Nolo

Chi investe sui vini no alcol? Ecco una prima mappa della dealcolazione made in Italy

Col mercato interno ancora in fase embrionale le iniziative si concentrano soprattutto a Nord, ma c’è anche chi punta sulla Puglia. Parlano i brand che stanno puntando milioni di euro sul comparto

  • 02 Aprile, 2026
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Il mondo italiano della dealcolazione si muove. Il decreto Masaf-Mef che ha risolto l’impasse sulle accise ha dato slancio all’interesse degli imprenditori, che stanno preparando il terreno. E mentre il mercato e i consumi nazionali sono a un livello embrionale (basti pensare che in Gdo circolano solo 220mila bottiglie di vino no-low), l’industria made in Italy è in fermento e prova ad accelerare per colmare un ritardo di oltre un anno rispetto al disco verde arrivato da Bruxelles per questa speciale categoria di vini. Per ora, la mappa territoriale dei vini no-low dice Nord. Per tanti motivi: economici, culturali, tecnici, logistici, storici. Il settentrione d’Italia, col Veneto, concentra le iniziative. Ma si vedono movimenti anche in Piemonte, Emilia Romagna e più a sud in Puglia.

L’Italia dei dealcolati vuole sia intercettare i nuovi trend globali sia lavorare sul suolo nazionale (dealcolandola) buona parte di quella materia prima che oggi attraversa il confine in maniera grezza (ancora alcolica) verso il centro e il nord dell’Ue. Una sorta di preparazione ante-export, che promette di essere molto redditizia. E che sta muovendo investimenti milionari. Considerando che la Germania, partner storico dell’Italia sui vini da taglio, ha sete di questi prodotti, forte di un mercato relativamente maturo. Basti pensare che oggi sulla piazza tedesca operano circa un centinaio di imprese che dealcolano, assieme a una manciata di grandi hub in modalità contoterzi, a cui si appoggiano anche alcuni pionieri italiani del segmento no-low.

Gli attori in campo

Al netto di cantine e brand che realizzano fuori Italia le proprie etichette (su tutti in Spagna e Germania), dal lato produttivo, sono scesi in campo diversi player: gruppi industriali come Argea, grandi cooperative come Caviro, società private come Mack & Schuhle Italia o come Cantina Pizzolato, senza dimenticare storiche aziende contoterziste come il Ceviv (Centro di vinificazione valdobbiadenese) o la nascente Wnc a Verona. In mezzo, ci sono i diversi fornitori di tecnologie per la dealcolazione, da Omnia Technologies al Gruppo Vason, entrambi con basi in Veneto, pronti a fornire gli strumenti per far partire finalmente questo nuovo mercato alternativo. Ma anche il mondo della ricerca e dei viticoltori sta facendo passi avanti per combinare modernità e tradizione italiane. Al lavoro ci sono Consorzi di tutela, come la Doc delle Venezie Pinot grigio, la Doc Prosecco e il Chianti Docg o il Garda Doc e sono stati avviati progetti interessanti come Innonda sul Nero d’Avola in Sicilia. Ed è recente, in Piemonte (dove tra i contoterzisti opera anche la Sovipi a Calamandrana), l’avvio del progetto Devino, con cui si punta a dealcolare vini da monovitigni regionali, dal barbera al moscato fino al cortese.

Argea investe tre milioni di euro

Sono appunto diversi i protagonisti di questa fase di costruzione della rete dei dealcolati italiana dal lato industriale. Soprattutto i grandi gruppi. Argea (realtà da 462 milioni di ricavi), col suo amministratore delegato Massimo Romani, aveva dichiarato l’interessamento per la categoria e recentemente ha annunciato un investimento da tre milioni di euro per la messa in funzione di un impianto per dealcolare i vini. Il gruppo che fa capo al fondo Clessidra, a cui appartengono vari brand tra cui Botter, Mondodelvino, Zaccagnini (che produce la famosa linea Tralcetto), si era finora appoggiato in Germania per la fase di dealcolazione: 400mila bottiglie no-low quelle finora realizzate. Ora investirà in Italia, in una sede ancora da decidere tra Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna, con uno sguardo anche al segmento dei ready to drink, altro mondo promettente del beverage.

