Promozione internazionale

Il vino italiano torna negli Stati Uniti. Il tour del Gambero Rosso in 4 fantastiche tappe

Dal Los Angeles a New York, il parere di distributori, ristoratori, sommelier e produttori di vino tra calo dei consumi e voglia di resistere alla complicata congiuntura economica

  • 19 Marzo, 2026
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Il tour internazionale del Gambero Rosso ha preso il via da Los Angeles il 24 febbraio. L’evento s’è tenuto come nelle scorse edizioni alla City Market Social House, nel cuore del popolare Fashion district in Downtown Los Angeles. Il copione ben collaudato ha visto oltre 50 aziende presenti, con l’Unione Italiana Vini come ospite speciale. E dalle 13 alle 17 è stata la consueta festa del vino italiano, con distributori, importatori, sommelier e ristoratori a gremire la grande sala della Social House. Un’occasione importante anche per noi per incontrare gli operatori  e capire dove va il mercato.

L’aria che tira a Los Angeles

«È un momento difficile, inutile nascondercelo – ci dice Dominic Nocerino, patron di Vinifera Import, giunto per l’occasione da New York – io sono nel business da 50 anni. Ma se dovessi iniziare oggi non so se ce le potrei fare. I costi si sono moltiplicati, dai trasporti agli affitti, per non parlare del regime delle accise, che ogni giorno ci porta incertezze, ma sempre costi crescenti… Noi siamo un’azienda solida, abbiamo investito nelle strutture anni fa, abbiamo rapporti più che collaborativi con i nostri fornitori, che sono marchi di alta gamma del vino italiano. Soprattutto, abbiamo una profondità di magazzino sulle grandi annate che ci permette di mediare i prezzi. Ma vedo un settore in difficoltà, soprattutto per le aziende piccole e recenti».

Cosa fare allora? «Noi organizziamo tasting con la clientela importante insieme ai ristoratori, stappando grandi bottiglie di ottime annate. E lì si vende molto. Il ristoratore è felice, i clienti anche. Ma questo richiede capacità, energie, e risorse. In un momento di consumi stagnanti bisogna essere proattivi, darsi da fare, andare incontro ai consumatori, creare le occasioni». Sulla situazione politica non si sbilancia. Come molti altri, del resto. Anche se siamo in uno stato “dem” e in una città dem nessuno affronta direttamente l’argomento, nemmeno su precise domande. Crazy è la parola più ricorrente, ma mai riferita a qualcuno. Crazy moment, crazy situation, crazy market… E tutti scuotono la testa, guardano il cielo e fanno smorfie di disapprovazione. Solo i tassisti e i driver di Uber, rassicurati dalla nostra provenienza italica, si lasciano andare a qualche commento più critico.

Guerra e ristoranti italiani

È appena scoppiato il conflitto in Iran, una guerra che nessuno qui voleva e che – al di là delle promesse ufficiali – rischia di durare un bel po’. «Sapevano che sarebbe successo, e si preparavano da vent’anni a questo momento – ci dice Salman, che è saudita e sunnita, e non nutre certo simpatie per l’Iran – sono pronti per una lunga guerra di resistenza, e hanno accumulato risorse, hanno strategie…». Quando obbiettiamo che i vertici della teocrazia sono stati annientati taglia corto: «Hanno previsto anche quello».

Mangiare a Los Angeles può essere impegnativo, soprattutto a livello medio alto. A patto di trovare posto… Nei tre giorni che abbiamo passato ai piedi di Hollywood, invece, prenotare è stato facile, dalla pizzeria al ristorante etnico fino al fine dining. Non la solita folla, insomma, e sui tavoli tanta birra e cocktails, qualche bottiglia di vino meno del solito. La ristorazione italiana comunque va fortissimo.

