Centotrent’anni. Poco più di un mese fa hanno festeggiato il loro anniversario con uno spettacolo davanti al molino sullo Judrio, torrente che fa parte del bacino idrografico dell’Isonzo e che per metà segna il confine con la Slovenia e a sud definisce i confini tra le province di Udine e Gorizia. Ora sono a spalare fango. Il nubifragio li ha colpiti inesorabilmente distruggendo oltre un secolo di storia. Rischia di morire lo storico Molino Tuzzi di Dolegna del Collio, un pezzo importante di cultura e di storia del nostro Paese.

«Oggi mi sono svegliato e mi sono ricordato che quest’anno sono 130 anni che la mia famiglia apre questo portone ogni santissima mattina – scriveva Enrico poco più di un mese fa – Per resistere a un Impero, un Regno, una dittatura, 2 repubbliche, 2 guerre mondiali in casa e un muro a dividere l’Europa beh, il tuo lavoro lo devi saper fare». Enrico Tuzzi, il figlio di Adriano che porta avanti l’impresa di famiglia, oggi non si capacita di dover affrontare uno dei momenti più drammatici di una lunga storia, forse il più decisivo. Perché se il molino ha passato indenne guerre e dittature, ora rischia di soffocare vittima di un clima che non si fa addomesticare da nessuno e non perdona le incurie degli umani. “Stanotte – commenta ora Enrico – 17 novembre abbiamo perso il nostro mulino. I danni sono incalcolabili, tornare al lavoro chissà se e mai avverrà”.

Non è solo la vita dell’unico molino artigianale delle province di Trieste e Gorizia a essere in pericolo. È a rischio anche uno dei pochi – l’unico in Friuli Venezia Giulia – esperimenti di agricoltura partecipata. «Un progetto che abbiamo messo in piedi da una decina di anni e ora viene seguito come caso di studio anche da diverse università», racconta Enrico, prendendosi qualche minuto dalla frenetica attività di rimozione del fango che sta cercando di portare avanti insieme a decine di volontari della zona. Enrico, oltre ad essere l’ultima generazione di una famiglia di mugnai, è anche un artista di successo: è – come si legge sui siti di arte specializzati – un esponente di spicco del post-grafitismo europeo.

Enrico Tuzzi nel suo studio d’arte
Ma per ora la testa di Enrico è presa dal dramma contingente. «Abbiamo avuto e abbiamo anche oggi un enorme supporto da parte del territorio. Il nostro obiettivo è riprendere in mano il progetto agricolo: ne fanno parte – oltre ai coltivatori che sposano il progetto di riportare in vita monococco, mais e grani antichi e autoctoni – anche tre panifici, due a Trieste – Spaccio Pani e Sanna – e uno a Capriva del Friuli – Jordan – oltre a ristoranti come la Subida del Cacciatore dei Sirk e ad altri agriturismi. Ma soprattutto ne fanno parte i cittadini, i consumatori finali: abbiamo organizzato negli anni incontri, conferenze, gruppi di acquisto comitati di quartieri in cui abbiamo reso del tutto trasparenti i costi, le problematiche e le caratteristiche della filiera e dei prodotti che ne derivano; e abbiamo deciso insieme il prezzo finale sia del pane che delle farine di mais autoctoni e grani antichi. Le persone ci danno una mano enorme, perché garantiscono fin dalla semina l’acquisto di un tot di questo prodotto. Poi, ci aiutano sia nella divulgazione che nella distribuzione. Insomma, è una filiera che diventa di tutti. Quando abbiamo perso le semenze per problemi fungini o climatici, le persone hanno fatto collette per permetterci di riprendere il lavoro, idem quando ci sono stati problemi speculativi, ci hanno aiutato sui prezzi… Ci siamo svincolati completamente da quello che è il mercato cerealicolo nazionale e internazionale». Tra i supporter della filiera frulana, c’è anche una insegna romana: Zampa Forno Etico (premiato con Tre Pani dalla guida di Gambero Rosso). Chissà se il supporto di tutti riuscirà a convincere Enrico Tuzzi a resistere?

E ora? Dopo 130 anni di storia appena festeggiati, la quinta generazione della famiglia Tuzzi interromperà la storia sotto i colpi di una bomba d’acqua?
«Non lo so – ammette Enrico che ha compiuto i suoi primi 40 anni – A parte i danni e la forza per rimettersi in piedi, qui è necessario fare una riflessione seria su cosa comportano il cambiamento climatico e la insufficienza di gestione idrogeologica del territorio. Tutto mi porta a chiedermi: ma davvero resto qui? Continuo a investire in un contesto in cui rischio di restare sott’acqua di nuovo tra un anno, ha senso? La gente sta dando una risposta positiva pazzesca, ma non so se possa bastare. L’acqua è arrivata così potente che ci ha portato via tutto, pietre, muri, bancali da tre quintali: 260 millimetri in un tempo brevissimo. Noi siamo sulla roggia, il canale che parte dal fiume ed è dedicato al molino, ma se alla bomba d’acqua aggiungi l’abbandono totale della cura idrogeologica del territorio, davvero è finita. Da anni batto su questo problema: se fiumi e canali fossero manutenuti e gestiti bene, non ci sarebbero stati questi danni».

Sulla pagina Instagram del Molino Tuzzi c’è chi chiede: “Ma l’assicurazione no?” Una domanda che manda in bestia Enrico. «Evidentemente non sa di cosa parla – risponde mesto – Certo, i danni più evidenti, i macchinari, verranno risarciti dall’assicurazione che ovviamente ho. Ma immaginate cosa significa, cosa comporta, un’alluvione? Sono centinaia i micro-danni che non potranno essere calcolati, gli interventi che non riusciremo a contabilizzare, oltre al tempo e al fermo dell’attività. E poi, in un momento come questo penso anche al fatto che l’unico molino artigianale storico rimasto in attività in due province, abbia solo tre panifici che lavorano con le sue farine». Ma sui social c’è anche il sostegno di una chef come Antonia Klugman, facciamo notare. «Si – sottolinea Enrico – e la ringrazio dal profondo del cuore. Anche il suo ristorante prendeva le nostre farine, ma ora non più!» Già, perché non è solo la solidarietà a poter mantenere in vita il progetto di Dolegna del Collio: occorre la partecipazione attiva alla filiera, il sostegno sul campo e non solo al momento dell’alluvione.
Molino Tuzzi – Dolegna del Collio (GO) – 0481 60546 – 328 1752 754 – molinotuzzi.it
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