Si avvicina rapidamente la vendemmia 2026 e l’Italia deve necessariamente produrre meno vino dello scorso anno. L’export è negativo, spinto anche dall’effetto dei dazi negli Usa, i consumi interni tra ristorazione e grande distribuzione non ingranano e manca una strategia istituzionale di lungo periodo per controllare i volumi.
Come se non bastasse, non c’è ancora unanimità tra le associazioni di categoria: se Uiv ha approvato un pacchetto di misure da discutere al Tavolo vino del Masaf, Federvini sembra più propensa insistere sul potenziamento della promozione senza passare per il contenimento dell’offerta. Resta anche il tema controverso degli estirpi, su cui non appare contraria Federdoc ma con l’impegno a non reimpiantare sulle stesse superfici. Su quest’ultima misura, su cui la Francia sta facendo ampio affidamento, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha anche mostrato recenti aperture qualora tutto il Tavolo del vino fosse d’accordo.
Contro un mercato saturo, le opzioni sul campo sono offerte dal Testo unico, ma rispetto a un 2025 in cui prevalse la riduzione delle rese, sono più forti le voci che nel 2026, grazie alle regole del Pacchetto vino Ue, chiedono alle istituzioni lo stop alle nuove autorizzazioni. Misure più restrittive, quindi, e giro di vite contro una crisi incalzante che sta coinvolgendo grandi e piccoli imprenditori. I Consorzi che riuniscono le imprese si stanno muovendo in modo non coordinato, nel tentativo di porre un freno al circolo vizioso “vendite negative-incremento di giacenze” soprattutto di vini Dop, che sia ad aprile sia a maggio risultano particolarmente sostenute. Diverse le modalità di intervento: riduzione delle rese per ettaro, sospensione temporanea delle rivendicazioni a Dop, vendemmia verde, stoccaggio, riserva vendemmiale. Da nord a sud, le grandi Dop moltiplicano le assemblee e i consigli di amministrazione per pianificare l’annata. Ecco cosa si è deciso e quali i piani futuri.
La Docg Franciacorta ha messo le mani avanti, tracciando coraggiosamente la strada, con la richiesta avanzata ad aprile alla Regione Lombardia per lo stop ai nuovi impianti viticoli per il triennio 2026-2028, dopo aver ottenuto a gennaio un importante via libera, con decreto Masaf, per lo stop alle autorizzazioni di nuovi impianti in tutto l’areale della Docg bresciana per la vendemmia 2026. Il consorzio del settore spumantistico guidato da Emanuele Rabotti punta a un riequilibrio tra offerta e domanda e, soprattutto in vista del 2028, vuole evitare che in tre anni la capacità di vendita possa rischiare di scendere sotto la metà dei volumi di bottiglie vendibili.

Barricaia dell’azienda Barone-Pizzini in Franciacorta
Riorganizzazione anche per il Soave, l’assemblea del Dop veronese ha appena approvato un pacchetto di misure per garantire competitività sui mercati, nonostante il +3% dell’imbottigliato registrato nel 2026. Ad ampia maggioranza, sono state varate nuove regole che interessano i viticoltori: dovranno decidere da subito quali saranno le parcelle da destinare alla Doc Soave e quali ad altre produzioni. Ma soprattutto, per le prossime tre campagne vendemmiali, ogni produttore dovrà dimezzare (taglio del 50%) la propria superficie vitata potenzialmente rivendicabile a Doc, riducendo contestualmente le rese in vigna. L’idea del Consorzio ha ottenuto il via libera dalla Regione Veneto. Il presidente consortile Cristian Ridolfi parla di «naturale evoluzione di un percorso che punta a rendere la denominazione più tonica e virtuosa, rispetto alla legge aurea della domanda e dell’offerta. Nel medio-lungo periodo – sostiene – ne beneficeranno produttori e consumatori».

Il cda del Consorzio Vini d’Abruzzo, riunito nei giorni scorsi, ha scelto per la campagna 2026/27 una combinazione di opzioni offerte dall’articolo 39 del Testo unico, applicate già dal 2023: abbassamento delle rese in vigna (135 quintali rivendicabili a Doc Montepulciano d’Abruzzo dai 150 del 2025) e bloccaggio (25 quintali/ettaro). Una linea più severa e restrittiva di un anno fa, alla luce di un raccolto 2026 che si preannuncia di buona quantità, a fronte di giacenze sostenute (circa 1,3 mln di ettolitri ad aprile 2026).
La misura dovrà essere discussa e approvata dell’Assemblea dei soci e ottenere l’ok del Tavolo verde in Regione. Nel medio termine, come in Franciacorta, si guarda a misure più impattanti, come si apprende dall’ente presieduto da Alessandro Nicodemi. Tra le ipotesi allo studio, c’è sia la richiesta di blocco dell’iscrizione al catasto dei vigneti a Montepulciano (schedario) sia lo stop ai nuovi impianti viticoli. Ma per questo si dovrà attendere.

