In Svezia, fermarsi per un caffè è un’abitudine radicata, quasi un piccolo rito quotidiano. La chiamano fika e scandisce le giornate di milioni di persone, al lavoro come a casa, in uffici pubblici, università, panetterie e cucine di famiglia. Non serve una scusa o un’occasione speciale: la fika è il momento in cui ci si ferma, si conversa, si condivide qualcosa da bere e da mangiare. È un gesto semplice che, nel tempo, è diventato parte integrante dell’identità culturale svedese.
Il termine “fika” ha origini curiose, deriva da un gioco linguistico tipico del XIX secolo, un “back slang” che invertiva le sillabe di “kaffi”, una forma arcaica del termine “kaffe” (caffè) in svedese, e così da kaffi nacque fika. All’inizio il termine indicava semplicemente il caffè, ma col tempo ha assunto tutto il senso del rituale sociale che oggi conosciamo.
Il caffè è arrivato in Svezia tra Seicento e Settecento attraverso rotte commerciali; le autorità hanno tentato più volte di imporre divieti al consumo, perché considerato un vizio esotico e pericoloso. Nel 1746, il re Adolfo Federico ha emanato un editto contro il caffè, con multe e persino la confisca delle tazze per chi venisse colto a consumarlo; nonostante questo, il consumo clandestino è continuato. Col cessare dei divieti nel XIX secolo, il caffè è esploso come bevanda quotidiana ed è diventato terreno fertile per quel gesto che si è trasformato in fika.

A partire dal XX secolo la pausa col caffè si struttura meglio. Diventa comune che nei luoghi di lavoro le persone si fermassero due volte al giorno, generalmente intorno alle 10 del mattino e alle 15 del pomeriggio. In certi contesti la fika è addirittura inserita nei contratti di lavoro o prevista come momento collettivo. Negli uffici spesso c’è una “stanza fika” o uno spazio comune dove i colleghi si incontrano, chiacchierano, bevono, mangiano qualcosa. In tempi più recenti, l’importanza sociale della pausa ha spinto alla fondazione, nel 2025, di una Accademia della Fika a Stoccolma, con lo scopo di preservare questa tradizione come patrimonio culturale immateriale svedese.
Spesso si accompagna il caffè (di solito filtrato, ma non mancano varianti moderne) con dolci tipici: il più comune è il kanelbulle, la brioche alla cannella (spesso con cardamomo). Si trovano anche chokladbollar (palline di cioccolato), dammsugare (biscotti al pistacchio e cioccolato), oppure diversi tipi di torte e biscotti. In tempi passati nelle case svedesi era consuetudine offrire sette tipi diversi di biscotti, la famosa tradizione del sju sorters kakor (“sette tipi di biscotti”) che mostrava ospitalità e abilità del padrone di casa.

Anche versioni salate possono far parte della pausa, con piccoli panini o fette di pane con formaggio. L’importante è che non ci sia fretta: la pausa si concede tempo per essere gustata, non per essere “sfruttata” al massimo.
Quando qualcuno invita a una fika, è un gesto affettuoso: “facciamo una pausa insieme” significa dare spazio alla relazione. Il fatto che la pausa non sia lasciata al caso ma spesso condivisa da tutti crea un senso di uguaglianza e comunità. Non partecipare può essere percepito come un’affermazione estraniata. In luoghi di lavoro, inoltre, la pausa diventa spazio informale per discutere problemi, proporre idee, costruire relazioni meno gerarchiche. In casa, specialmente nelle giornate invernali o nelle lunghe notti nordiche, rappresenta un momento accogliente e rigenerante. Nei mesi estivi, si preferisce fare la pausa all’aperto, in giardini, parchi o terrazze, approfittando della luce.
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