniti: «Sono un ulteriore elemento destabilizzante: qualsiasi ulteriore irrigidimento delle barriere tariffarie rischia di amplificare una compressione dei margini già in atto». Il gruppo sta mettendo ponendo un freno diversificando la geografia dei ricavi e lavorare sulla solidità dei fondamentali di brand.
«Il peso dei dazi Usa è già evidente – spiega Paolo Galassi (Terre Cevico) – e se i costi dei dazi sulle prime forniture già in transito sono stati assorbiti da alcuni importatori, oggi la richiesta di sostenere economicamente questa tassazione ricade sul produttore. Non essendoci in prospettiva segnali di cambiamento nelle politiche commerciali americane, né soluzioni migliorative degli assetti verso il commercio dei vini europei nel breve, i trend dei consumi dei vini sono destinati a flettere ulteriormente». Il gruppo cooperativo, che nel 2025 ha fatturato di 213 mln di euro (+3%), ritiene necessario un intervento per attutire il danno sulle imprese vitivinicole italiane: «Un sostegno – conclude Galassi – per recuperare risorse e un mercato, quello americano, che rappresenta il 23% dell’export nazionale».
Federico Girotto (Masi Agricola) parla di congiuntura complicata: «La view prevalente tra gli operatori ci sembra immaginare la persistenza di un’attitudine di estrema cautela, sia dei consumatori che del trade, per il prosieguo dell’anno. Per quanto ci riguarda, tutte le trasformazioni che vediamo nei consumi danno opportunità a chi si posiziona a livello premium, come Masi. Cerchiamo di separare gli aspetti momentanei da quelli strutturali, orientandoci con la nostra stella polare: il brand». Cauto anche Valentino Sciotti (Fantini Group) sulla ripartenza: «Dopo un 2026 di assestamento, credo che nel 2027 si possa tornare a parlare di crescita, probabilmente con un nuovo posizionamento del vino italiano, più orientato verso la fascia medio-alta e meno verso l’entry level».
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