Massimo Romani – ceo di Argea

Caviro apre a Savignano sul Panaro

Fa sul serio Caviro, la più grande cooperativa italiana con oltre 11mila viticoltori in otto regioni italiane e 350 milioni di euro di ricavi, perché il lancio di Tavernellow, iconico prodotto della Gdo, diventerà anche spumante e low alcol (con tre gradi alcolemici) e sarà prodotto in provincia di Modena, a Savignano sul Panaro, grazie a un moderno impianto di dealcolazione dalla capacità potenziale di 9 milioni di bottiglie annue. In questo caso, l’investimento si avvicina ai due milioni di euro, con tecnologia che sfrutta l’evaporazione sottovuoto e la distillazione a bassa temperatura. Vinitaly 2026 sarà l’occasione per presentarlo ufficialmente. «Essere tra i pionieri a produrre e imbottigliare vini low alcol interamente in Italia – ha dichiarato il direttore generale, Giampaolo Bassetti – rappresenta per Caviro un traguardo molto importante».

Giampaolo Bassetti – direttore generale Caviro

Pizzolato attende l’ok per il proprio hub di dealcolazione

Cantina Pizzolato, realtà trevigiana a certificazione bio da 25 milioni di ricavi annui, aveva annunciato un investimento da un milione di euro nel segmento no-low. Attualmente, l’impianto è in fase di collaudo e in attesa dell’ok delle Dogane. «Produrremo 50 ettolitri al giorno che utilizzeremo inizialmente per le nostre etichette – spiega Settimo Pizzolato – che sono vendute in Europa e Usa. Abbiamo constatato che con la tecnologia italiana (fornita da Omnia Technologies; ndr) il prodotto finito è migliore. Da giugno, inoltre, potremmo soddisfare anche le esigenze di piccole cantine». Il presidente, che guarda soprattutto ai vini low alcol, si sta concentrando sugli spumanti: «Abbiamo fatto prove con uve glera, moscato, riesling, incrocio Manzoni ma anche varietà Piwi, come il bronner, con risultati promettenti». Secondo l’imprenditore veneto, il mercato italiano non è ancora pronto: «Deve maturare, a partire dalla distribuzione fino al consumatore, a cui bisogna far capire che il dealcolato è vino che nasce dalle uve ma privato dell’alcol». Insomma, per la cantina di Villorba un inizio prudente, con la possibilità di ampliare l’hub di dealcolazione: «Se tutto andrà come previsto – conclude Pizzolato – i vini no-low potrebbero valere il 10% dei nostri ricavi, con una stima del 15% nel 2027».

Settimo Pizzolato – presidente e amministratore delegato di Cantina Pizzolato

Mack & Schuhle vara il primo impianto al Sud

Al Sud, in Puglia, la Mack & Schuhle, società amministrata da Fedele Angelillo che al Vinitaly 2025 aveva lanciato un vino a bassa gradazione (progetto Grapur), è pronta con il suo impianto di Laterza, in provincia di Taranto e ai confini con la Basilicata, che dovrebbe avere una capacità di quasi 8 milioni di bottiglie annue, grazie a un investimento di circa tre milioni di euro, con tecnologia firmata Omnia Technologies. Si tratta del primo impianto di dealcolazione nel Mezzogiorno. Da questo territorio, e con prodotti da uve regionali, si guarderà non solo all’Italia ma ai mercati nord europei e statunitensi che meglio stanno rispondendo al fenomeno no-low. «Il vino dealcolato esiste da tempo – è il parere di Angelillo – ma pochi prodotti al mondo raggiungono qualità e profumi accettabili. Noi vogliamo fare la differenza puntando sulla tecnologia italiana e sulle nostre basi vitivinicole».