A Los Angeles ben 30 locali hanno ricevuto i premi della guida Top Italian Restaurants in the World. Con locali giunti anche da San Diego, Glendale, Coronado, e prestazioni di vertice assoluto come Nardo (Tre Spicchi, da Culver City), Drago Centro e, da San Diego, Solare (Tre Bottiglie) per finire con i Tre forchette Dora da San Diego e Felix, che ha avuto anche il premio Italesse per la miglior carta dei vini italiana.  «L’Italia tiene bene – ci dice Martin Holland, un agente di commercio – pizza e pasta vanno forte, e il fine dining resiste bene». Sarà l’effetto “Immaterial Cultural Heritage” dell’Unesco, ma in realtà la gastronomia Italiana occupa da sempre un posto importante nel cuore degli americani. E dopo una carbonara e un paio di bicchieri di vino si tende ad essere un po’ più ottimisti sul futuro…

Il vino italiano dal Golden Gate Bridge

Due giorni dopo, il 26 febbraio, siamo a San Francisco, in una splendida giornata di sole. Una città in trasformazione positiva rispetto agli ultimi anni, merito probabilmente del nuovo sindaco, Daniel Lurie, che la sta tirando a lucido e s’è impegnato a fondo su welfare e sicurezza. Il Festival Pavillion a Fort Mason, affacciato sulla Baia e con un colpo d’occhio fantastico, che abbraccia il Golden Gate, Alcatraz e Sausalito, è stato la cornice dell’evento, ormai un classico per gli appassionati, che arrivano non solo da altre città della California ma anche dagli stati vicini, da Texas come dall’Oregon, dal Nevada come dall’Arizona.

È da sempre l’Italian Wine Week. «Non è il momento di fare celebrazioni – ci dice Lorenzo Scarpone importatore con la sua Villa Italia – gli anni più entusiasmanti sono alle spalle. La generazione Z beve meno della Y, poi il doppio colpo dazi-svalutazione ha fatto lievitare i costi di oltre il 35 per cento». Chi sta pagando, chiediamo. «Qualche produttore ci sta venendo incontro, ma per la maggior parte grava tutto su noi importatori. Inizialmente pensavamo che sarebbero state misure passeggere, ma non sarà così. In tutto questo si stanno perdendo tanti posti di lavoro, nell’amministrazione e nel terziario. Alcune grandi società di distribuzione stanno chiudendo. E questo deprime i consumi. Non voglio essere polemico con quest’amministrazione, ma… ».

Ma il vino italiano tiene. Siamo evidentemente più radicati nelle abitudini di consumo, offriamo valore, diversità e un’immagine accattivante, sana, di consumo equilibrato e consapevole. Gli operatori ce lo confermano… In uno scenario che vede la Francia abbassare drasticamente i prezzi, e gli altri competitor soffrire, l’Italia del vino tiene, anche nei confronti della California. Ci sono oltre 40 aziende importanti in vendita qui in California. Persino Gallo e Kendall-Jackson hanno messo sul mercato alcuni marchi. Mai successo prima. «Bottiglie californiane da 100 e passa dollari non si vendono più facilmente – conclude Paolo – Montepulciano d’Abruzzo, Chianti e Chianti Classico, Piemonte, Friuli e Sicilia invece tengono. Il consumatore sceglie la qualità sicura e guarda il prezzo. Non ci rimane che aspettare le elezioni di Midterm e sperare!». La giornata scorre veloce, le Masterclass del Consorzio vini d’Abruzzo (protagonista: Il Pecorino) e quella dell’Unione Italiana Vini sulle Denominazioni d’origine (con sette ottimi vini) fanno il sold out, come sempre.

Ristoranti italiani premiati

Poi Top Italian Restaurants porta sul palco ancora trenta bei nomi, a conferma dello stato di salute della ristorazione made in Italy. Citiamo solo le eccellenze: i Tre Spicchi ancora a Montesacro, i Tre Cornetti (ma in Usa li traducono Croissant) a Emporio Rulli, le Tre Bottiglie a Donato Enoteca da Redwood e ad A16 – immancabile anche lei, Shelley Lindgren, Cavaliere della Repubblica, in prima fila… Per arrivare alle Tre Forchette, Belotti da Oakland e, altra grande conferma, Acquerello, che si aggiudica anche il premio Italesse per la miglior carta dei vini italiani. Insomma, se il vino italiano tiene, nonostante dazi e guerre, molto si deve proprio a loro, i professionisti della cucina. Il momento non è facile, basta passeggiare per le strade, in California, e leggere graffiti e street art sui muri, Con ICE e presidenza protagonisti delle battute e delle invettive popolari. Ma come dice Dolores, altra driver (metà portoricana metà nicaraguense) «Todos locos… We’re all waiting for the Midterm!». Ma il Tour non si ferma: prossima tappa Chicago.

