Se le denominazioni europee più storiche possono fare affidamento sulla propria reputazione per affrontare un mercato complesso, quelle più giovani devono puntare con maggiore decisione sull’innovazione. È questo il messaggio arrivato dalla tavola rotonda di Wine Paris Appellation Leadership: Staying a Benchmark in a Changing Wine World, organizzato da Fijev (Fédération Internationales des Journalistes et des Écrivains du Vin), che ha riunito rappresentanti di tre tra le più celebri regioni vinicole europee – Bordeaux, Cava e Bolgheri – interrogandosi su come le denominazioni del Vecchio Mondo possano mantenere il proprio ruolo in un mercato del vino in rapido mutamento.
«A volte contrapponiamo il Nuovo Mondo al Vecchio Mondo – ha esordito Bernard Burtschy della Fijev – Nel Vecchio Mondo abbiamo una lunga tradizione: Champagne, Borgogna e Bordeaux sono regioni vitivinicole fin dal Medioevo. Ci sono stati molti imitatori; nel Vecchio Mondo esistevano restrizioni sulla produzione e sul terroir. Ma denominazione non significa qualità».

A offrire la prospettiva bordolese è stato Philippe Casteja, presidente del Conseil des Grands Crus Classés, l’associazione che promuove e tutela la Classificazione del 1855 dei vini del Médoc e di Sauternes voluta da Napoleone III.
«La Camera di Commercio di Bordeaux decise di classificare i vini e di inviare i migliori all’Esposizione Universale di Parigi. La graduatoria fu stilata in quindici giorni, sulla base delle note di degustazione e dei prezzi di mercato. Cinque categorie per i rossi, due per i bianchi», ha spiegato Casteja. Questo sistema ha aiutato alcuni produttori, oggi tra i più prestigiosi di Bordeaux, ad affrontare le crisi successive.
«Alla fine della crisi della fillossera, i proprietari dei vini classificati compresero l’importanza del sistema, perché forniva un punto di riferimento ai consumatori – ha detto Casteja – Non sappiamo quanto siamo fortunati ad averlo. In tutto il mondo è il miglior strumento di valutazione che possiamo avere».
I produttori inclusi nella Classificazione del 1855 – tra cui i Premier Cru come Château Mouton-Rothschild e Château Haut-Brion – furono protagonisti del più celebre blind tasting della storia del vino: il Judgment of Paris del 1976. Sebbene in quell’occasione i vini francesi furono sconfitti da quelli americani, a distanza di cinquant’anni continuano a esercitare il loro fascino.
«I prodotti eccellenti resteranno tali, e ci saranno sempre consumatori per loro. Diverso è per i vini più economici, naturalmente. I gusti stanno cambiando: la Gen Z non è la Gen Y o i Baby Boomers. Siamo passati dal pollo arrosto della domenica con il vino, consumato con calma, a una generazione che pranza in piedi con un pasto consegnato da Uber – ha osservato Casteja – Ci sono anche mercati da scoprire: in India, per esempio, non si beve vino come in Europa, quindi bisogna capire che è una storia diversa».
Oltre i Pirenei, in Spagna, si trova la Denominazione Cava, potenza del metodo tradizionale con 200 milioni di bottiglie prodotte ogni anno in diverse zone del Paese, sebbene il cuore resti in Catalogna.
«Parlare di Cava, e delle denominazioni in generale, significa tornare alla storia, alle origini e al terroir, al nostro Dna», ha commentato il segretario generale della DO Cava, Alexandre Comellas. «Abbiamo raggiunto un alto livello di globalizzazione: oltre il 70% del nostro vino è esportato e siamo presenti in più di 150 Paesi. È difficile trasmettere un messaggio a così tanti mercati, quindi abbiamo voluto riflettere sullo storytelling del Cava».
Tra le innovazioni più recenti figura l’introduzione della categoria Guarda Superior, pensata per identificare un ulteriore livello qualitativo. «C’erano aspettative precise per la Guarda: questi prodotti devono provenire da vigneti specializzati, essere 100% biologici; anche in termini di resa si richiede una qualità superiore, e le viti devono avere almeno 10 anni», ha spiegato Comellas.
Rispetto a Bordeaux e Cava, Bolgheri in Toscana è un “nuovo arrivato” nel Vecchio mondo del vino: il Consorzio per la Tutela dei vini Doc Bolgheri è stato fondato solo nel 1995.
Tra i suoi membri c’è Orma, la cantina bolgherese di Tenuta Sette Ponti. Il direttore export e comunicazione Alberto Moretti Cusetti ha scherzato: «In Italia siamo fortunati a non essere un Paese più grande, perché produciamo già tantissimi vini!».
«Se parliamo di Bolgheri dobbiamo dire “grazie” a Sassicaia», ha aggiunto Cusetti, citando il celebre taglio bordolese di Tenuta San Guido. «Trent’anni fa la Toscana aveva una reputazione molto negativa. Il Chianti spingeva vini molto economici negli Stati Uniti, ma il Chianti Classico ha fatto un grande lavoro… Oggi Bolgheri è una Doc molto forte, anche se è minuscola e produciamo mezzo milione di bottiglie. Stiamo lavorando per diventare la prima denominazione totalmente biologica».
Pur avendo consolidato il proprio posto nel fine wine, i “Supertuscan” non possono contare solo sull’origine toscana, italiana o europea per garantirsi il successo commerciale: serve un approccio più diretto al marketing.
«Oggi siamo zero nel mondo, perché in molti luoghi si può fare ottimo vino. Certo, Bordeaux ha fatto la storia, ma con le nuove generazioni serve un’esperienza. Siamo italiani, ci piace accogliere. La grande sfida è invitare le persone nel proprio territorio e rendere l’esperienza unica, così che si ricordino di te in futuro».

Bernard Burtschy. Crediti immagine: Sebastien d’Halloy.
Burtschy, moderatore del panel, ha concordato: «Per alcuni “marketing” è una parolaccia, ma serve una strategia».
Ha concluso sottolineando che l’ospitalità tradizionale europea sarà ciò che continuerà a preservare il posto del vino a tavola: «Dobbiamo reintrodurre l’idea di convivialità e dello stare insieme. È questo il mondo del vino».
foto di apertura: Philippe Casteja. Crediti immagine: Sebastien d’Halloy.
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