L’areale vasto del Lambrusco Igt Emilia (cento milioni di bottiglie annue in media, con la fascetta di Stato a partire dal primo agosto 2025) sta valutando se anche per il 2026 introdurre una misura di contenimento delle produzioni. Un anno fa, il Consorzio tutela vini Emilia presieduto da Davide Frascari, alla luce di rese per ettaro che toccano i 290 quintali, aveva previsto lo stoccaggio obbligatorio per le produzioni eccedenti i 250 quintali. Per l’imminente vendemmia 2026, il consiglio di amministrazione dell’ente sta valutando se applicare un’analoga misura.
Nonostante una diminuzione degli stock di circa centomila ettolitri, per il Chianti Docg dovrebbero restare in vigore le misure prese un anno fa: taglio del 20% del potenziale produttivo, con rese da 110 a 88 quintali per ettaro, e riduzione del 10% per la versione Superiore. Questa la proposta del Cda all’assemblea in programma questo mese, col nodo aperto della destinazione – tutto da discutere – dei quantitativi di uve che vanno oltre gli 88 quintali. «Il mercato è complessivamente fermo – osserva il presidente Giovanni Busi di ritorno da un tour nei mercati asiatici – ma si potrà ripartire quando il quadro geopolitico si ristabilizzerà. L’importante è uscire dall’incertezza».
Sull’ipotesi estirpi, Busi è scettico e rileva che con un vigneto Chianti sostanzialmente invariato e un tessuto di imprese che dal 2015 a oggi si è concentrato (mille aziende in meno, da 3.500 a 2.500), sarebbe più opportuno consentire nuovamente la vendita dei diritti di impianto, abolita dal 2016 in Ue: «Perché – si chiede con tono tra il serio e il provocatorio – estirpare pagando appena 4mila euro a ettaro come in Francia? Liberalizziamo il mercato, consentendo a chi vuole aumentare le superfici di acquistare vigneti e valorizzarli a prezzi superiori».

Giovanni Busi, presidente Consorzio vino Chianti Docg
Il Consorzio Tutela Vini Valpolicella ha trasmesso il 5 giugno 2026 alla Regione Veneto la richiesta di conferma e rafforzamento delle misure di gestione produttiva. Diversi i punti: taglio della resa massima rivendicabile a Do da 12 a 10 tonnellate/ettaro per Valpolicella, Valpolicella Ripasso, Amarone della Valpolicella e Recioto della Valpolicella; applicazione del supero produttivo massimo del 20% sulla resa ridotta di 10 t/ha e non sulla resa disciplinare di 12 t/ha; destinazione obbligatoria a vino da tavola dell’eventuale supero produttivo consentito; riduzione delle quantità massime di uva certificabile per Amarone e Recioto.
Per la prima volta, si sceglie lo stoccaggio di una quota della produzione destinata alle Doc Valpolicella, per adeguare l’offerta al mercato nei mesi successivi alla vendemmia. «In un contesto internazionale di contrazione dei consumi e forte incertezza economica e geopolitica, abbiamo ritenuto necessario proporre misure di contenimento e di gestione ancora più puntuali», dichiara il riconfermato presidente Christian Marchesini. Non per ridurre la capacità produttiva, ma governarla in modo sostenibile e «garantendo adeguata redditività alle imprese».
Dal 2010, in Valpolicella sono stati introdotti strumenti di controllo, che vanno di pari passo con investimenti in promozione. Motivo per cui il presidente Marchesini si dice «personalmente contrario all’estirpo come strumento di gestione del mercato. Un territorio come il nostro – sottolinea – deve rispondere alle difficoltà con politiche di valorizzazione e non con la riduzione del proprio patrimonio viticolo».

Veneto – Valpolicella – vendemmia
Entro metà luglio, il Consorzio Barbera d’Asti e vini del Monferrato dovrà scegliere tra il taglio delle rese o la riserva vendemmiale. Giacenze maggiori del passato, come spiega il neo presidente Filippo Mobrici, obbligano a ragionare sul breve e medio termine con vari strumenti: «Nel medio periodo, a livello nazionale occorre dar vita a un piano strategico quinquennale da proporre al Masaf e condividere con l’intera filiera, che passi per il blocco temporaneo (dall’1% allo zero per cento) delle autorizzazioni per nuovi impianti. Assieme a questo, i Consorzi devono chiedere la sospensione delle autorizzazioni per nuovi impianti viticoli. E noi per la Barbera d’Asti lo stiamo facendo». Non solo: occorre stabilire a livello nazionale un termine non prorogabile, come invece accade ora, per la dichiarazione vendemmiale «in modo da avere certezza del dato produttivo». Inoltre, bisogna agire sul declassamento: «Ma la norma dovrebbe consentire il passaggio da Docg a Doc o da Doc ad altra Doc di ricaduta indicando un tempo massimo entro cui questa operazione si possa fare».
L’idea dell’estirpo è remota ma non impossibile: «Non siamo d’accordo a un intervento su larga scala, anche se – spiega Mobrici – si potrebbe ragionare su un espianto selettivo per alcuni vigneti marginali». Il Consorzio piemontese, che sta dialogando con la Regione per dare sostegno alle imprese e ridurre le giacenze in funzione anti-crisi, chiede anche il potenziamento delle azioni promozionali.

