È morto a 69 anni Peppe Vessicchio. Un personaggio d’altri tempi per gentilezza d’animo, eleganza e spirito sognante. «Si parla sempre della lunghezza della vita, io penso sempre alla sua larghezza. La vita può avere una tridimensionalità», ci raccontava in una lunga intervista del 2023 davanti a un buon bicchiere. Di certo Peppe Vessicchio ne ha vissute sette-otto di vite. È stato compositore (ha scritto diverse canzoni per Gino Paoli), arrangiatore, scrittore, celebre direttore d’orchestra: quell’inchino a Sanremo e quel sorriso gentile lo rendevano una delle cose più vere del Festival. Non solo, si è cimentato anche come cabarettista. E tra un talent in tv – «Quella cosa che sta tra due pubblicità» – ha trovato il tempo di studiare e indagare le connessioni tra Mozart e i pomodori, una delle sue grandi passioni, e di esplorare il rapporto tra la musica e il vino. «È il trait d’union della mia vita, è stato Davide Rampello ad accendere la passione enologica, a istruirmi».
Lo ricordiamo affabile, curioso da far paura, sempre alla ricerca di collegamenti e ragionamenti, a fare domande, a chiedere il perché delle cose come fosse sempre un bambino. Mentre ci raccontava dei risultati delle sue composizioni sui pomodori antichi e i lavori per divulgare la cultura dell’olio, altro suo pallino. Era un grande studioso: appassionato, gentile, ironico, colto. Genuino.

Vessicchio amava la Bossa nova – la consigliava a tutti, anche ai più piccoli – e la cucina di casa. Ricordava come esempi l’Agriturismo del Contadino di Berardino Lombardo a Caianello («È l’esaltazione del “cibo povero”, si mangia quello che produce il suolo») e le cene a tarda notte, dopo il teatro, al Leone d’Oro di Piazza Dante a Napoli: «Da Tonino i vini non si possono vedere, ma i piatti della tradizione sono sinceri!». Quando parlava di pomodori diventava subito più serio (La musica fa crescere i pomodori è il titolo di un suo libro del 2017). Collaborava con alcuni contadini di Sarno per una micro produzione di passate, valorizzando varietà antiche di pomodori trattati con la sua musica.
Ha lavorato con diverse aziende di vino e di grappe, esplorando a fondo un campo sperimentale del tutto pionieristico. E metteva sempre in discussione i risultati che aveva ottenuto con il suo Metodo Freeman. L’effetto delle sue composizioni armonizzanti – l’abbiamo sondato tante volte con lui su uno spicchio di limone come su un trentodoc o un nebbiolo – aveva effetti diretti sul sapore, spesso sorprendenti. Alla base c’era uno studio di tantissimi anni su Mozart cui aveva dedicato anche l’ultimo libro pubblicato: “Bravo bravissimo! La musica di Mozart il fanciullo geniale”.
Buon viaggio, Maestro.
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