Fedele Angelillo amministratore unico di Mack & Schuhle Italia

La nuova Wnc sarà attiva entro il 2026

Nel mondo del contoterzismo e con l’utilizzo di tecnologie made in Italy, si stanno preparando anche nuove società come la Wnc, a Verona, con una capacità di 300 ettolitri al giorno. «Attualmente siamo nella fase dell’aumento di capitale. Le sottoscrizioni sono aperte e ci aspettiamo di accogliere nuovi soci per il nostro progetto», spiega l’enologo e consulente Marco Tebaldi. L’obiettivo è raggiungere i due milioni di investimento per poter avviare l’attività entro l’ultimo trimestre di quest’anno. «Puntiamo a quelle cantine italiane che vogliono inserire un vino dealcolato nella propria gamma ma anche a dealcolare lo sfuso made in Italy che viene commercializzato in cisterne verso il Nord Europa. In tempi di rincari dei carburanti – sottolinea Tebaldo – dealcolare in Italia significa anche risparmiare nei costi del trasporto di circa il 15 per cento».

Marco Tebaldi – enologo

Competitor hi-tech

Tra i principali competitor tecnologici c’è Omnia Technologies, tra i leader globali in tecnologie di automazione industriale (ricavi a 750 mln di euro e nuovo quartier generale a Signoressa, Treviso), titolare di Libero wine sistema a doppio stadio che unisce osmosi e distillazione sottovuoto. Massimo Pivetta, sales director, spiega che rispetto al 2025 l’andamento degli ordinativi è «più vivace con la domanda che arriva in prevalenza dai grandi produttori di Paesi nord europei, scandinavi e nord americani, a fronte dei Paesi latini, Italia compresa, che vanno più a rilento». Sul territorio nazionale, Pivetta intravede più opportunità per i vini parzialmente dealcolati: «A patto che abbiano un packaging particolare e un marketing dedicato». Ma se la mappa della dealcolazione per ora dice Nord Italia, come sottolinea il manager, anche il sud si sta muovendo: «Abbiamo trattative nel meridione, Sicilia compresa, con interesse degli operatori dei segmenti spirit e vini fortificati. I vini ad alto tenore alcolico sono quelli che danno migliori risultati, per via della bassa acidità».

Omnia Technologies – il nuovo quartier generale a Signoressa, Treviso

Altro player importante è Vason Group, premiato al Simei per l’impianto con tecnologia a membrana Mastermind Remove. Albano Vason, managing director dell’azienda veronese, sottolinea come dopo il decreto Masaf-Mef le aziende siano ancora in una fase attendista sul fronte burocratico: «Si privilegia il contoterzismo rispetto all’acquisto di un macchinario per la propria cantina. In ogni modo, i nostri impianti sono modulari e consentono investimenti graduali che vanno dai laboratori, grazie a un nuovo delcolatore su misura realizzato dalla nostra società di impiantistica Juclas, fino agli ambienti industriali». Vason guarda ai no-low come a un’opportunità anche in vista della «riduzione delle giacenze», mentre sul fronte qualitativo ritiene ci sia ancora molto da fare: «Ci vorranno un paio d’anni per giungere a una qualità alta. Si parla tanto di tecnologia ma ciò che fa la differenza è la pratica enologica, che dovrà lavorare per ottenere vini sempre più stabili».

Ma la vera sfida del futuro sarà usare la dealcolazione per produrre bevande collegate al benessere umano: «Mi riferisco – conclude Vason, con una visione a lungo termine – ad alimenti probiotici, fermentati, ad azione antiossidante e a bevande per atleti e per bambini. In questo senso, ci potrebbero essere possibilità importanti».

Vason Group, stabilimenti

I convegni al Vinitaly 2026

Due i convegni molto attesi a tema dealcolati all’imminente Vinitaly. Martedì 14 aprile (ore 11, in Sala Mascagni, Centro stampa fra i padiglioni 4 e 5) si parlerà di Consumi, consumatori e mercato, con l’analisi dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly su tendenze e potenzialità del segmento no-low alcol in Italia e nel mondo. Mercoledì 15 aprile, nella stessa location, il tema è Vini dealcolati, dalla percezione al posizionamento, un dialogo aperto su qualità, utilizzo e linguaggio dei vini no-low per comprendere come stanno evolvendo e quale spazio possono occupare il mercato e la ristorazione di oggi.

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