Il dibattito

"Tagliare la produzione di vino? Non serve. Bisogna investire sulla domanda". Federvini si smarca

Il vice della Federazione, Piero Mastroberardino, coordinatore del Tavolo vino, dice di no allo stop ai nuovi vigneti richiesto dalle altre sigle di settore: "Il motto produco meno e vendo di più è illusorio"

  • 09 Luglio, 2026
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C’è un bivio di fronte al vino italiano, col Tavolo di filiera chiamato fare scelte importanti per i prossimi decenni, tra controllo del potenziale produttivo, comunicazione e investimenti in promozione. Federvini entra nel dibattito sulle misure da adottare con una consapevolezza: le tendenze strutturali che caratterizzano il settore come il calo dei consumi e la perdita di centralità non sono inevitabili, ma possono essere invertite e possono generare un nuovo ciclo che rilanci le dinamiche competitive. Piero Mastroberardino, vice presidente della federazione che riunisce produttori, esportatori e importatori di vini, spiriti e aceti (aderente al Ceev) e coordinatore pro-tempore del Tavolo vino al Masaf, non ha dubbi: «Il tempo dell’attesa è finito, il comparto deve smettere di giocare in difesa e iniziare a porre a frutto tutto il proprio potenziale offensivo».

Partendo da un ragionamento sui volumi di produzione nazionali, uno degli argomenti più discussi in questo periodo pre-vendemmiale: quello delle autorizzazioni per i nuovi impianti viticoli, che Federvini ritiene poco incisivo. Segnando uno smarcamento, una sensibile differenza, rispetto alla posizione di altre sigle, tra cui Unione italiana viniConfcooperative fino alla Federdoc (che riunisce gli enti di tutela), secondo le quali all’Italia servirebbe un blocco, seppur temporaneo, delle nuove autorizzazioni per mantenere il mercato in equilibrio.

Partiamo da questo tema specifico. L’Italia dovrebbe mettere uno stop ai nuovi impianti viticoli?

Il blocco delle autorizzazioni serve a poco e forse a nessuno. Non fornisce un contributo concreto a chi oggi vive una situazione di difficoltà, se non altro perché offre una risposta dilatata nel tempo: gli effetti sugli impianti non si vedrebbero prima di tre-sei anni. Ma, soprattutto, bloccherebbe i piani di investimento di quelle aziende che hanno opportunità di mercato e hanno scelto di perseguire un tragitto di crescita fondato sul vigneto e non sulla speculazione. Ci sono altri strumenti per gestire il potenziale.

Quali sono questi strumenti?

L’iscrizione allo schedario viticolo da parte di Regioni e Consorzi. Sarebbe auspicabile che iniziassimo a usare le leve che abbiamo, prima di metterne in campo delle altre.

Molti consorzi stanno riducendo le rese. E da alcune parti si chiede anche un taglio ai vini comuni.

Ci vuole coraggio per affrontare senza pregiudizi il tema delle rese, ma è bene esser più espliciti: il punto non è punire chi produce tanto, magari irretiti dall’illusoria convinzione che il motto “produco meno e vendo a più” sia un automatismo disponibile egualmente a tutti i distretti produttivi.

Come bisognerebbe agire, allora?

Per invertire le sorti di quelle aree che oggi più soffrono squilibri in rapporto col mercato, è necessario che qualsiasi intervento sul fronte del potenziale produttivo sia accompagnato da adeguati investimenti sul lato della domanda e dello sviluppo di politiche di branding (privato e/o territoriale).

Con quali criteri?

La riflessione va fatta con la lente della sostenibilità economica, sociale e ambientale: qual è il livello di produttività sostenibile per il futuro di ciascuna denominazione o territorio? Che progetto di impresa c’è dietro quel disegno di sviluppo quali-quantitativi? È teso alla creazione, incorporazione, diffusione di valore nel tempo?

Colli Euganei – panorama sui vigneti

Come è possibile non intervenire in modo deciso se si registrano stock molto alti, come ci dice il report Cantina Italia?

Le giacenze a maggio sono a 53 milioni: ma voglio soffermarmi su un dato. Il mercato non è fermo: pur trattandosi di dati che rilevano gli spostamenti e non le vendite, le uscite mensili risultano superiori rispetto a quelle dello stesso periodo del 2025. Si tratta, inoltre, del terzo mese consecutivo in cui le movimentazioni sono superiori rispetto all’anno precedente, dopo gli incrementi già osservati a marzo e aprile. Questo vuol dire che il mercato conserva un suo dinamismo: non vorrei che le cassandre finissero per affossarlo, anziché sostenerlo o incoraggiarlo.

Se non si interviene sui nuovi impianti, forse è meglio agire con la distillazione di crisi?

Questa misura va vista con mente libera da pregiudizi: interventi circoscritti non sono di per sé il male, ma investire denaro pubblico per distruggere prodotto e pensare che questo sia sufficiente a far ripartire un comparto è, ancora una volta, figlio di una visione di corto respiro. Il vino è un prodotto di largo consumo e risponde a logiche di mercato: in mancanza di investimenti e strategie di marketing mirate, non sarà la riduzione delle scorte o della produzione a creare nuova domanda. E poi, siamo così convinti che a fronte di interventi a sostegno della riduzione dell’offerta la medesima autorità pubblica sarà disponibile ad alimentare, in parallelo, politiche per la promozione?

Dove conviene, allora, mettere risorse?

