C’è un vino che è entrato nella letteratura italiana molto prima delle guide e delle denominazioni. È la Vernaccia di San Gimignano, citata da Dante nella Divina Commedia. Un riferimento rapido, ma abbastanza chiaro da restituire la notorietà di un vino che nel Medioevo doveva essere già ben conosciuto. Secoli dopo, sarebbe diventato la prima Doc italiana. Il passo si trova nel Purgatorio, canto XXIV, dove Dante incontra Papa Martino IV, pontefice francese nato a Tours, ricordato dalla tradizione per la sua passione per la buona tavola: “Ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
dal Torso fu, e purga per digiuno l’anguille di Bolsena e la vernaccia”.
La scena è quella della cornice dei golosi, dove le anime espiano gli eccessi del cibo e del bere attraverso il digiuno. La vernaccia compare come riferimento immediatamente riconoscibile, associato a un piacere terreno preciso. Il collegamento con il bianco toscano rimanda a una notorietà medievale ben documentata. Il vino circola, infatti, nelle fonti commerciali e nella letteratura del tempo, legato a un territorio che aveva già costruito parte della propria identità sulla viticoltura.

La storia documentata parte almeno dal 1276, quando il nome compare nelle gabelle di San Gimignano. In un atto ufficiale si registra una tassa di tre soldi per chiunque venda una “soma di Vernaccia” fuori dal territorio comunale. È una prova importante, perché mostra che il vino non solo esisteva già in forma riconoscibile, ma aveva anche un peso economico sufficiente da entrare nella fiscalità locale.
Nei secoli successivi la Vernaccia torna in cronache, testi letterari e riferimenti di corte. Viene citata, tra gli altri, da Boccaccio e da Folgòre da San Gimignano, confermando una presenza costante nella cultura materiale e letteraria italiana. Un dato non secondario, soprattutto per un vino bianco toscano in una regione che, nella percezione contemporanea, è legata soprattutto ai rossi.
Il 3 marzo 1966 la Vernaccia di San Gimignano diventa la prima Doc della storia del vino italiano (finisce in Gazzetta Ufficiale il il 6 maggio dello stesso anno). È un passaggio simbolico e concreto insieme, perché segna l’avvio del sistema moderno delle denominazioni. Nel 1993 arriva poi il passaggio a Docg.
A sessant’anni da quel primo riconoscimento, la ricorrenza offre soprattutto l’occasione per rimettere insieme i diversi livelli della sua storia: quello letterario, quello documentario e quello istituzionale. Da un lato il verso di Dante, dall’altro gli atti medievali e, infine, il riconoscimento normativo del Novecento. Più che una celebrazione, è un caso piuttosto raro di continuità tra reputazione storica e identità contemporanea.
Anche in occasione del Dantedì (la giornata dedicata a Dante che cade ogni 25 marzo) la citazione nel Purgatorio resta quindi qualcosa di più di una curiosità. È una traccia utile per capire come alcuni vini, ben prima delle classificazioni moderne, fossero già parte di un immaginario condiviso e di una geografia del gusto riconoscibile.
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