Non ama l’etichetta di food expert, riconosce la responsabilità della comunicazione e crede che la fruibilità del cibo inizi soprattutto dal linguaggio. Chiara Maci, ospite di Gensy, il congresso biennale dell’associazione La Sicilia di Ulisse, è intervenuta nel panel Nutrirsi con amore: coltivare il piacere del cibo stando bene a tavola. L’associazione, che oggi conta 57 soci, 39 tra ristoranti e pasticcerie storiche e 18 hotel di charme, oltre a 21 cantine partner, ha scelto per questa edizione il tema “Nutrire il corpo, coltivare l’anima: un viaggio tra cibo, vino e ospitalità” chiamando ad intervenire esperti e comunicatori del mondo del cibo, vino e ospitalità. Una tre giorni tra cene diffuse, talk e il gran finale dedicato allo street food, dove i contenuti sono stati uno stimolo e una riflessione per definire la rotta del futuro di questo settore. A partire dalla comunicazione nel cibo, che per Chiara Maci deve essere semplice ed accessibile.
I caposaldi della tua comunicazione sono l’accessibilità e la semplicità del cibo. Il cibo però ha anche una complessità culturale. Come si conciliano questi due aspetti?
Quando si parla di cibo, inteso come materia prima, ingrediente, il linguaggio deve essere universale e accessibile a tutti. Il discorso cambia se parliamo di alta ristorazione, di ricette, dove è normale un linguaggio più complesso. Ci sono piatti che non sono adatti a tutti i palati: alcune proposte sono provocatorie, altre più “ruffiane”. Il fine dining è più complesso nella sua ricettazione ma deve comunque rimanere fruibile. La complessità è nella ricettazione, mentre la materia prima deve essere compresa. Per questo, quando parlo ai bambini di cibo parto dagli ingredienti. L’ingrediente è facile da capire. Una volta compreso l’ingrediente, si possono comprendere le ricette, tenendo conto che il gusto rimane sempre molto personale. L’efficacia della comunicazione legata al cibo sta in un linguaggio universale.
A proposito di fine dining, ritiene che ci sia una crisi nella sua comunicazione?
Assolutamente no, non credo ci sia una crisi nella comunicazione del fine dining. Anzi, grazie alla comunicazione, all’informazione, il fine dining riceve molti stimoli, genera molta curiosità, mantiene vivo un sistema, intercetta un pubblico giovane che mostra curiosità verso l’alta ristorazione.
Da quando ha cominciato, sedici anni fa, i mezzi di comunicazione sono cambiati radicalmente. Come è cambiato il tuo approccio negli anni?
Io sono sempre stata fedele al mio modo di essere. Gli strumenti cambiano e continueranno a farlo, ma il segreto è rimanere sempre fedeli alla propria identità. Non ho mai aperto un account TikTok perché non mi sento a mio agio, anche se tutte le agenzie me lo suggeriscono. Sono l’unica che scrive ancora il blog! Non bisogna avere paura del cambiamento, ma nemmeno perdere la propria identità e il proprio linguaggio. Sono curiosa e mi aggiorno.

E come intercetta le nuove generazioni senza essere su TikTok?
Li intercetto parlando con loro. Mi interessa capire i loro interessi. Ho una figlia che mi aiuta a capire, che spesso sceglie le ricette più amate dalla sua generazione. Non cambio il mio modo di comunicare per loro ma ascolto il loro punto di vista senza dare lezioni.
C’è un mezzo di comunicazione che l’ha sorpresa e che aveva sottovalutato?
Non avrei scommesso nulla sul podcast. Invece li ascolto, ne ho fatti due e mi piace moltissimo. Il fatto di poter isolare l’audio, annullare il video, è una dimensione con la quale sono molto affine.
Il ruolo dei comunicatori oggi ha anche a che fare con la responsabilità, soprattutto quando si parla di cibo e di giovani.
È una grande responsabilità e la comunicazione richiede rispetto e correttezza dei contenuti, soprattutto verso i giovani. A volte, faccio un passo indietro quando sono tentata di parlare di una ricetta più golosa. Penso che sia giusto che passi un’idea di cucina sana ed equilibrata.
Dove sta andando la comunicazione del cibo, quali sono i trend e i rischi?
Sul web c’è l’esasperazione della salute, la demonizzazione di alcuni ingredienti e tradizioni. C’è troppo mondo “proteico”, “fit”, che spesso porta a fake. L’alimentazione è ancora troppo legata al concetto di dimagrimento e questo genera disturbi alimentari. Tra i trend positivi, c’è il mondo delle fermentazioni – kimchi, kombucha – e in generale il mondo asiatico, in particolare la cultura coreana. Anche se la cultura culinaria italiana è meno “di tendenza” online, rimane una grande certezza e il comfort food per eccellenza.

Si parla dell’utilità o meno della critica gastronomica. Pensa che sia ancora importante?
La critica genera tanto e, se è fatta bene, ha un valore positivo. Io non amo “stroncare” con il titolone al limite della provocazione, preferisco non parlarne perché conosco la fatica del mondo della ristorazione. Certo, è importante che ci sia un confronto.
Il mondo degli influencer è andato in crisi. Perché? È poco credibile?
La crisi è arrivata perché, a mio avviso, molti di loro hanno tradito il loro modo di essere e chi è sopravvissuto lo ha fatto anche per selezione naturale, perché aveva un progetto coerente. Il mondo è cambiato, ma il segreto è evolversi rimanendo fedeli a se stessi, portare avanti un’idea con coerenza e con un progetto solido e non dettato dalle tendenze.
Ha detto che non ama le etichette, compresa quella di “food expert”. Come si definisce?
Non avevo un biglietto da visita quando ho cominciato e non ne ho uno neanche oggi. Cucino ma non sono una cuoca, scrivo ma non sono una giornalista. Se potessi, eliminerei le etichette.
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