Chicago ama il vino e il cibo italiano

Il 3 marzo a Chicago una splendida giornata di sole con temperature assai più miti delle settimane precedenti ha accolto i produttori del Tre Bicchieri. Il Bridgeport Art Center ancora una volta ha offerto le sue sale al top della scena enologica italiana e ad una folla ancora più numerosa degli anni scorsi di appassionati e professionisti. «L’Italia va forte – ci diche Dwight Casimere, storica firma della critica enologica della Windy City, noto anche come The Wine Doctor – e sono soprattutto i giovani ad avvicinarsi ai vini italiani oggi. Sono sempre alla ricerca di stimoli nuovi, e cosa c’è di meglio dell’Italia, con i suoi mille vitigni autoctoni? Ogni etichetta un sapore e un profumo nuovi, una nuova scoperta. Ovviamente, i classici sono i classici, ma in un mercato non certo in crescita rigogliosa come quello di oggi voi avete un grande vantaggio».

E lo svolgersi della giornata in questo grande spazio industriale riconvertito all’arte e ai grandi eventi ne è stata la conferma. A cominciare dalla grande masterclass sul Montepulciano d’Abruzzo delle ore 11 che ha fatto registrare il tutto esaurito con grande gioia del Consorzio vini d’Abruzzo – ospite speciale della giornata – dei 9 produttori coinvolti che hanno preso parte all’evento con i loro ottimi vini. «Il Montepulciano d’Abruzzo è un classico dell’enologia italiana, e per qualità e per convenienza è un best-seller su questo mercato – ci dice Colin Proietto della Agricosimo di Villamagna – ma come tutti i vini va raccontato, come il suo territorio. E questi eventi sono fondamentali per consolidarne il successo».

«I mercati vanno presidiati, specie in un momento delicato come questo – gli fa eco Valentina Di Camillo de I Fauri – con la nostra presenza vogliamo sostenere anche l’impegno dell’importatore e dei distributori. È fondamentale!». «Il consumo di vino è tradizione qui a Chicago – continua Dwight, che ha anche una rubrica settimanale su The Times Weekly – a casa e nei ristoranti. Il pranzo nella trattoria Italiana nel fine settimana con tutta la famiglia è una tradizione. Per questo i consumi tengono, e quelli dei vini italiani in particolare. Qui c’è da sempre una forte comunità italo-americana, con i suoi negozi di specialità alimentari, i ristoranti e le pizzerie. Qui è tradizione». Azzardiamo qualche considerazione sull’ondata di salutismo, il dry January, le raccomandazioni a non consumare alcolici.

«Lascia perdere, quella è gente Maga (make America great again; ndr). Chicago ama il vino. E quello italiano in particolare. Abbiamo un presidente astemio – che però ha, tra le altre cose, un’azienda vinicola (a Charlottesville, in Virginia, ndr) – e usa i dazi come mezzo di ricatto per l’Europa – ci dice un operatore che preferisce rimanere anonimo – ma il vino per noi è cultura e tradizione, e continuerà ad esserlo». La giornata ha avuto il suo culmine con la Award Ceremony dei migliori ristoranti italiani di Chicago, intervenuti in massa, dalle pizzerie ai ristoranti fino ai wine bar. Una bellissima tappa del Tour, dove i 70 produttori italiani – nonostante la stagione – sono stati riscaldati da un’accoglienza a dir poco calorosa. Insomma, ci siamo sentiti a casa.

New York, New York…

Due giorni dopo, il 5 Marzo, è stata la volta della Grande Mela, la tappa storicamente più importante del nostro American Tour. Grande presenza di aziende, oltre 130, e di pubblico, nella consueta sede del Metropolitan Pavillion sulla 18esima, a Chelsea, nel cuore di Manhattan. Siamo nel mercato più importante degli Usa e, anche se non è un momento brillante, nonostante tutto – alla fine – prevale l’ottimismo.

«Non è un periodo facile per la ristorazione», ci dice Jill, restaurant manager, per poi aggiungere che, in fin dei conti, momenti davvero facili non ne ha ancora visti nella sua lunga carriera. E punta il dito sulla stretta all’immigrazione che leva risorse all’industria dell’ospitalità, sia come personale sia come clientela. «Ma – continua – è un momento passeggero. Siamo in America, e noi siamo ottimisti per natura». La giornata prende l’avvio con le masterclass, che sin dalle 11 con la verticale dell’Amarone Bosan della Gerardo Cesari ha visto la sala gremita di appassionati.