Potendo scegliere, opterei per il versante della domanda. Il nostro campo d’azione è il mercato: è lì che le imprese si edificano, si strutturano, costruiscono la legacy propria e del comparto. Sarà un percorso difficile ma doveroso, se abbiamo l’ambizione di essere interpreti e artefici dei destini di un settore responsabile, maturo e lungimirante.

Se ne deduce che Federvini considera la base produttiva un bene da tutelare?

La base produttiva è, e resta, un’opportunità da preservare, tutelare, valorizzare, poiché chi la distrugge non avrà modo per lungo tempo di ricostituirla. Perderla oggi significa rinunciare a priori sia alla prospettiva che il rilancio abbia successo, sia agli enormi contributi che la viticoltura reca all’equilibrio e all’ordine del nostro straordinario eppur vulnerabile ecosistema, alla regimazione delle acque, alla cura delle aree collinari così sensibili a fenomeni di erosione e dilavamento dei suoli. Su quei valori si fonda la tenuta patrimoniale e finanziaria di un intero comparto, il cui positivo impatto sociale è ben noto e diffuso in ogni contrada di questo Paese.

foto Consorzio Nizza Docg

Eppure alcune anime del settore, ministro Lollobrigida incluso, parlano persino di estirpi.

Suscita in me non poche perplessità la scelta di alcune aree viticole di estirpare. Il settore non deve perdere il contatto con la società, deve restarne parte viva, cuore pulsante delle comunità rurali. E sul tema possiamo fare molto attingendo al grande contenitore della responsabilità sociale d’impresa.

Insomma, la parola d’ordine per Federvini è promozione?

Il punto forse decisivo è la narrazione. La comunità del vino, un po’ assuefatta, intimidita e indebolita dagli immancabili (forse molto italici) distinguo interni alla filiera, ha perso, in parte, la capacità di raccontarsi in modo efficace nel contesto contemporaneo. E quando non racconti tu la tua storia, prima o poi altri si preoccupano di farlo.

E qui entra in gioco la narrazione …

Serve una nuova narrazione pubblica del vino che sia credibile, coerente, condivisa. Che parli certo di qualità, territorio, cultura, consumo consapevole, ma anche di emozioni, convivialità, stile di vita. E che sia sostenuta non solo dalle imprese ma anche dalle istituzioni. Ed è qui che entra in gioco la politica. La collaborazione tra filiera e istituzioni non può essere formale, né limitarsi al confronto su aspetti normativi. Deve toccare, come ha iniziato a fare in questi mesi, il posizionamento dell’offerta in chiave strategica, per poi declinarsi in azioni operative. La campagna di comunicazione del Masaf a inizio anno è stata uno strumento per attirare l’attenzione del pubblico sulla rilevanza della cultura del vino.

Quali potrebbero essere i passi ulteriori?

Continuare in questa direzione e provare ad avviare un programma di comunicazione sul vino, ancora più ampio.

Magari all’estero?

Occorre sviluppare la campagna anche sui principali mercati di destinazione, in primis gli Stati Uniti, senza tralasciare i paesi emergenti nel sud est asiatico. Un’attività di comunicazione di ampio respiro, per sensibilizzare il pubblico sul piano culturale rispetto ai valori espressi dal vino, dalla convivialità e al ruolo integrante nella cucina italiana. Federvini sta infatti sensibilizzando le istituzioni, perché siamo convinti che sia il momento di mettere in campo una strategia integrata che sappia soprattutto parlare in maniera accattivante. Mentre, rispetto alla promozione, riteniamo che il riconoscimento Unesco per la cucina italiana sia un volano eccezionale che va comunicato, promosso e impiegato in Italia e all’estero.

New York, foto credits Unsplash

Il comparto vino, però, potrebbe avere meno risorse con la nuova Pac.

La Commissione Ue ha presentato una proposta che, pur mantenendo gli interventi settoriali nel vitivinicolo, non prevede una dotazione finanziaria specifica, che sarà diluita all’interno del bilancio Pac. Significa che uno Stato potrà anche decidere di non attivare alcuna misura di sostegno per il vino e, quando lo farà, dovrà individuare quali risorse destinare al vitivinicolo e quali agli altri settori agricoli. Un ulteriore elemento di complessità, in anni di bilanci nazionali sotto pressione, sta nella composizione dell’intensità dell’aiuto che potrà salire fino al 75% della spesa ammissibile, ma il 30% deve provenire da fondi nazionali.

In conclusione, cosa chiedete come Federvini?

Abbiamo tre richieste: un bilancio dedicato, oggi circa di 1 miliardo di euro; un intervento settoriale obbligatorio; un aiuto esclusivamente unionale con possibilità, non con l’obbligo, di cofinanziamento nazionale. Ma consentitemi una battuta finale su ciò di cui avrebbe davvero bisogno il settore.

Prego…

Cultura d’impresa. Abbiamo un tessuto produttivo vario e denso di motivi d’interesse in chiave strategica, ma spesso frammentato, con limiti dimensionali che rendono difficile competere su scala globale.

E di quali politiche ha bisogno?

Servono quindi politiche e strumenti che favoriscano la crescita delle attitudini al decision making consapevole, l’innovazione organizzativa e strategica, l’aggregazione non ad ogni costo bensì tra forze compatibili, atte a generare sinergie e creare valore, lo sviluppo dimensionale sano e organico. Per quanto riguarda, poi, l’approccio ai mercati: non possiamo più permetterci strategie generaliste, i mercati sono diversi, segmentati, in rapida evoluzione. Richiedono conoscenza, analisi, capacità di adattamento e di incisione sul posizionamento percepito degli output della filiera. Questo significa investire in intelligence di mercato, competenze umane, strumenti di promozione mirati.

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