Le casse arrivano al cuore prima dei piatti. Grandi, sospese, quasi incombenti sopra il bancone. Il suono scende pieno, preciso, avvolgente, dall’altra parte del banco c’รจ la console color metallo, elegante e imponente, tre piani di cavi e vibrazioni. Poi arriva una cipolla, ancora chiusa nella sua buccia, e dentro un baccalร mantecato che promette conforto. Arrivano anche altri piatti, ma l’attenzione resta altrove, il suono รจ avvolgente. Si mangia sotto un impianto hi-fi che meriterebbe una recensione a parte, e intanto si capisce che Stecca vuole essere piรน di un locale di cucina contemporanea: un luogo multisensoriale in cui il gusto incontra il suono.

A Garbatella, quartiere di Roma che conserva ancora lโimpianto dei lotti operai e una memoria urbana verace, questo nuovo indirizzo romano – un po’ bistrot, un po’ ristorante, ancora non del tutto classificabile – chiaro, essenziale, quasi nordico, si inserisce come un corpo estraneo ma consapevole. Non si mimetizza, non cerca la nostalgia nel vecchio quartiere popolare oggi diventato epicentro di interessanti nuove aperture (vedi Zic!).

Stecca nasce dallโincontro tra Flavio De Maio, oste rodato di Flavio al Velavevodetto (Due Gamberi), trattoria che negli anni รจ diventata una certezza per la cucina romana, e Franco Franciosi, chef di Mammarรฒssa ad Avezzano (Due Forchette), progetto piรน raccolto e territoriale, costruito con rigore e sensibilitร . Due percorsi solidi, due identitร riconoscibili nel mondo dell’enogastronomia laziale e abruzzese che qui provano a trovare un punto comune, in quella zona ibrida tra bistrot contemporaneo e ristorante di ricerca dove oggi si gioca una parte importante della scena.

Gli antipasti raccontano subito questa intenzione, ma non sempre la centrano in pieno. La cipolla arrosto, servita con ancora parte della sua veste esterna, accoglie un baccalร mantecato con patate e rosmarino: consistenza piena, non levigata, con quella leggera fibra che tiene il boccone vivo, una sapiditร netta ma composta. ร un piatto corretto, ben eseguito, che perรฒ si ferma lรฌ, senza trovare uno scarto, una tensione ulteriore.

Piรน convincente la salsiccia artigianale immersa in un brodetto fatto con il suo fondo di cottura, coperta da una foglia di broccoletto e accompagnata da una composta di limone fermentato. Qui il piatto trova un equilibrio interessante, la grassezza รจ presente ma misurata, il brodo รจ profondo senza appesantire, e soprattutto quellโinnesto acido dato dalla composta di limone, a piccoli frammenti, accende ogni boccone, allunga il gusto e restituisce unโidea chiara di costruzione. ร uno dei momenti piรน centrati della cena.
Meno a fuoco il carciofo della tradizione, dove la qualitร della materia prima รจ evidente ma il piatto si appoggia su una fonduta di pecorino che finisce per prendere il sopravvento. Allโinizio funziona, avvolge, rende il boccone rotondo e immediato; alla distanza, perรฒ, copre, uniforma, riduce la leggibilitร dellโingrediente principale, proprio laddove la semplicitร della tradizione avrebbe probabilmente giocato a favore.

Tra i primi, la cosiddetta โmadre della cacio e pepeโ – fusilli con cipollotto e pecorini provenienti dagli Appennini e dalle campagne romane – mostra invece un pensiero piรน maturo. Lโuso di piรน tipologie dello stesso formaggio costruisce una salsa che resta equilibrata, senza derive stucchevoli, e il pepe accompagna senza aggredire. La pasta รจ volutamente tenuta indietro, con una masticazione piรน presente, piรน viva, scelta che puรฒ dividere ma che qui appare coerente. Resta perรฒ un vuoto di racconto: una preparazione di questo tipo meriterebbe di essere spiegata, accompagnata, soprattutto in un contesto che dichiara attenzione allโingrediente. La sala, in questo senso, resta in secondo piano.

Ed รจ proprio sul servizio che la serata mostra le maggiori fragilitร . I tempi si dilatano giร nella prima parte del percorso, con attese lunghe e un ritmo poco governato; poi, sulle portate principali, il sistema si inceppa: i piatti arrivano separati, costringendo uno dei commensali a mangiare da solo, mentre lโaltro attende l’agnello che arriva con notevole ritardo.
Il piatto, purtroppo, non riesce a recuperare. Il filetto, lavorato in doppia cottura, si presenta ordinato ma restituisce una consistenza asciutta, compatta, con una perdita di identitร aromatica che sorprende, soprattutto in un contesto che punta sulla qualitร della materia prima. Il fondo รจ ben costruito, con una spinta acida interessante, ma la carne dal punto di vista della golositร resta indietro, mentre la componente vegetale lascia unโamarezza (nel vero senso della parola) che non trova equilibrio. Anche qui, nessuna spiegazione al tavolo: la doppia cottura resta implicita, non raccontata, e il piatto finisce per restare isolato. Peccato.

A parziale compensazione (certo รจ che una serata storta puรฒ capitare), altre esperienze raccolte allโinterno della redazione raccontano una faccia piรน compiuta del progetto. Tra gli assaggi piรน convincenti, il pain perdu, cavallo di battaglia della casa. Dessert pensato con ingredienti a temperature diverse, qui interpretato con cagliatella di latte, nocciola e caffรจ, che si fa apprezzare per evoluzione tattile – la diversa masticazione offerta dalla tostatura e dalla morbidezza interna del pane – e per equilibrio e indubbia precisione aromatica. Insieme a ceci e crostacei una delle portate che piรน incarnano lo spirito dellโinsegna: tanto gusto e immediatezza, nonostante alcuni passaggi culinari ricercati.
La chiusura, con una zuppa inglese servita in coppa, riporta equilibrio: crema ben eseguita, pan di Spagna correttamente imbevuto, una nota alcolica leggermente sopra le preferenze ma dentro un impianto solido.

La carta dei vini รจ ben costruita, leggibile, con una selezione fortemente orientata al naturale; per un pubblico abituato a frequentare questo tipo di indirizzi puรฒ risultare in parte prevedibile, e la presenza di diverse etichette non disponibili riduce ulteriormente la scelta. Puรฒ accadere, ma incide sullโesperienza.
Il conto si colloca nella fascia medio-alta: coerente con la qualitร delle materie prime e con lโambizione del progetto, ma proprio per questo richiederebbe una sala e un ritmo di cucina piรน presente, capace di accompagnare, spiegare, costruire valore percepito, altrimenti piรน banalmente potrebbe essere definito come un indirizzo “caro”. Stecca resta unโapertura importante, con idee chiare e una base solida. Oggi piรน semplicemente รจ un progetto che cerca ancora misura, soprattutto nel rapporto tra cucina e sala, tra intenzione e restituzione. Alla fine, resta il suono di quell’impianto stereo strepitoso (chapeau). E forse non รจ esattamente ciรฒ che dovrebbe restare di piรน.
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