«Ancora una bellissima esperienza con Gambero Rosso – sottolinea Nicolò Maroni, brand ambassador della maison veneta, che ha condotto l’evento con Marco Sabellico – questo è il tipo di divulgazione di cui l’azienda ha bisogno: parlare, bicchiere alla mano, con chi poi il vino lo comunica al consumatore finale, al ristorante, sulla carta o sulla rete». Con Unione Italiana Vini ancora un appuntamento all’insegna delle grandi etichette e di un inquadramento del sistema delle denominazioni d’origine europee, italiane in particolare, e delle garanzie che la Unione europea e lo Stato con le Dop e le Igp forniscono ai consumatori.

Le ultime premiazioni e il boom del Cerasuolo

Per finire, il Consorzio Vini d’Abruzzo ha affidato a Gambero Rosso la masterclass sul Cerasuolo d’Abruzzo. Cronaca di un successo annunciato, viene da dire, grazie alla popolarità di questo vino, decisamente in crescita sul mercato Usa negli ultimi anni, e alla bontà delle 11 etichette in degustazione, che hanno dimostrato come un ottimo Cerasuolo è un vino che va ben oltre i classici due anni dalla vendemmia, e si sposa meravigliosamente con tantissime tradizioni gastronomiche oltre l’Italiana.

L’Italia ha vissuto un momento di grande partecipazione di tutto il numerosissimo pubblico anche durante l’imponente Award Ceremony. L’inclusione della Cucina Italiana nel Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco è un fatto recente, che ha reso orgogliosi tutti gli italiani e in particolare i quaranta ristoratori premiati, alcuni dei quali sono arrivati per l’occasione da Boston, Filadelfia e persino da Santo Domingo. Tra le eccellenze Tre Cornetti sono andati alla filiale Newyorkese della Rosetta Bakery, Tre Spicchi alle pizzerie Song ’e Napule e Ribalta, e infine Tre Forchette a La Devozione, Sistina e Lucciola, spettacolari esempi di fine dining italiano mediterraneo e contemporaneo.

 

Riportando tutto a casa

«Il vino italiano ha fascino – ci dice Dan Hertz, sommelier canadese da poco trasferitosi a New York – sono storie di vignaioli e di famiglie, di territori vocati che affascinano sempre. E se c’è sovrapproduzione di vino nel mondo rispetto ai consumi, saranno le realtà autentiche che sopravvivranno, quelle che hanno una storia vera da raccontare, qualcosa di genuino, non l’industria. L’altro giorno, ancora una volta, un vino italiano mi ha conquistato… In 35 anni di professione non avevo mai assaggiato una Bianchetta della Val Polcevera – siamo nei pressi di Genova – Ma che meraviglia!».

«È stato un bellissimo evento anche quest’anno – ci dice Michael Pereira, della Empire Imports – e il mercato qui a New York va benissimo, per i vini Italiani in particolare. Oggi poi ho trovato alcune aziende di assoluto valore che spero di importare». Chiediamo se le accise e i problemi internazionali stiano influendo molto sulle vendite: «Alla fine, abbiamo trovato una quadra con i produttori, gli aumenti sui prezzi al dettaglio sono stati minimi. Certo, bisogna essere proattivi, impegnarsi, con clienti e consumatori. Ma i risultati arrivano».

Sacrifici e lavoro per superare le incertezze

Lasciamo la Grande Mela soddisfatti e ottimisti. Quattro grandi città americane ci hanno accolto con gioia e calore, i produttori italiani sono ripartiti rasserenati dopo mesi di incertezze. Problematiche sul mercato internazionale ci sono, Stati Uniti compresi. Ma nulla che non si possa superare con un po’ più di sacrificio e di lavoro. Ci vogliamo credere, e alla fine abbiamo visto più luci che ombre in queste quattro tappe. «È il più grande mercato del mondo» – ci ricorda Dan, il sommelier canadese che ha scelto New York. E se ce la fai qui, ce la puoi fare dovunque – aggiungiamo noi citando The Voice – Dipende da te. E.. vale per tutti!

Ringraziamo, alla fine del Tour, gli sponsor che ci hanno accompagnato: la Pulltex con i suoi eccellenti cavatappi, Acqua Smeraldina dalle straordinarie fonti della Sardegna, la Di Marco con la sua buonissima Pinsa Romana a Los Angeles, San Francisco e New York, e la Italesse con i suoi bellissimi bicchieri a San Francisco e Los Angeles.

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