Storie

Perché il pane, un tempo, aveva paura delle streghe

Rituali, superstizioni e antiche pratiche raccontano come alimenti ed erbe fossero legati alla protezione e alla paura nelle comunità rurali

  • 03 Novembre, 2025
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Non nominare mai una Janara. Non farlo ad alta voce, non pensarla troppo a lungo. Se lo fai, devi incrociare le gambe o aggiungere subito “oggi è sabato”, perché di sabato le streghe danzano intorno al noce e non possono avvicinarsi. Janara non si nasce, lo si diventa. Non è un dono, non è una maledizione innata. Sono le altre persone che decidono chi può portare questo marchio. Chi conosce le erbe e i loro segreti, chi osa infrangere le regole, chi lascia i capelli sciolti o indossa abiti maschili, chi mostra potere dove gli altri temono, può essere chiamata Janara. È una donna che cura e uccide, che protegge e terrorizza, la cui presenza scivola tra le mura delle case, i cortili deserti, i panni stesi al chiaro di luna. Il cibo diventa strumento e barriera. Se il pane non lievitava, se i taralli si scioglievano, se la cipolla appassiva, se il latte scompariva, era entrata una Janara. Ogni erba, ogni seme, ogni impasto era guardato con timore: protezione e pericolo camminavano insieme in cucina e nei campi.

La magia è donna

La memoria di queste pratiche è sopravvissuta grazie alle testimonianze raccolte nel museo JANUA – Museo streghe Benevento, dove libri, oggetti e amuleti raccontano di una cultura orale che si trasferiva su carta, di oggetti rituali e pratiche legate alla vita nei campi. Qui, tra vecchie pagine ingiallite e strumenti di legno, la figura della Janara si delinea come operatrice in grado di sanare e scongiurare, di intervenire su malanni fisici e spirituali con unguenti, incantesimi e amuleti. “Nciarmare”, parola derivata dal latino carminare e poi dal francese encharmer, significa incantare, ma anche architettare e organizzare con astuzia. Era l’arte di usare la magia e la conoscenza per influenzare la realtà, una capacità femminile al centro della cultura contadina.

Infusi e leggende

Le erbe aromatiche e le piante assumevano un ruolo quasi concreto, tangibile nella vita di tutti i giorni. Il basilico attirava simpatia tra i vicini, mentre allontanava pensieri negativi. Tuttavia, un gesto maldestro nel maneggiarlo poteva rivelarsi infausto. Il rosmarino difendeva gli ingressi e i cancelli delle abitazioni. Si raccontava che i suoi fiori, inizialmente bianchi, mutavano nel caratteristico azzurro-violaceo quando la Madonna vi si riposava durante la fuga in Egitto, rendendola pianta benedetta. La malva proteggeva da malori e attacchi paranormali: sotterrare le sue foglie all’ingresso della stalla salvaguardava il bestiame e persino le puerpere dal furto del latte.

L’arte bianca

Prima di infornare le pagnotte, si creava la stria, anche detta signora, una bambola di pasta con seni ben evidenti, modellata nella madia con la spatola. Questo gesto serviva a chiedere il permesso alla signora del forno, proteggendo il pane durante la cottura. Le regole erano precise: uomini, donne in ciclo o bambine non potevano entrare in cucina durante la preparazione senza permesso. Se qualcuno violava queste norme, il pane non cresceva o usciva senza sale. Solo pronunciando correttamente formule come “Santo Martino!” e ricevendo la risposta “Bona venuta!” si poteva entrare, altrimenti la magia del forno restava intatta.

Anche i taralli e altri prodotti da forno erano protetti da gesti magici. Testimonianze raccontano dei nodi dei taralli che si scioglievano, attribuiti all’ingresso di una Janara nel forno, risolvibile solo con l’intervento del prete. Bambole di foglie di granturco venivano poste vicino ai letti dei bambini per scacciare le streghe, in un ciclo continuo di protezione e rispetto dei ritmi della natura.

Malocchio e nodi d’amore

L’acqua e l’olio erano strumenti essenziali per individuare il malocchio. Un piatto d’acqua con due gocce d’olio sulla fronte dell’aucchiato permetteva di scoprire la presenza di malefici, e la forma assunta dall’olio rivelava persino il sesso di chi aveva lanciato l’incantesimo. I legamenti d’amore, talvolta accompagnati da gocce di sangue mestruale nel caffè, potevano vincolare la vita di un uomo a una donna. Per proteggersi da questi riti, gli uomini bevevano il caffè in due sorsi invece dei tre tradizionali, evitando di ingerire simbolicamente il sangue e i legamenti.

Le piante avevano ruoli precisi anche nei rituali quotidiani: l’aglio, considerato maschile, allontanava streghe e spiriti maligni; la cipolla, femminile, era utilizzata negli ‘nciarmi, incantesimi che potevano liberare o vincolare qualcuno. Chiodi infilati nella cipolla servivano per sciogliere un uomo da altri legamenti d’amore: quando la cipolla appassiva, appassiva anche l’altra donna.

Le tradizioni legate ai morti erano strettamente intrecciate con il cibo. Tra l’1° e il 2 novembre, le famiglie lasciavano bicchieri di vino, acqua, pane e dolci come il “pane dei morti” sulla tavola, per accogliere le anime dei defunti. Una bacinella d’acqua rifletteva la processione delle anime in visita, mentre lumini sui davanzali illuminavano il ritorno dei defunti. Questi gesti non erano semplici superstizioni, erano pratiche di memoria, protezione e dialogo con l’aldilà, parte integrante del ciclo della vita contadina.

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