Mentre il mondo del vino italiano si prepara a incontrarsi a Verona domenica 12 aprile per la 58ª edizione di Vinitaly, molti produttori restano bloccati dalla guerra in Medio Oriente. Impossibilitati a viaggiare, esportare e raccontare il proprio lavoro nelle fiere internazionali. È il caso di Sept Winery, cantina libanese fondata nel 2016, che in questi giorni ha diffuso un video-messaggio rivolto agli operatori internazionali. «Mentre molti nostri colleghi nel mondo vivono in pace, viaggiano, versano, incontrano i clienti alle fiere, noi qui viviamo una realtà molto diversa», evidenzia il vignaiolo Maher Harb, non parlando di resa ma della necessità di restare in contatto con il resto del settore.
Punto di riferimento per i vitigni autoctoni libanesi – nei suoi 12 ettari sulle colline calcaree del Nord del Libano, tra Batroun e Tannourine, nascono ogni anno 40mila bottiglie di vini naturali – questa cantina biodinamica è oggi schiacciata dal conflitto in corso così come l’intero comparto nel Paese. «Non l’abbiamo scelto. Lavoriamo tra incertezza e pericoli, una situazione in cui il domani non è promesso. Eppure continuiamo: coltiviamo, raccogliamo, vinifichiamo, proteggiamo vigneti ancestrali e saperi generazionali», spiega Harb. Una resistenza silenziosa di chi non smette di produrre nonostante tutto.

Del resto il Libano ha una tradizione vinicola antichissima, tra le prime del Mediterraneo. Tra i vitigni autoctoni ancora coltivati ci sono l’obaydi e il merwah, varietà considerate parte del patrimonio storico della viticoltura libanese. Negli ultimi decenni, una nuova generazione di piccoli produttori aveva trasformato questa eredità in un progetto credibile sui mercati internazionali, costruendo relazioni con importatori, sommelier e ristoratori in Europa e negli Stati Uniti. Ma se in vigna la cantina non si ferma, il mercato globale non aspetta. Le fiere continuano, le liste degli importatori si aggiornano e chi non c’è finisce nel dimenticatoio.
È qui che il messaggio di Sept Winery assume i contorni di una richiesta operativa. «Fino a quando non potremo tornare da voi, vi chiediamo di venire da noi e di tenerci connessi al mondo di cui vogliamo far parte», scrivono sui social. Un appello lanciato non a caso al termine della Settimana Santa. «Come Pasqua e la primavera simboleggiano la luce e la speranza di una nuova stagione, speriamo che anche il Libano trovi presto la luce in fondo a questo lungo tunnel buio», viene detto nel video.

Le parole di Harb si trasformano così in un invito concreto, rivolto a chi opera nel settore: «Se conoscete i nostri vini, parlatene. Se credete in quello che facciamo, condividetelo. Importatori, sommelier, giornalisti, amici. Aprite porte, create spazio per noi dove oggi non possiamo stare». Non un appello generico alla solidarietà, dunque, ma un piano di sopravvivenza . «Siamo ancora qui. Facciamo ancora vino. E la nostra voce conta», chiude il messaggio. Una voce che, per attraversare confini che i piedi non possono più varcare, ha bisogno che qualcun altro la porti con sé.
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