Il Consorzio dell’Asti Docg ha tenuto nei giorni scorsi un Cda per discutere le strategie del 2026. Lo scorso anno, per la Dop piemontese le rese scesero a 90 quintali per ettaro, di cui 5 quintali destinati a stoccaggio. Per ora, si apprende dal Consorzio, non è stata decisa la percentuale di abbassamento dei volumi, ma l’orientamento sembra questo. Bisognerà trovare l’intesa coi sindacati di categoria. In mancanza di un accordo si produrrà secondo disciplinare (95 quintali/ettaro), per poi andare in trattativa diretta sul mercato tra acquirenti e venditori. Il clima tra viticoltori e industrie è caldo. Nonostante l’export rilevi un +20% in valore nel trimestre 2026, l’Asti Docg è atteso da un incontro in Regione Piemonte con tutti gli stakeholder della filiera del moscato, per capire se ci sarà spazio per forme di aiuto istituzionale alle imprese in difficoltà.
Taglio delle rese anche per il Brunello di Montalcino. Scelta annunciata a fine maggio dall’ente senese, con la conferma del passaggio da 80 a 70 quintali, escluso il primo ettaro, come già accaduto per il 2025. «Un provvedimento necessario per mantenere l’equilibrio e il posizionamento di fronte a una situazione congiunturale difficile», secondo il presidente Giacomo Bartolommei. I dieci quintali rimanenti e derivanti dalla riduzione delle rese potranno essere destinati alla produzione di Rosso di Montalcino o di Sant’Antimo. Mentre resterà invariata la resa per ettaro del Rosso di Montalcino d’annata, fissata a 90 quintali.
Le bollicine veneto friulane del Prosecco Doc (con in tasca il record di 667 milioni di bottiglie nel 2025) al momento non prevedono alcuna riduzione delle rese per la campagna 2026, si apprende dal Consorzio presieduto da Giancarlo Guidolin. Il lieve calo dell’export dei primi cinque mesi 2026 è dovuto a un confronto con un 2025 in cui molti Paesi avevano fatto scorte per il difficile contesto internazionale, a cominciare dai dazi Usa. Resta in vigore nel 2026 il blocco degli impianti a glera, il cui potenziale è di quasi 25mila ettari modulabile grazie alla cosiddetta disciplina dell’attingimento, che ha consentito dal 2011 in poi di adeguare (integrandola al rialzo) la capacità produttiva della Doc alle esigenze del mercato. Tra 2020 e 2025, in media 6mila ettari annui. Nessuno stoccaggio previsto per ora. Se ne potrà discutere, probabilmente, nel prossimo Cda di luglio.

Per la campagna 2026, la Doc Pinot Grigio Delle Venezie ha scelto di ridurre la resa massima di uva (160 quintali/ettaro), con 30 quintali che andranno a stoccaggio amministrativo. Un percorso di «gestione programmata del potenziale produttivo», come fa sapere l’ente guidato da Luca Rigotti che in questi anni ha consentito a questa super Doc (da 1,7 milioni di ettolitri, 27mila ettari e 230 milioni di bottiglie) di consolidare valore e posizionamento all’estero.
In Puglia, il Consorzio di tutela del Primitivo di Manduria guidato da Novella Pastorelli mantiene la linea prudente con la decisione presa un anno fa di fermare le iscrizioni allo schedario viticolo della denominazione di nuove superfici vitate fino al 2030. «Provvedimento che non riguarda espianti e reimpianti di vigneti già esistenti ma solo vigneti nuovi», mantenendo così inalterato il potenziale produttivo della di Doc e Docg.

In attesa di conoscere cosa farà la Doc Sicilia e considerando che per la Doc Etna (verso 6 milioni di bottiglie nel 2026 dopo un +6% nel 2025), vige la sospensione temporanea delle iscrizioni di nuove superfici di vigneti fino al luglio 2027, la Regione Siciliana ha stanziato 7 milioni di euro a favore di quasi 1.200 produttori vitivinicoli che riceveranno contributi per la vendemmia verde. Finanzieranno l’eliminazione totale dei grappoli non ancora giunti a maturazione, azzerando la resa della superficie coltivata a vite. L’obiettivo è riequilibrare il mercato in zone viticole con eccedenze in particolari annate, lasciando inalterato il potenziale di produzione. Le imprese dovranno intervenire in campo entro il 14 giugno. Intanto, le sigle sindacali Confcooperative, Legacoop, Unicoop e Unci sono tornate a chiedere con insistenza alla Regione ristori economici e distillazione straordinaria di crisi, dopo l’apertura di qualche mese fa da parte dell’assessore regionale all’Agricoltura Luca Sammartino.
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