La forza del panettone di Stefano De Cia sta nella “genuinità” della sua fattura, quel portamento rustico e casereccio che lo differenzia dalla foggia perfettina cui ambiscono i grandi lievitati contemporanei. In tal senso, sembra un dolce figlio di un altro tempo, pure per il colorito scuro che gli conferisce il forno a legna. Cresce a dovere nel pirottino fino ad assumere le sembianze di un corpo cupolato e appetitoso, che riflette il tipo basso piemontese, con la scarpatura (la classica incisione a croce) e senza glassa. Al taglio sfodera una gradazione chiara, così come un’occhiatura libera, benché si sviluppi in modo flebile consegnando una trama più o meno fitta. Per quanto variegato, lo spartito aromatico si declina con pulizia e moderazione sia al naso che al palato. Ecco che le note confortevoli di miele, pasticceria e farine dolci cotte, in combinazione con sottili rimandi fruttati, restituiscono una rotondità gusto-olfattiva soave anziché opulenta. Prospettiva che acquisisce brio soprattutto con inerti di uvetta australiana imbevuta nel marsala e gustosi cubetti di arancia e cedro diamante canditi in casa. Forse, la dimensione tattile non sarà delle più eteree, ma non per questo risulta meno scioglievole.
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