Nelle cucine si parla di tutto: cotture, impasti, comande urlate, stanchezze condivise. Ma su un tema fondamentale – la libertà di dire “sono gay”, “sono queer”, “siamo noi” – scende un silenzio pesante. In un mondo dove la virilità, così come il ritmo frenetico, il sudore, l’autorità in cucina, sono ancora considerate norma, dichiararsi gay, lesbica, queer significa rischiare lo scherno e l’emarginazione. La questione non è violare la privacy di nessuno: è che molti lavoratori e lavoratrici non si sentono liberi di raccontare chi sono. È il clima di timore, più che il riserbo, a generare la frattura. Una paura che molto spesso impedisce a chi cucina di mostrarsi senza filtri, come se l’identità fosse un ingrediente da tenere nascosto per non rovinare la ricetta. Altrove, però, se ne discute apertamente.
Il New York Times è tra i pochi giornali al mondo che hanno affrontato il tema con continuità: nelle sue pagine si è tornati più volte sul rapporto tra cibo e identità queer. Lo ha fatto raccontando il lavoro di John Birdsall, critico ed ex cuoco che ha esplorato la cultura gastronomica LGBTQ+, e riportando alla luce la figura di James Beard, grande autore del Novecento, gay dichiarato in un’epoca che non lo permetteva, sostenendo quanto la sua identità abbia influito sul modo di scrivere e pensare la cucina.
Il Times ha dato spazio anche alla Queer Food Conference, dove chef, attivisti e studiosi provano a definire il “cibo queer” come gesto culturale e politico. Ho parlato con cuochi e cuoche che mi hanno raccontato di aver taciuto su orientamento o identità di genere per paura di pregiudizi, esclusione, malevoli dicerie. Non è timidezza, ma strategia di sopravvivenza.
Eppure, esistono casi positivi. Andy Baraghani, chef e autore americano di origini iraniane, racconta quanto la sua identità abbia plasmato il suo modo di cucinare, non ostacolandolo ma liberandolo. Melissa King, chef californiana, asiatica e queer, vincitrice di Top Chef All-Stars, dimostra come talento e identità possano convivere e rafforzarsi. Il nodo, allora, non è chiedere alle persone di “dichiararsi”, ma permettere loro di farlo senza timore se lo desiderano. Creare ambienti in cui un cuoco possa presentare sé stesso con la stessa naturalezza con cui spiega un piatto. Ambienti dove visibilità e professionalità non siano percepite come forze opposte.
Le cucine sono luoghi di creatività, disciplina, fatica e intuizione: dovrebbero diventare anche spazi in cui una cuoca o un cuoco, un o una sous-chef, una pasticciera o un pasticcere, un o una commis possano sentirsi liberi di essere ciò che sono. Senza paura. Senza sussurri. La ristorazione italiana, che tanto ama parlare di autenticità, non può ignorare l’autenticità di chi manda avanti le cucine. Il cibo racconta storie, identità, attraversamenti: sarebbe paradossale che proprio i luoghi che questo linguaggio lo producono restassero muti. In fondo, una cucina davvero moderna non è solo tecnica e creatività. È uno spazio in cui nessuno debba avere paura di dire “questa è la mia vita”. Perché il rispetto, come il buon cibo, nasce da ciò che lasciamo uscire alla luce, non da ciò che costringiamo nell’ombra.
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